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Ho attraversato
il Mar Rosso
in Transilvania

· Fra’ Böjte Csaba racconta la storia degli oltre seimila bambini salvati dalla strada ·

«Io sono convinto che il Signore ci ha creati tutti di buon materiale. Dio non crea scarti». Nelle parole semplici e dirette di fra’ Böjte Csaba, francescano minore, romeno della Transilvania, è racchiusa una storia lunga più di venticinque anni. Una storia bella, intensa, intrisa di generosità e di condivisione, e che racconta come, dalle povertà e dalle miserie generate dalla dittatura comunista in Romania, migliaia e migliaia di bambini e ragazzi raccolti dalla strada abbiano trovato riscatto e una vita dignitosa.

Sotto il saio, il fisico imponente di chi ha conosciuto la fatica vera nelle miniere; nel volto, occhi celesti e limpidi di chi ha imparato a leggere la vita — anche quella con i risvolti più duri — con lo sguardo della provvidenza: fra’ Böjte presenta a «L’Osservatore Romano» una delle tante belle realtà che Papa Francesco incontrerà durante il suo viaggio in Romania. Saranno infatti circa un migliaio i bambini e i ragazzi della “Fondazione San Francesco” di Déva che saluteranno il Pontefice durante la tappa in Transilvania, il 1° giugno, quando farà visita al santuario mariano di Sumuleu-Ciuc, luogo di intensa devozione in tutto il bacino dei Carpazi, specialmente per la minoranza ungherese che in questa regione è una presenza preponderante.

Nato sessant’anni fa proprio in un paesino vicino a Sumuleu-Ciuc, fra’ Böjte scava nel passato e arriva alle radici, le radici forti della famiglia e della sua comunità di origine. Una comunità che aveva nel vescovo di Alba Iulia, Áron Márton, un punto di riferimento: «Durante gli anni del regime era la roccia, era lo scudo per tutti i fedeli». Lui per primo perseguitato dalla dittatura, «era sempre molto fermo nel difendere la sua comunità e i suoi sacerdoti». E poi i genitori, di forte tradizione cattolica: «Mio padre è stato carcerato nelle prigioni del sistema comunista in Romania. È morto pochi mesi dopo il suo rilascio. Scriveva bellissime poesie sul tema della speranza... Una parola che nel nostro paese, in quegli anni, aveva un significato tutto particolare».

Ed è anche da quelle radici che è nata la vocazione di fra’ Böjte: «Da lì, e da una realtà che in Romania era davvero dura: o si facevano le valigie e si scappava, o si lottava per cambiare le cose. Fu così che, poco più che ventenne, leggendo la Bibbia mi colpì il passo in cui Dio chiama Mosè a guidare il suo popolo: il Signore manda sempre qualcuno per aiutare chi è in difficoltà. Mi sono sentito interpellato e, nel 1982, sono entrato in seminario. All’epoca le congregazioni religiose erano abolite, perciò feci richiesta in segreto di entrare nell’ordine francescano. Lo sapeva soltanto il padre provinciale. Prima della caduta del comunismo eravamo in tre a essere entrati clandestinamente nella famiglia francescana».

Proprio negli anni del seminario si consuma la crisi del regime e, nel dicembre 1989, cade la dittatura in Romania. Le ripercussioni sociali sono notevoli. Tutta l’industria va in crisi, le fabbriche chiudono, le miniere vengono abbandonate, in tantissimi restano senza lavoro. Famiglie impoverite e cadute in miseria. Migliaia di bambini si ritrovano per strada.

Da giovane sacerdote, nel 1992, fra’ Böjte viene mandato a Déva, una cittadina della Transilvania meridionale, quella regione della Romania al di là dei Carpazi che, un tempo appartenente all’Ungheria, era sempre stata una sorta di mosaico culturale. Inviato per recuperare un vecchio convento nazionalizzato nel 1949, il francescano tocca con mano tutto il dolore di quegli anni. Al termine della messa vede i bambini mendicanti che circondano i fedeli all’uscita della chiesa: «Abbiamo iniziato — racconta — a invitarli qualche volta a pranzo, a stare un po’ con loro durante il giorno. Poi abbiamo organizzato un campo scuola estivo. Alla fine del campo una bambina mi ha chiesto: “Perché non facciamo un campo che dura tutto l’anno?”».

