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«Ho molti sogni»

· ​Storie e testimonianze di rifugiati e migranti siriani a contatto con la realtà europea ·

«Ich bin stolz, weil ich kurde». È questo lo stato di Whatsapp di Meskin Hagi, 27 anni. Ci sono due errori grammaticali in tedesco, ma l’idea è chiara: «sono orgogliosa di essere curda». Dopo nove mesi trascorsi in Svizzera, ha superato tre livelli elementari della lingua. È arrivata con sua madre, con due fratelli minorenni e un altro di 19 anni. Suo fratello maggiore già si trovava qui e ha richiesto il visto d’ingresso per i suoi familiari a motivo del conflitto bellico in Siria. Sono andati a piedi fino al confine meridionale con la Turchia, dove hanno preso un volo diretto per Zurigo al costo di 550 euro. Un’agenzia svizzera in Turchia si è occupata di tutte le pratiche.

Il centro di Homs devastato dai bombardamenti (Ap)

Non tutti riescono a entrare in Europa con la stessa fortuna. Dal 2011, quando è scoppiata la guerra civile in Siria tra le forze armate del Governo di Bashar Al Assad e i gruppi ribelli, più di un milione di siriani sono fuggiti in Libano. Per questo piccolo Paese l’arrivo precipitoso di rifugiati è un carico pesante. Il Governo fa tutto il possibile perché i siriani non rimangano, perciò la situazione è esasperante.
«Dormo su un materasso nel salone in attesa di trovare un appartamento solo per me» racconta Hagi, perché, a parte suo fratello e sua madre, è l’unica ad avere lo status F (Flüchtlinge), quello di rifugiata. Ciò le consente di ricevere aiuto sociale dal cantone: 700 franchi svizzeri al mese per cibo, trasporti e spese personali, il pagamento degli studi di tedesco e dell’assicurazione medica, come pure una quota fino a 1000 franchi al mese per affittare un appartamento. Sebbene i rifugiati in questo Paese ricevano i soldi per pagare un affitto, la loro missione praticamente impossibile è di trovare qualcuno che decida di dare loro un appartamento. Il timore è che il contratto non duri, che ci vivano più persone di quelle pattuite e che non conservino in buono stato l’immobile: sono questi i principali pregiudizi in gioco. Nel frattempo i rifugiati vivono in case assegnate dallo Stato o in centri di passaggio dove condividono cucina, salone e servizi igienici. 

Karina Alarcón

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20 luglio 2019

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