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I cardinali creati
da Papa Francesco

Pubblichiamo le biografie dei cinque porporati creati da Papa Francesco durante il concistoro ordinario pubblico tenutosi mercoledì pomeriggio, 28 giugno, nella basilica vaticana. L’ordine seguito è quello dato dal Pontefice durante il Regina caeli di domenica 21 maggio.

Jean Zerbo

arcivescovo di Bamako (Mali)

Una porpora per lanciare un messaggio di concordia e di unità al popolo del Mali, che spera in una pace proclamata finora solo con le firme ma mai completamente raggiunta. L’arcivescovo di Bamako, Jean Zerbo, è considerato un protagonista di primo piano nell’opera di riconciliazione del Paese, con il suo stile sempre aperto al dialogo e all’incontro. Già nel 2012 era membro della delegazione della società civile maliana che ha partecipato ai colloqui tenutisi a Ouagadougou, in Burkina Faso, tra la giunta militare e i partiti politici dell’opposizione. Da quel momento in poi, si è sempre distinto nella ricerca della pacificazione nazionale e ha assunto un ruolo attivo nei negoziati, lanciando appelli in difesa dei più deboli, forte anche del suo incarico di presidente della Caritas del Paese.

Nato il 27 dicembre 1943 a Ségou — dove è stato ordinato sacerdote il 10 luglio 1971 — ha compiuto gli studi superiori a Lione, in Francia. Si è laureato in Sacra scrittura all’Istituto biblico di Roma ed è poi tornato nel suo Paese, svolgendo il ministero di parroco a Markala e di insegnante del seminario maggiore della capitale.

È stato eletto alla Chiesa titolare di Accia il 21 giugno 1988 e nominato vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Bamako. Quindi il 20 novembre successivo ha ricevuto l’ordinazione episcopale dal cardinale Jozef Tomko, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Trasferito come vescovo residenziale a Mopti il 19 dicembre 1994, è poi stato promosso il 27 giugno 1998 arcivescovo di Bamako.

Durante il ministero episcopale, non ha esitato a lanciare ripetuti appelli per le popolazioni vittime del conflitto, invitando ad aiutare i numerosi sfollati e rifugiati. Con particolare vigore ha sostenuto i diritti dei cristiani del Mali che, ha sostenuto, «stanno attraversando una prova che può essere paragonabile a quella dei discepoli dei primi secoli». A questo proposito ha cercato sempre di costruire ponti di dialogo con i musulmani. Nella convinzione, è il suo messaggio, che «la pace si può raggiungere solo con la conversione dei cuori, a prescindere dalla fede, e noi cristiani siamo sempre chiamati a uno sforzo di riconciliazione».

Juan José Omella Omella

arcivescovo di Barcelona (Spagna)

È un parroco con esperienza di missionario in Africa nello stile dei padri bianchi, impegnato nelle organizzazioni solidali ma anche con forte esperienza di governo. Il cardinale Juan José Omella Omella. settantuno anni, venti di episcopato in varie diocesi della Spagna, da un anno e mezzo è alla guida della storica sede metropolitana di Barcelona.

È nato a Cretas, nell’arcidiocesi di Zaragoza, il 21 aprile 1946. Oltre agli studi nel seminario di Saragozza, ha frequentato i centri di formazione dei padri bianchi a Lovanio e Gerusalemme. Il 20 settembre 1970 ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale, svolgendo poi il ministero come economo parrocchiale a Langa e incaricato delle parrocchie di Villarroya, Mainar, Villadoz e Torralbilla.

Dal 1976 al 1978 è stato coadiutore di Alcañiz e dal 1979 al 1983 economo parrocchiale di Castelserás e incaricato della parrocchia di Torrecilla de Alcañiz. Quindi, a partire dal 1990, ha svolto per sette anni l’ufficio di vicario episcopale della zona ii nell’arcidiocesi di Saragozza — corrispondente ai quartieri di Torrero, San José, Las Fuentes — essendo anche parroco a Calanda.

