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Hermann lo storpio e la vita riscattata

· Nel romanzo «Il cielo vicino» di Laura Vallieri ·

Il titolo scelto — Il cielo vicino (Genova-Milano, Marietti, 2011, pagine 126, euro 14) — se pure fortemente carico di significato simbolico, non aiuta a capire di cosa parli questo breve romanzo storico di Laura Vallieri, scritto con uno stile semplice ma capace di far trasparire sempre il significato spirituale di una vicenda già in sé miracolosa. Forse, sarebbe stato più adatto un titolo meno avvincente, ma più reale: Hermann lo storpio.

Hermann (1013-1054) il figlio deforme e malato di una potente famiglia dell’impero, viene affidato fin da bambino ai monaci della celebre abbazia di Reichenau, sul lago di Costanza. L’amore con cui i monaci sanno accoglierlo e circondarlo e la sua pura e forte fede in Dio gli permettono di superare le drammatiche condizioni fisiche per sviluppare una straordinaria intelligenza.

Il monaco infatti, pur fra mille difficoltà e sofferenze, riesce a diventare un sapiente, impara a leggere e scrivere in varie lingue, fra cui l’arabo, a costruire strumenti scientifici e astronomici, compone musica sacra. Ma soprattutto il suo volto distorto dalla malattia rivela, dagli occhi, una luce spirituale che abbaglia chi viene in contatto con lui, imperatore compreso. E cambia la vita di tutti coloro che lo avvicinano. Tanto da diventare noto in tutto il paese lui, così deforme e sofferente, come “la perla” del monastero.

Il protagonista del romanzo, con la sua vita riscattata alla sofferenza, è al centro di un incrocio di vite segnate drammaticamente dalla violenza del tempo: una sorella monaca violentata dall’imperatore, suo figlio che riuscirà a ripercorrere la strada intellettuale e spirituale dello zio, una giovane nobile rapita dagli ungari, i barbari che incombono sul monastero. Una vita piena di sofferenze, non solo fisiche, quella di Hermann, ma vissuta nella letizia di una fede che gli dona luce e vita.

La vicenda narrata in questo romanzo si ispira a una storia vera, la breve biografia di un santo, Ermanno lo storpio, ritrovata insieme ad altri codici negli anni Quaranta a Oxford, durante dei lavori di ristrutturazione. E fu un grande storico gesuita di questa università, Cyril Martindale, a studiare questo testo e poi a farne una fortunata trasmissione per la Bbc.

È una breve storia luminosa, che colpisce ancora perché fa capire che «il cristianesimo è questo avvenimento che prende un uomo deforme e ne fa un uomo così, curioso di tutto, assetato di bellezza, intenso nella affezione», come scrive nella postfazione Mariella Carlotti. È una storia che tocca due punti cruciali della cultura contemporanea: in primo luogo, la tendenza “eugenetica” a cancellare gli esseri umani non perfetti, ignorando le loro potenzialità, uguali a quelle degli altri esseri umani e, in questo caso, addirittura superiori. Ma anche — secondo una tematica classica della narrativa tradizionale, basti ricordare Guerino il meschino — nei personaggi minori che ignorano le proprie origini e cercano di ricostruirle, l’importanza di sapere da chi si è nati: informazione fondamentale, che a molti figli nati da fecondazione eterologa viene negata.

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19 settembre 2019

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