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I cappuccini in Burkina Faso

· Evangelizzazione in Africa ·

Percorrendo le strade di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, non è difficile incontrare cartelli su cui si legge: «Être burkinabé, ça se mérite». Potrà essere vero, ma è anche vero che il Paese è uno dei più poveri del mondo. Situazione triste, ma per la gente questo conta poco; conta, invece, vivere nella Repubblica degli uomini onesti (questo vuol dire Burkina Faso), un Paese in cui si tiene una biennale del cinema; le donne possono votare, presentarsi come candidate alle elezioni, impegnarsi nella salvaguardia dell’ambiente cittadino e nella raccolta dei rifiuti gestita dalle donne che costituiscono il 48 per cento della forza di lavoro. Un bel primato, se non fosse inquinato dall’analfabetismo e dalla diffusione dell’Aids, che colpisce 150.000 donne tra i 15 e i 49 anni.

Nel territorio vi sono oltre 60 etnie, divise in 4 grandi gruppi etnici, ognuno con la sua lingua. Il gruppo etnico più numeroso è quello dei mossi. La lingua ufficiale è il francese. Tuttavia il 90 per cento della popolazione parla una delle 71 lingue locali. Dal 1991 si è avviato un lento processo di democratizzazione, appoggiato dalla Chiesa, che si interessa dell’educazione scolastica e sanitaria, dello sviluppo del mondo rurale, del lavoro per i giovani, dell’autonomia della donna e delle attività culturali.

I burkinabé sono molto religiosi. Il 40 per cento sono cristiani (di cui il 10 per cento cattolici); il 50 per cento musulmani; il 10 per cento pratica la religione tribale. Il cattolicesimo vi è giunto al tempo della colonia, ma la prima chiesa fu costruita il 22 gennaio del 1900 a Koupéla. Oggi essa è composta di 13 diocesi, più le 3 arcidiocesi di Ouagadougou, Bobo-Dioulasso e Koupéla, con 800 sacerdoti diocesani, religiosi e religiose di 73 istituti. Tra questi ci sono i frati minori cappuccini, arrivati nel dicembre del 1999 dal Tamil Nadu (India) e impegnati nell’arcidiocesi di Ouagadougou. Uno di loro, fra’ Flobert, morì di malaria a pochi mesi dall’arrivo: sepolto nell’ambito della missione, è divenuto l’evangelico seme che muore per dare frutto. Il numero dei battezzati sta infatti crescendo. Nel 2003 la provincia inviò altri tre religiosi, Vincent, Vianney e Harry. A loro si sono uniti fra’ Daniel Rex, già missionario negli Emirati Arabi e nel Qatar; fra’ Amaladass e fra’ Rosario. Tutti parlano francese e mooré.

«L’apprendimento della lingua — spiega fra’ Rosario — è fondamentale per mettersi in contatto con la gente e conoscerne la cultura. Solo così è possibile attirarsi la simpatia del popolo e la stima della gerarchia che nel 2004 ci ha affidato la parrocchia di San Francesco d’Assisi, retta da fra’ Vincent Babu. Una parrocchia di periferia con circa tremila cattolici di varie etnie. All’inizio si celebrava messa in capanne coperte di bambù che cedevano alle prime piogge. Finalmente — prosegue il religioso — nel 2006 siamo riusciti a costruire un salone coperto di lamiera. La vita parrocchiale è molto vivace con riunioni periodiche, il catechismo a mille ragazzi e a 300 adulti due volte la settimana. Quello che ci occupa di più sono le riunioni delle piccole comunità di base, gli incontri con gli sposi, la preparazione delle corali, le prove di recitazione per il teatro, i concorsi biblici, il mese della Bibbia, quello delle vocazioni e quello del Rosario. Ovviamente non possiamo far tutto da soli; ci aiuta un gruppo di laici che non si tira mai indietro. Per me la missione non è quello che facciamo, ma quello che testimoniamo con la nostra vita di francescani, memori che siamo in Burkina per annunciare il Vangelo come raccomandava San Francesco, per collaborare con la Chiesa locale e per testimoniare il carisma del nostro ordine».

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