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I calici
di Jože Plečnik

· In mostra ai Musei Vaticani ·

Il macrocosmo tradotto nel microcosmo. La grandezza e la maestosità di un’opera architettonica sintetizzata nelle minuscole forme di un calice: nella capacità di stabilire un rapporto osmotico tra queste due forme d’arte risiedono la cifra stilistica per eccellenza e il merito più alto di Jože Plečnik, architetto e designer sloveno cui è dedicata la mostra che si inaugura, nel pomeriggio di giovedì 27 giugno ai Musei Vaticani. L’esposizione, che si concluderà il prossimo 7 settembre, è stata realizzata in collaborazione con il ministero della Cultura della Repubblica di Slovenia, dell’Arcidiocesi di Lubiana e dell’Ambasciata della Repubblica di Slovenia presso la Santa Sede.

Il Calice di san Michele (1939)

Si tratta di un’occasione molto speciale, che permetterà ai visitatori di contemplare e di apprezzare trentatré oggetti liturgici realizzati dall’artista in uno stile originale e innovativo attraverso l’uso di forme moderne, nitide, e geometriche, decorate con semplici ornamenti grafici o pietre preziose.
L’esposizione è dunque caratterizzata da un’accurata selezione di calici, ostensori, cibori, custode sacramentali. La mostra presente anche un video che ripercorre l’architettura religiosa del maestro di Lubiana, insieme alle sue principali opere monumentali-
Nel Calice crismale (1942) è dato di constatare quella capacità di Plečnik di riversare nel microcosmo di un calice le caratteristiche del macrocosmo di una struttura architettonica. L’artista concepì la base del calice come la cupola che è un tratto precipuo delle chiese ortodosse dell’Est. Il calice è quindi adornato da pietre sferiche, e lo stelo presenta due pomelli, concepiti anch’essi come piccole cupole. Ne deriva un insieme semplice e al contempo dinamico: la linearità dell’oggetto è spezzata da accorgimenti stilistici che conferiscono al calice un’eleganza mossa e brillante.
Degno di nota è poi il Calice di san Michele (1939) in cui s’intersecano parti lisce e parti percorse da incisioni: anche in questo caso il risultato si traduce nella suggestiva compresenza di orientamenti stilicistici che s’integrano in felice sintesi. Come pure è indovinato il contrasto tra il pomello giallo oro che caratterizza lo stelo e l’uniforme e levigato colore della pietra.
La mostra presenta quindi uno dei manufatti più noti dell’architetto sloveno, il Calice di marmo (1914): il collo dell’oggetto è molto stretto, e tale accorgimento permette di dare più spazio e visibilità alla coppa. La base è venata da motivi floreali che conferiscono al manufatto una squisita raffinatezza.
La mostra allestita ai Musei Vaticani ha un doppio merito: quello di presentare oggetti liturgici di pregevole fattura e — tratto non meno importante e significativo — e di richiamare l’attenzione, sia degli esperti del campo che del pubblico in generale, sul valore di un tipo di arte che in passato non ha ricevuto l’adeguata considerazione e i giusti elogi. Come se il realizzare i calici fosse per l’architetto sloveno una forma d’arte coltivata ai margini di una frenetica e magmatica attività.
Al contrario, sono proprio i calici, gli ostensori e le pissidi — così certosinamente elaborati e così finemente lavorati — a costituire parte integrante di un percorso artistico di eccellente levatura.
Certo è che nell’immaginario collettivo la figura di Jože Plečnik si lega principalmente alla sua attività di architetto: al riguardo, ci sono ottime ragioni a confermare questo assunto. Basti pensare a quanto ha fatto l’architetto per Lubiana, come pure per Vienna e per Praga. Plečnik acquistò fama, all’inizio del Novecento, grazie al celebre Palazzo Zacheri a Vienna. A Praga, su invito del presidente della Cecoslovacchia, Tomaŝ Masaryk, si affermò perentoriamente con la ristrutturazione del Castello di Praga e delle sue zone limitrofe. Sempre a Praga si occupò della progettazione e della costruzione della chiesa del Sacrissimo Cuore di Nostro Signore, uno dei luoghi simbolo della recente storia del Paese. L’apice della sua arte lo raggiunse nella natia Lubiana, per la quale progettò i primi edifici pubblici e le prime sistemazioni urbane, avviando il processo di trasformazione della città in una capitale moderna. In un arco di tempo molto breve, maturò in lui l’idea di fare della “sua” città una nuova Atene. Per raggiungere tale obiettivo, realizzò due piani urbanistici grazie ai quali Lubiana, con i suoi palazzi e i suoi tratti urbani, è divenuta una città con una sua inconfondibile fisionomia, stilisticamente subito riconoscibile: Insomma una città, o meglio una capitale, con una firma d’autore. Come hanno rilevato alcuni studiosi, il senso di eterno della sua architettura deriva dal mondo delle forme classiche, alle quali Plečnik ha voluto conferire un afflato di eternità. Per questo motivo, quando si parla delle sue opere si può dire che si tratta di “architettura assoluta”, di “design assoluto”. E per quanto possa sembra fuori moda, è possibile affermare a pieno titolo che il contributo chiave di Plečnik consiste prroprio nell’aver riscoperto il significato dell’arte classica e dell’assoluto nell’architettura del ventesimo secolo.
Fervente cattolico, Plečnik trasfuse in ogni sua realizzazione — fosse un palazzo o fosse un calice — l’energia derivante da una fede sinceramente vissuta. Questa disposizione d’animo lo portò quindi a vivere il suo lavoro anzitutto come una missione: di conseguenza l’arte veniva ad arricchirsi di motivazioni profonde che hanno dato alla sua arte una potenza e un carisma di rara intensità. Ebbe la fortuna di veder riconosciuto il suo cristallino talento da Otto Wagner (di cui fu allievo), ovvero uno dei grandi e indiscussi protagonisti dell’architettura moderna. e proprio durante l’apprendistato compiuto sotto Wagner, il giovane Plečnik comprese l’importanza dell’innovazione, dell tecnologia e della funzionalità : lezioni che non avrebbe mai dimenticato.
Nel celebrare le sue lodi, il quotidiano britannico «The Guardian», in un articolo del 3 settembre 2004, affermò che ogni grande città ha nella sua storia un uomo che ne ha stabilito i destini architettonici. «Come Antoni Gaudí dette una nuova identità a Barcellona, così Plečnik cambiò il volto di Lubiana, rendendola una sua creatura» si legge in un passo dell’articolo. È difficile pensare a un complimento più calzante e a un elogio più illuminante.

di Gabriele Nicolò

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