Missionario in Africa per un anno, ha svolto il suo servizio nello Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo. Il 15 luglio 1996 è stato nominato vescovo titolare di Sasabe con l’incarico di ausiliare di Saragozza. Ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 22 settembre dello stesso anno dall’arcivescovo Elías Yanes Álvarez, scegliendo come motto Per misericordiam Dei nostri.

Impegnato sul fronte della solidarietà, è stato consigliere nazionale di Manos unidas (1999-2015), l’organizzazione caritativa della Chiesa cattolica in Spagna per la lotta contro la fame.

Il 27 ottobre 1999 è stato trasferito come pastore nella sede residenziale di Barbastro-Monzón, della quale ha preso possesso il successivo 12 settembre. Dal 24 agosto 2001 al 19 dicembre 2003 è stato amministratore apostolico di Huesca e dal 19 ottobre 2001 al 19 dicembre 2003 ha amministrato anche la sede episcopale di Jaca. L’8 aprile 2004 è stato nominato vescovo di Calahorra y La Calzada - Logroño, facendo ingresso nella diocesi il 29 maggio dello stesso anno.

Fra le iniziative del suo ministero, da ricordare nel 2011 la lettera pastorale «Seminatori della parola, missionari di speranza», ispirata ai cinquant’anni dell’invio dei primi preti fidei donum diocesani in Burundi e dedicata proprio all’attualità dell’evangelizzazione. Il 31 maggio 2013 è stato eletto, tra l’altro, priore onorario di Nostra Signora di Valvanera per il suo ruolo nel pellegrinaggio della Vergine, organizzato dai diversi municipi di La Rioja in occasione dell’anno della fede.

Il 6 novembre 2014 è stato nominato membro della Congregazione per i vescovi. Esattamente un anno dopo, il 6 novembre 2015, è stato promosso alla sede arcivescovile di Barcellona, dove ha iniziato il ministero il 26 dicembre successivo. Nello stesso anno è divenuto gran priore per la Spagna orientale dell’ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

In seno alla Conferenza episcopale spagnola, dal 14 marzo 2017 è membro del comitato esecutivo. Inoltre dal 1996 è membro della commissione di pastorale sociale, della quale è stato anche presidente dal 2002 al 2008 e di nuovo nel triennio 2014-2017. Ha fatto parte, inoltre, delle commissioni di pastorale (1996-1999) e dell’apostolato secolare (1999-2002 e 2008-2011).

Anders Arborelius

vescovo di Stoccolma (Svezia)

Primo vescovo cattolico di origine svedese dai tempi della riforma luterana e primo cardinale dei Paesi nordici europei, Anders Arborelius è un uomo che sa ascoltare e dialogare, con uno stile fatto di mitezza e spiritualità.

Nato il 24 settembre 1949 a Sorengo, un piccolo centro del canton Ticino in Svizzera, da genitori originari della Svezia, è cresciuto nel Paese scandinavo, precisamente a Lund. È stato battezzato nella comunità luterana, ma — come lui stesso ha riconosciuto — da bambino non è mai stato molto attivo nell’ambito religioso. Ha però avuto molti contatti con la Chiesa cattolica, verso la quale ha finito per avvertire una vera e propria «attrazione». Da qui la decisione di aderire al cattolicesimo compiuta nel 1969, all’età di vent’anni.

Maturata la sua scelta di fede, nel 1971 è entrato nell’ordine dei carmelitani scalzi: una consacrazione che lo ha segnato così tanto da rimanere profondamente legato all’abito religioso anche da vescovo. All’origine della sua vocazione carmelitana c’è il fascino spirituale di santa Teresa di Lisieux, scoperto attraverso la lettura di Storia di un’anima.

Ha studiato teologia a Bruges, in Belgio, dove ha anche preso i voti perpetui. E poi ha perfezionato la preparazione alla Pontificia facoltà teologica Teresianum di Roma. Uomo di grande cultura — ha anche una laurea in lingue moderne (inglese, spagnolo e tedesco) conseguita all’università di Lund — è divenuto sacerdote l’8 settembre 1979 a Malmoe. Quindi ha vissuto a lungo nel convento carmelitano di Norraby, presso il comune di Svalov, nel sud della Svezia.