Di fronte a quella supplica il francescano comprende che occorre qualcosa di più: «Ho capito che mentre alla fine della messa io dicevo: “Andate in pace”, quei bambini invece non avevano un posto dove tornare. Allora abbiamo fatto in modo che avessero una casa. Sfruttando proprio il convento confiscato dal regime comunista. Era abbandonato, in stato di degrado, ma per noi molto prezioso. Sono andato lì, ho rotto i lucchetti e sono entrato con i bambini».

All’inizio i piccoli ospiti sono una ventina. Dopo un paio d’anni diventano quasi trecento. Chiaramente in una situazione di sostanziale illegalità: il convento risulta ancora confiscato e attività di accoglienza gestite dalla Chiesa non sono contemplate dall’ordinamento statale. Ogni tanto le autorità si fanno vive: «Io — racconta il frate — non ho mai opposto resistenza e dicevo: “Se volete, portateli via e pensateci voi!”». Naturalmente — aggiunge quasi divertito — «loro non avevano alternative e mi hanno sempre lasciato fare». Un braccio di ferro burocratico andato avanti fino al 1999, quando la casa è stata finalmente restituita alla Chiesa: uno dei frutti della visita in Romania di Giovanni Paolo ii.

L’iniziativa di fra’ Böjte innesca una spirale di amore e solidarietà. Incaricato della pastorale giovanile della diocesi, il religioso coinvolge tanti giovani universitari che arrivano a Déva a dare una mano. La gente del posto contribuisce con quello che ha: «Per dieci anni — ricorda — abbiamo vissuto mendicando». Una questua instancabile e incessante per amore dei suoi ragazzi: «Raccoglievo offerte in tutta la regione dove andavo a predicare e qualche soldo arrivava anche dalla vendita di alcuni libri che avevo scritto. Inoltre, giacché ho sempre istruito i bambini a cantare, a ballare e a recitare, allora a piccoli gruppi li portavo con me per fare delle rappresentazioni: era un modo per sensibilizzare la gente alla nostra situazione». Una boccata d’ossigeno è arrivata dopo la visita di Giovanni Paolo ii, quando finalmente lo Stato ha varato una normativa più adeguata e alle offerte della gente si è aggiunta anche una quota di partecipazione statale per i bambini ospitati.

Quella dei bambini umiliati nella dignità e ridotti alla povertà è una ferita che la Romania si porta avanti come una delle più dolorose eredità lasciate dalla dittatura e dal suo crollo fragoroso. In tutto il paese, attualmente, ci sono circa 57.000 bambini affidati a istituzioni statali o ecclesiastiche perché provenienti da famiglie in estrema difficoltà.

Negli anni, quella speranza evocata dalle poesie del papà di fra’ Böjte è divenuta realtà per migliaia di bambini che hanno trovato rifugio e amore grazie al coraggio e all’impegno del francescano. A oggi sono circa quattromila i bambini salvati e già usciti dalle case della fondazione che, nel frattempo, è cresciuta tanto da essere presente con le proprie case-famiglia in 83 località in tutta la Transilvania. Attualmente 2300 bambini e ragazzi vi trovano rifugio quotidiano e di questi circa un migliaio sono accolti in maniera stabile. Ci sono infatti case in cui si fa solo il doposcuola, e altre in cui l’accoglienza è a tempo pieno. In alcuni centri si aiutano le ragazze madri: in genere, spiega il religioso, prostitute che sono rimaste incinte.

Un popolo della speranza che va dai primissimi anni di vita fino all’età universitaria e all’inserimento pieno nella società. «In realtà — spiega fra’ Böjte — per legge non potremmo accogliere bambini sotto i tre anni», ma le storie concrete di tante famiglie in difficoltà portano ad allargare le braccia senza confini. Commosso, il frate ci parla di un fatto appena capitato. Una mamma in attesa del nono figlio decide di abortire, ma gli altri otto fratelli, già ospiti della fondazione, la convincono a rinunciare e la spingono ad affidare al francescano anche la nuova creatura: «Per cui il bambino, già tre giorni dopo la nascita, è arrivato tra noi».

