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Domande per la Chiesa

· ​I cattolici devono riscoprire la politica come vocazione ·

È tempo di sinodo per la Chiesa in Italia? Se lo domanda il fondatore della comunità monastica di Bose in un articolo (che riportiamo per intero) pubblicato sull’ultimo numero (aprile 2019) del mensile «Vita pastorale».

Un’opera dell’artista Carlo Mirabasso

È innegabile che, negli ultimi decenni, la presenza dei cattolici nella costruzione della polis in Italia non solo si sia affievolita ma sia diventata afona. La stagione del partito cattolico è ormai lontana. E, in verità, nessuno ne nutre nostalgia. E se c’è qualche voce che, in questi giorni, l’ha invocata, va detto con chiarezza che l’invito non è stato raccolto da nessuno. Anzi, ha destato perplessità o addirittura chiare opposizioni da parte delle voci più autorevoli della Chiesa e del laicato cattolico. Un “partito della Chiesa” o un “partito dei cattolici” non raccoglierebbe il consenso necessario per nascere e darsi una forma. Certo, il problema resta. Ci sono ancora molte persone che si dichiarano cattoliche e che vivono l’impegno politico. Molti di più sono impegnati nella società in diverse forme che assicurano un contributo non secondario alla costruzione di una convivenza umanizzata. La loro voce, però, non viene percepita come cristiana, ispirata dal Vangelo. Neppure appare in sintonia con la voce del Papa e di alcune altre voci dell’episcopato che, senza invadere il campo politico, esprimono ispirazioni e motivazioni chiare all’agire politico dei cattolici. 

Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, in merito alla crisi della democrazia italiana, ha chiesto ai cattolici di riscoprire la politica come vocazione, impegno di umanità a servizio del Paese. Pur precisando sempre che, da parte dei vescovi, non c’è nessun disegno né progetto di entrare nell’agone politico, Bassetti continua a invitare con forza i cattolici a darsi una soggettività eloquente. E ad assumere la politica come una “grande missione civile”. Proprio in questo dibattito sul “che fare?” da parte dei cattolici in Italia, è apparso su «La Civiltà Cattolica» (2 febbraio 2019) un articolo del direttore, padre Antonio Spadaro, il quale tenta di porre delle domande sul legame tra fede e politica oggi in Italia, nella convinzione che i cristiani sono cittadini a pieno titolo di questo Paese, con cittadini di altri che percorrono vie diverse, ma sempre tese alla costruzione di una polis più umana. Spadaro ricorda le parole di Francesco al convegno della Chiesa italiana (Firenze, 2015): in quell’occasione il Papa invitava la Chiesa italiana a mettere in moto i suoi doni, le sue competenze e il suo impegno nella costruzione della società, senza cercare «forme superate, oggi neppure culturalmente significative». Padre Spadaro indica con molta forza che solo la sinodalità esercitata all’interno della Chiesa potrà aiutarci al discernimento, a leggere la storia e l’attuale situazione italiana e a tracciare le vie per uscire dalla crisi. È chiaro che sinodalità significa coinvolgimento di tutto il popolo di Dio, partecipazione di tutti i battezzati e le battezzate alla vita e alla missione della Chiesa. Significa fare un cammino insieme: ma verso dove e con quale obiettivo? Sì, «compito della Chiesa è dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all’interno del dibattito pubblico» (Francesco), ma l’elaborazione di un progetto è un lavoro e un impegno a lungo termine e richiede un mutamento di paradigma nel vivere la fede cristiana nella società odierna. Non può ridursi a creare cammini di formazione, scuole di politica o di impegno sociale.
Proprio per questo, Spadaro giunge a porsi la domanda: «Che, dunque, stia maturando il tempo per un Sinodo della Chiesa italiana?». Tale interrogativo ha suscitato alcune risposte di vescovi. E, in verità, poche reazioni da parte di uomini e donne che, a causa del loro impegno, sarebbero stati autorizzati a reagire. Il vescovo di Rieti, Domenico Pompili, accoglie la proposta di un sinodo per l’Italia, giudicandola un’opportunità che potrebbe mostrare come il popolo di Dio e i pastori sappiano interpretare il cambiamento, decidere insieme e così dare un contributo per uscire dalla crisi di una società sfilacciata, mancante di un orizzonte comune e di una convergenza di progetti e speranze. È intervenuto anche l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, con un testo meditato e di alta qualità teologica. Egli ricorda che la sinodalità esprime la natura stessa della Chiesa e non può, quindi, essere ridotta a un evento o a modalità di esercizio del potere. La Chiesa deve, innanzitutto, sentirsi sinodo, vivere la sinodalità come stile quotidiano di cammino nel mondo verso il Regno. Non può semplicemente pensare a un sinodo come forma rinnovata di un convegno ecclesiale da celebrarsi per alcuni giorni. Occorre che la sinodalità diventi un’acquisizione estesa e matura, prima di attendersela da un’adunanza nazionale, che rischia di essere espressione di “quadri”, degli addetti ai lavori, dei soliti fedeli già impegnati in organismi ecclesiali. E soprattutto, le domande di questo eventuale sinodo dovrebbero riguardare la fede, il modo di viverla oggi nel mondo in compagnia degli uomini e delle donne, solidali con loro; domande elaborate a partire da una grammatica umana della quale tutti avvertiamo l’urgenza.
Ci sono domande che la Chiesa italiana deve porsi e alle quali deve tentare una risposta, per poter operare un discernimento dell’attuale situazione: com’è possibile che i cattolici italiani si siano divisi tra quanti accettano di ascoltare il messaggio del Vangelo dei poveri e quanti, invece, con molta tranquillità lo rifiutano? Com’è possibile che i “cattolici del campanile” difendano i simboli cristiani, trasformino in un presidio l’eredità culturale cattolica e si facciano paladini della tradizione fino a criticare, anzi a contraddire il messaggio di Francesco sui bisognosi, i poveri, i migranti? E perché nel Paese sono cresciuti la rabbia e il rancore, i nemici più grandi della fraternità, valore essenzialmente cristiano? Le domande riguardano le fondamenta della vita della Chiesa in Italia, prima di essere ricerca di risposte a situazioni sociali e politiche. In vista di un eventuale sinodo per l’Italia, che richiederebbe non una preparazione di testi e di programmi ma una prassi di vita ecclesiale sinodale, perché non pensare a costituire nelle Chiese locali degli spazi in cui tutti i battezzati possano esprimersi in merito a una lettura della vita dei cristiani nel nostro Paese, a un discernimento della loro fede e del primato del Vangelo accolto nelle Chiese e nelle comunità? Perché non pensare a un confronto che giunga a delineare convergenze pre-politiche e pre-economiche, ossia ispirazioni provenienti dal Vangelo che poi i cristiani, con la loro responsabilità, potranno esprimere e realizzare nella polis insieme agli altri concittadini? Penso a un forum come spazio pubblico reale in cui i pastori e il popolo di Dio insieme, in una vera sinodalità, ascoltino ciò che lo Spirito dice oggi alla Chiesa e facciano discernimento per trovare indicazioni e vie di evangelizzazione e di testimonianza, vie di edificazione della polis insieme agli altri uomini e donne.
Papa Francesco, nell’udienza del 4 marzo, parlando a un gruppo di giovani latinoamericani ha detto con molta chiarezza: «Essere cattolico nella politica non significa essere una recluta di qualche gruppo, organizzazione o partito, bensì vivere dentro una comunità». E per quanti possono avere nostalgie del partito cattolico ha insistito: «Non è più necessario, né utile il partito cattolico. In politica è meglio avere una polifonia ispirata a una stessa fede e costruita con molteplici suoni e strumenti».

di Enzo Bianchi

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20 agosto 2019

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