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Heidegger e la caverna di Hitler

· Il «Corriere della Sera» pubblica un testo del 1933 ·

«Ogni epoca e ogni popolo hanno la loro caverna e gli annessi abitanti della caverna». Inizia così, con un rinvio al platonico «mito della caverna», il testo del filosofo tedesco Martin Heidegger intitolato A proposito del 30 gennaio 1933 e la cui traduzione italiana è stata anticipata, in parte, dal «Corriere della Sera» del 16 aprile. L'allegoria del VII libro della Repubblica , nella quale l'autore di Essere e tempo coglieva un nuovo senso ermeneutico della verità in quanto alètheia («dis-velamento»), rappresenta il perno centrale dell'attacco a Erwin Guido Kolbenheyer, «filosofo popolare» gradito al Terzo Reich e funzionario dell'Accademia prussiana delle arti. Kolbenheyer — dice Heidegger — «è vincolato alle ombre e le considera l'unica concretezza e l'unico mondo determinante». Quelle ombre sono le visioni biologiche del primo Novecento, che si basano «sull'impostazione di fondo del darwinismo», una dottrina che «non è qualcosa di assoluto e nemmeno di biologico». Si tratta di teorie superate — scrive Heidegger — che devono lasciare il posto a un'interrogazione più profonda sulla vita.

Il testo dell'attacco a Kolbenheyer compare oggi per la prima volta in traduzione italiana nel volume Che cos'è la verità? (Milano, Christian Marinotti Edizioni, 2011, pagine 336, euro 30) insieme ai corsi tenuti nel semestre estivo del 1933 e in quello invernale del 1933-1934.

Si tratta di materiali indubbiamente interessanti per fare luce su un momento molto delicato e controverso della vita di Heidegger, che si dimetterà dall'incarico di rettore a Friburgo nel 1934. Che poi, sulla base di tali scritti, si possa arrivare a parlare di un vero «strappo da Hitler», questo è un altro problema, ben più radicale.

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