Dopo circa vent’anni di vita monastica, il 17 novembre 1998 Giovanni Paolo IIlo ha nominato vescovo di Stoccolma. A conferirgli l’ordinazione episcopale il successivo 29 dicembre, nella cattedrale di Sant’Enrico, è stato il suo predecessore, monsignor Hubertus Brandenburg, che già lo aveva ordinato sacerdote.

Per motto episcopale ha scelto In laudem gloriae - «A lode della sua gloria». Perché spiega, «tutto ciò che sono e sarò è espressione della gloria del Dio trino». È questo un aspetto a cui tiene particolarmente. Tanto da aver voluto spiegare sul sito internet della diocesi di Stoccolma che «nel nostro tempo spesso ci si dimentica che il nostro primo dovere, e il nostro privilegio, è quello di onorare e glorificare Dio» per diventare «più grandi, più liberi, più felici».

Tra il 2005 e il 2015 è stato presidente della Conferenza episcopale della Scandinavia. Attualmente ne è vicepresidente. È stato inoltre membro della commissione di presidenza del Pontificio consiglio per la famiglia tra il 2002 e il 2009 e consultore del Pontificio consiglio per i laici dal 21 gennaio 2014.

La sua azione pastorale abbraccia tutta la Svezia che, fa notare, «è il Paese più secolarizzato in Europa». Ma è pure «un Paese in cui la Chiesa cresce grazie all’immigrazione e anche alle conversioni». Sull’accoglienza ai migranti si è sempre schierato in prima linea per garantirne dignità e diritti. Alla questione immigrazione si lega pure la sua attenzione ai Paesi più poveri: per rilanciare progetti caritativi nel 2015, tra l’altro, ha preso parte al film documentario The indian priest, dedicato al missionario carmelitano Raphael Curian.

Una priorità di Arborelius è la continua ricerca di nuove strade per «essere Chiesa in una situazione minoritaria, proclamare il Vangelo e aiutare i fedeli a crescere nella santità anche in un ambiente come il nostro, dove però c’è molta apertura e interesse per la vita spirituale». In questa prospettiva è stata un vero e proprio punto di svolta la visita di Papa Francesco in Svezia, il 31 ottobre e il 1º novembre 2016, per la commemorazione ecumenica del quinto centenario della riforma luterana e per incontrare la comunità cattolica.

La particolare situazione religiosa del Paese ha portato Arborelius a lavorare a tempo pieno per creare più armonia tra le diverse denominazioni cristiane. Così ha insistito perché nel Consiglio ecumenico svedese fossero rappresentate tutte le tradizioni, dai pentecostali all’antica Chiesa assira. E una conferma dei frutti di questo impegno comune è venuta di recente dal viaggio che il 14 giugno scorso una delegazione composta da esponenti cattolici — tra i quali lo stesso Arborelius — e luterani ha compiuto insieme in Vaticano per incontrare il Pontefice.

Luis Marie-Ling Mangkhanekhoun

vescovo titolare di Acque Nuove di Proconsolare
vicario apostolico di Paksé (Laos)

In carcere tra il 1984 e il 1987, battezzato dalla mamma quando aveva otto anni e ordinato sacerdote in un campo profughi, nel pieno della guerriglia che insanguinava il suo Laos: ecco cosa ha raccontato Luis Marie-Ling Mangkhanekhoun a Papa Francesco, nel gennaio scorso, quando lo ha conosciuto di persona per la visita ad limina Apostolorum. Un racconto mite e sereno nonostante i contenuti tragici, perché il primo cardinale laotiano riconosce la mano di Dio nelle sue sofferenze: «Il carcere è stato un tempo di privazione materiale ma non spirituale: non potevo celebrare messa ma ero io stesso un sacrificio vivente gradito a Dio, cioè quello che ogni battezzato è chiamato a essere nella vita».

Vicario apostolico di Paksé e amministratore apostolico della capitale Vientiane, Mangkhanekhoun vuol essere la voce di una piccola Chiesa — circa quarantacinquemila persone, meno dell’uno per cento dei 7 milioni di abitanti — formata da comunità sparse nei villaggi rurali, nella foresta pluviale e sulle impervie montagne. Gruppi tribali, composti anche da poche famiglie, molto diversi tra loro per etnia, usi, costumi: sono gli indigeni hmong, khmou, akha, oltre a mon, khmer, tibeto-birmani e altri ancora.

