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I caschi blu in Costa d'Avorio  autorizzati a usare la forza

· Risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ·

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all'unanimità una risoluzione per inviare duemila uomini di rinforzo ai circa novemila caschi blu dislocati in Costa d'Avorio e per autorizzare anche l'uso della forza. «Restiamo gravemente preoccupati sulla possibilità che si verifichino genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e operazioni di pulizia etnica» ha detto il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, in riferimento alla crisi in Costa d'Avorio, dove il presidente uscente Laurent Gbagbo rifiuta di cedere il potere ad Alassane Ouattara, vincitore delle presidenziali del 28 novembre scorso e riconosciuto internazionalmente come legittimo capo di Stato. Edward Luck, consulente speciale di Ban Ki-moon in materia di responsabilità di protezione, ha sottolineato che venticinquemila ivoriani hanno già lasciato il Paese superando il confine occidentale e che ventimila si sono spostati in altre zone a causa delle riaccese tensioni.

Poco dopo la decisione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, da Bamako, la capitale del Mali, dove era in corso una riunione della Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale (Ecowas), sono state rilasciate dichiarazioni in merito a un possibile intervento militare per costringere Gbagbo a lasciare il potere. Il generale Olusegun Petinrin, capo di Stato maggiore della Nigeria, ha sostenuto che i comandi militari dell’Ecowas sono pronti nel caso che i Governi optassero per una soluzione di forza.

La decisione delle Nazioni Unite ha seguito di poco l’ultimo tentativo di riavviare le trattative tra Gbagbo e Ouattara fatto dall’inviato dell’Unione africana in Costa d’Avorio, il primo ministro kenyano Raila Odinga. Questi ha lasciato Abidjan, la principale città ivoriana, «senza che si verificassero — si legge in una nota dell'Unione africana — le condizioni necessarie per riavviare un dialogo tra le parti in lotta». Prima della sua partenza, Odinga aveva accusato Gbagbo, tra l'altro, di non aver mantenuto la promessa di togliere l'assedio delle truppe a lui fedeli all’Hotel du Golf di Abidjan, dove si è insediato Ouattara, sotto la protezione dei caschi blu dell'Onu.

Nel frattempo, il primo ministro Guillame Soro, nominato da Ouattara, ha incominciato una missione nei Paesi dell'Africa occidentale volta ad accertarne la determinazione a obbligare Gbagbo a lasciare il potere. Nelle prime due tappe della sua missione, in Togo e in Burkina Faso, Soro ha più volte dichiarato di aver cominciato il suo incarico di capo del Governo, specialmente dal punto di vista finanziario. In particolare, il primo ministro vuole assicurarsi che tutti i contratti di cooperazione economica e il versamento di fondi da parte degli organismi regionali e della Banca centrale degli Stati dell’Africa occidentale avvenga solo previa firma e autorizzazione di Ouattara, il che di fatto taglierebbe a Gbagbo qualsiasi sostegno economico per sé e per il suo schieramento. La missione di Soro prevede tappe anche in Niger, Nigeria e Mali.

Ad Abidjan, intanto, anche nelle ultime ore tafferugli e disordini hanno accompagnato le iniziative dei sostenitori di Ouattara per boicottare le attività economiche della città e costringere Gbagbo a farsi da parte. Le tensioni che attraversano Abidjan, cuore economico ed epicentro dello scontro politico ivoriano, si ripercuotono sull’intero Paese, secondo fonti concordi citate dalle agenzie di stampa internazionali. In particolare, in dichiarazioni rilasciate ieri alla Misna, l'agenzia internazionale delle congregazioni missionarie, padre Pietro Villa, un missionario della Consolata che vive a pochi chilometri da Korhogo, non lontano dal confine con Burkina Faso e Mali, ha sottolineato che il blocco di parte del porto di Abidjan e più in generale le difficoltà dei trasporti hanno determinato un aumento dei prezzi dei beni di prima necessità.

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