Pochi giorni fa il francescano è giunto in pellegrinaggio a Roma con una trentina dei suoi giovani ospiti. Hanno partecipato come coro all’annuale messa che i cattolici ungheresi di Transilvania celebrano in ricordo del cardinale Mindszenty. Nell’occasione hanno anche preso parte all’udienza generale di Papa Francesco in piazza San Pietro. Al Pontefice fra’ Böjte ha presentato la fondazione e ha raccontato di un’iniziativa da lui portata avanti da qualche anno. Giacché i suoi piccoli ospiti chiedevano spesso come mai nella Chiesa non ci fossero tanti santi bambini, il francescano ha pensato di dare loro come modello Gesù e la sua infanzia: «Ho anche fatto scolpire una statua in legno e ho detto ai ragazzi: “Se voi vi rivestirete delle belle virtù che furono di Gesù bambino, vi permetterò di preparare dei vestiti per questa statua”. Loro lo hanno fatto, guidati anche da una serie di prediche che io ho fatto sulle varie virtù da seguire. Il 1° giugno poi, nel giorno in cui in molte parti del mondo si celebra la giornata del fanciullo, da qualche anno facciamo una grande festa in onore di Gesù bambino». E a Papa Francesco — al quale hanno regalato un grande quadro con l’immagine di Gesù bambino composta, in un foto-mosaico, dai volti dei 2300 bambini oggi ospiti nelle case — il gruppo di piccoli pellegrini ha proposto di inserire nel calendario liturgico proprio la festa di Gesù bambino «loro modello e loro eroe».

In quei volti gioiosi regalati a Papa Francesco è, di fatto, racchiusa la storia di migliaia di vite che in 25 anni hanno ritrovato la loro dignità: «E sono orgoglioso — ci tiene a dire il religioso — del fatto che tutti, davvero tutti, si sono sistemati nella vita. Nessuno di loro è tornato per strada». Con un’immagine tenerissima, cita un altro indicatore significativo: «Oramai sono diventato un nonno: posso dire di avere già circa un migliaio di nipotini, cioè i figli di quanti abbiamo accolto negli anni passati. E di questi mille nipotini nessuno è nostro ospite, segno che le famiglie riescono autonomamente a garantire loro una vita dignitosa».

E una cinquantina di ex-ospiti sono oggi tra i trecento collaboratori che operano nelle varie case. Storie di riscatto che si susseguono una dietro l’altra. «Anni fa — ricorda — accolsi una bambina di 5 anni. L’avevo trovata in una casa abbandonata: il papà era morto e la mamma era in prigione. È venuta da noi, è cresciuta, ha studiato, è andata all’università ed è diventata operatrice sociale. Oggi ha una scrivania nel mio ufficio ed è una delle mie più strette collaboratrici». Spiega fra’ Böjte: «Racconto tutto questo per dire che sono convinto che il Signore ci ha creati di buon materiale. Dio non crea scarti. Oggi si discute tanto se sia possibile integrare nella società alcune categorie di persone. Io penso che questi 25 anni abbiano dimostrato che integrare è possibile».

Ma in tanti anni passati a sanare le piaghe di una società ferita, chiediamo, quale è stata la difficoltà più grande? Gli occhi di fra’ Böjte diventano lucidi e, dopo qualche attimo di silenzio, risponde: «Credere che Dio non chiede cose impossibili!». E aggiunge: «Vede, in venticinque anni quante volte di fronte a sfide che sembravano enormi mi sono sentito tanto, tanto piccolo... Tante volte ci siamo sentiti come Mosè e, facendo affidamento solo sul Signore, abbiamo dovuto battere il bastone sul Mar Rosso per poterlo attraversare...».

«E il Mar Rosso si è aperto?»

«Sì. Ogni volta!». (maurizio fontana)

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