Proprio a una di queste etnie, i khmou — presenti nel nord del Laos e nel sud della Cina — appartiene Mangkhanekhoun. Unico figlio maschio in una famiglia con cinque sorelle, è nato l’8 aprile 1944 a Bonha-Louan, nel territorio del vicariato apostolico di Vientiane. A battezzarlo nel 1952 è stata proprio la mamma, che si era convertita al cattolicesimo dopo l’arrivo dei missionari nel suo villaggio. La famiglia ha assecondato con un po’ di difficoltà il suo desiderio di entrare in seminario. Per gli studi di filosofia e teologia è stato inviato in Canada, dove si è unito all’istituto secolare di diritto pontificio Voluntas Dei. Tornato in Asia, ha trovato un Paese nel pieno della guerriglia. Tanto che la sua ordinazione sacerdotale è avvenuta il 5 novembre 1972 in un campo profughi.

Nel 1975 è stato nominato parroco e pro vicario del vicariato apostolico di Vientiane. Proprio in quello stesso anno, il 2 dicembre, viene proclamata la Repubblica popolare democratica del Laos, governata dal partito unico comunista. Per Mangkhanekhoun questo significa spostarsi senza permesso per portare il Vangelo nei villaggi, nelle prigioni. Ma alla fine del 1984 in cella ci è finito proprio lui. E ci è restato fino al 1987, insieme con il confratello Tito Bachong. «Sono stato arrestato perché lavoravo troppo» ricorda. Con l’accusa di «far propaganda a Gesù» è stato mandato in prigione e sottoposto a un duro regime carcerario, con tanto di «catene alle braccia e alle gambe». Un’esperienza che lo ha segnato profondamente e gli è servita a comprendere che «anche la prigione è un apostolato: la mia presenza era una necessità per la mia conversione e purificazione, e anche per quella degli altri».

Tornato in libertà, ha ripreso l’azione pastorale nella provincia natale, Paksé, prima come semplice sacerdote e poi come vicario apostolico, incarico ricevuto il 30 ottobre 2000 insieme con l’elezione alla Chiesa titolare vescovile di Acque nuove di Proconsolare. Il 22 aprile 2001 ha ricevuto l’ordinazione episcopale. Dal 2 febbraio di quest’anno è anche amministratore apostolico sede vacante et ad nutum Sanctae Sedis di Vientiane.

A caratterizzare la sua pastorale sono la «scuola di catechisti» e le visite a ogni villaggio, compresi quelli delle montagne. Con un’attenzione particolare alle famiglie: un’esperienza che ha portato anche alle due ultime assemblee del Sinodo dei vescovi, alle quali ha partecipato nel 2014 e nel 2015. Nel suo vicariato di Paksé vivono un milione e trecentomila persone: i cattolici sono appena quindicimila, con sette preti, tutti autoctoni, nove religiosi e sedici suore. Ma entro l’anno i preti diventeranno otto, con l’ordinazione di un altro giovane laotiano. Un piccolo evento di speranza per un uomo di speranza che ama chiamare teneramente «bambina» la sua piccola Chiesa.

In questi diciassette anni ha visto crescere gradualmente la comunità nella testimonianza evangelica, resa con uno spirito di mitezza e benevolenza in un contesto a volte ostile, con una legislazione sulla libertà religiosa che — sia pur sancita pienamente nella Costituzione del 1991 — risente ancora di un approccio restrittivo. Da alcuni anni la condizione dei cattolici è migliorata: i vescovi hanno un’unica Conferenza episcopale con i presuli cambogiani (Mangkhanekhoun ne è stato presidente tra il 2009 e il 2014), godono di libertà di movimento, possono partecipare alle attività organizzate dalla Santa Sede, come il Sinodo e le visite ad limina, e hanno intessuto buone relazioni con le autorità civili.

Un fatto di grande rilievo è stata la celebrazione pubblica di beatificazione di diciassette martiri, tra missionari e laici laotiani, avvenuta l’11 dicembre 2016. Un avvenimento impensabile fino a pochi fa, una festa, con oltre settemila fedeli, che il nuovo cardinale non esita a definire «un vero miracolo per noi».

Gregorio Rosa Chávez

vescovo titolare di Mulli ausiliare di San Salvador (El Salvador)

Ha confidato espressamente di ricevere la porpora come «immeritato riconoscimento nel nome del beato Óscar Arnulfo Romero»: nelle parole del primo cardinale salvadoregno, Gregorio Rosa Chávez, settantacinquenne vescovo ausiliare di San Salvador, c’è la chiave di lettura del suo ministero pastorale. In gioventù infatti è stato amico e stretto collaboratore dell’arcivescovo ucciso il 24 marzo 1980 mentre celebrava messa. Il suo nome si trova citato ben 17 volte nel diario di Romero. «Ho subito pregato in ginocchio davanti alla sua tomba, perché mi accompagni in questa nuova tappa della mia vita pastorale» ha assicurato appena appresa la notizia della nomina cardinalizia.

Di Romero, del quale ha custodito e rilanciato l’eredità spirituale, Gregorio Rosa Chávez condivide in pieno la scelta evangelica per i poveri e l’impegno per la pace e la riconciliazione del suo martoriato Paese. Tanto che tutto il popolo salvadoregno, a partire dalle massime autorità, ha espresso le felicitazioni per il suo cardinalato, ricordandone anche il decisivo contributo nel dialogo che ha consentito la firma degli accordi di pace del 1992.

Il nuovo porporato, che continuerà a risiedere tra i poveri senza modificare il suo stile di vita, non ha mancato di ricordare come punti di riferimento anche altre testimonianze di sacerdoti, a cominciare da quella del gesuita Rutilio Grande García ucciso il 12 marzo 1977. «Camminare ogni giorno in parrocchia con la gente povera — è il suo impegno — e vivere il dramma umano accanto a coloro che hanno problemi di droga o alcol, accanto a quanti fanno parte di bande di assassini, è stata e continua a essere una grazia per me».

Nato il 3 settembre 1942 in una famiglia contadina a Sociedad, nella diocesi di San Miguel — la stessa di monsignor Romero — ha completato la preparazione filosofica e teologica nel seminario di San José della Montaña a San Salvador, tra il 1962 e il 1969. In particolare, nel 1965 ha prestato servizio nel seminario minore della diocesi di origine, ricevendo poi l’ordinazione sacerdotale il 24 gennaio 1970.

Nei primi tre anni di ministero è stato segretario vescovile di San Miguel, parroco della chiesa del Rosario, direttore dei media diocesani Radio Paz e «Semanario Chaparrastique», assistente spirituale di diverse associazioni e movimenti di apostolato dei laici. Quindi, dal 1973 al 1976 ha studiato all’università cattolica di Lovanio in Belgio, dopo aver ottenuto la licenza in comunicazione sociale. Al rientro in patria, proprio sotto la guida dell’arcivescovo Romero, è divenuto rettore del seminario di San José della Montaña e professore di teologia, incarichi mantenuti fino al 1982. Nel frattempo, dal 1979, è stato anche membro del consiglio dell’organizzazione dei seminari dell’America latina.

Eletto alla Chiesa titolare di Mulli il 17 febbraio 1982 e nominato vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di San Salvador, ha ricevuto l’ordinazione episcopale il successivo 3 luglio. Attualmente è anche parroco della chiesa di San Francisco a San Salvador e presidente della Caritas per l’America latina e per i Caraibi, oltre che della Caritas nazionale. Incarichi che delineano con precisione i contorni della missione del nuovo cardinale, che punta all’inclusione degli emarginati, al riscatto degli ultimi oltre che alla costruzione di una società più giusta, in cui ferite e divisioni possano essere sanate una volta per sempre. Tutte linee concrete di azione pastorale apprese direttamente da Romero: «Lui — dice — è un’icona, il pastore di cui anche oggi ha bisogno la Chiesa, l’espressione della speranza della Chiesa povera per i poveri, libera davanti a qualunque tipo di potere, cercando solo di servire lo Spirito Santo e di vivere il Vangelo».

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21 novembre 2019

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