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Hanno lottato
per il Vangelo

Le lettere paoline, al pari dei vangeli e del libro degli Atti degli apostoli, denotano un’alta presenza di figure femminili che godono di considerazione, se si tiene conto della scarsa valorizzazione della donna nelle società mediterranee del i secolo dopo Cristo. Questo fatto è per molti studiosi una traccia della loro decisiva importanza alle origini del cristianesimo. Se così non fosse, per logica i primi scritti cristiani avrebbero omesso tale dato, in quanto la sua incidenza sulla vita delle comunità e sulla missione evangelizzatrice andava controcultura ed era criticabile agli occhi di importanti autori pagani.

Nei saluti finali e nelle raccomandazioni particolari di ogni lettera, in genere Paolo dà un volto e un nome a questo variegato mosaico di credenti che probabilmente sono al servizio delle rispettive comunità e a capo della missione delle stesse. È il caso di Evodia e Sintiche a Filippi. A loro sono dedicati alla fine della lettera un paio di versetti: «Esorto Evodia ed esorto Sintiche a essere concordi nel Signore. Sì, prego pure te, mio fedele collaboratore, vieni in aiuto a queste donne, che hanno lottato per il Vangelo insieme a me, a Clemente e agli altri miei collaboratori i cui nomi sono nel libro della vita» (Filippesi 4, 2-3). Le scarne informazioni e i pochi dati non consentono di fare grandi disquisizioni né congetture. Ciononostante, i termini a loro riferiti e relazionati ad intra e ad extra alla lettera ai Filippesi possono gettare luce su queste enigmatiche figure.

Un primo appellativo che ricevono entrambe, insieme a Clemente e ad altri non citati per nome, è quello di synergós (“collaboratore”). Si tratta di un titolo attribuito nell’epistolario paolino indistintamente a uomini e a donne con funzione di guida, poiché con synergós non si è soliti designare i credenti in generale. Nella lettera ai Filippesi sono chiamati così Evodia, Sintiche, Clemente (4, 3) e Apafrodito (2, 25). In altre lettere a ricevere questo titolo sono Priscilla (Romani 16, 3), Timoteo (Romani 16, 21; 1 Tessalonicesi 3, 2), Apollo (1 Corinzi 3, 9), Tito (2 Corinzi 8, 23) e Filemone (Filemone 1).

Sebbene il vocabolario paolino attribuisca loro anche altri appellativi — per esempio a Febe «sorella», «benefattrice» e «diaconessa» (Romani 16, 2) — il termine «collaboratrice» poggia sul fatto di lavorare strettamente e fianco a fianco con Paolo sia nella missione sia nell’istituzione e nella crescita di una determinata comunità ecclesiale. Si potrebbe dire che il suo omologo veterotestamentario si trova nella famosa espressione di Genesi 2, 18 «gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». Espressione che, a parere di alcuni studiosi, non dovrebbe intendersi in termini di procreazione o di “dolce metà” trovata dall’uomo, bensì estendersi al piano lavorativo, che è la chiave del racconto della Genesi, e intendersi, in questo senso lavorativo-vocazionale, come complementarità.

Detta complementarità si respira nelle comunità paoline e traspare nei “gruppi missionari” come quello che è brevemente presentato in Filippesi 3, 4: Evodia, Sintiche, Clemente e altri collaboratori. A loro, o almeno in parte, è probabilmente rivolta la bella e sentita azione di grazie dell’esordio (Filippesi 1, 3-11) e sempre a loro probabilmente si riferisce l’appellativo inaugurale con cui si apre la lettera: «Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi» (Filippesi 1, 1). Pur trattandosi di una designazione inedita nelle lettere scritte da Paolo, secondo molti esegeti i termini «vescovi» e «diaconi» non hanno qui il significato tecnico che acquisiranno in seguito.

Come osservano gli studiosi, benché l’atteggiamento di Paolo rispetto al ruolo della donna si mostri ambiguo in alcuni testi (1 Corinzi 11, 2-16), in generale nelle lettere propriamente paoline le donne partecipano attivamente alla diffusione del Vangelo e alla guida delle comunità. Il che viene messo in luce da alcune coppie di missionari formate da coniugi come Priscilla e Aquila (1 Corinzi 16, 19; Romani 16, 3-5) o Giunia e Andronico (Romani 16, 7) o addirittura da due donne, come Evodia e Sintiche (Filippesi 4, 2) e Trifena e Trifosa (Romani 16, 12).

Tuttavia, con il passare dei secoli, la tradizione successiva a Paolo si è mostrata più restia al riguardo. Così si riflette nell’evoluzione stessa dei “codici domestici”. Mentre i primi, che accettano l’ordine patriarcale, insistono ancora sulla reciprocità delle funzioni tra i membri di una famiglia (Colossesi 3, 18 - 4, 1; Efesini 5, 21 - 6, 9), quelli di un secondo (1 Pietro 2, 18 – 3, 7) e un terzo periodo (1 Timoteo 2, 9-15; Tito 2, 3-5) esigono dalla moglie sottomissione e silenzio nei confronti del marito. Non solo, ma si osserva anche come, attraverso misure disciplinari, si cerchi di limitare l’autonomia della donna e di ridurre il suo insegnamento nella comunità, relegandola all’ambito domestico (1 Timoteo 5, 2-16; 5, 13; 2 Timoteo 3, 6; Tito 2, 3-5).

In un certo senso, questo tentativo di limitare le sue funzioni è testimonianza e retaggio di altre forme iniziali di procedere, così come riflettono la lettera ai Filippesi e altre propriamente paoline. Così come fattori esterni e interni alla Chiesa primitiva confluirono, nel ii secolo, portando pian piano alla scomparsa della guida comunitaria femminile, nel i secolo fattori esterni e interni al cristianesimo avevano contribuito alla sua affermazione. A tale riguardo gli studiosi sottolineano come le prime comunità cristiane si articolassero e organizzassero attorno alla casa (òikos), spazio specificatamente femminile. Posto che nella società civile l’ambito pubblico era riservato agli uomini.

Le prime comunità cristiane infatti erano nate come “chiese domestiche”, strutturate attorno a una casa (domus) che alcuni credenti mettevano a disposizione dei missionari e della comunità locale (Romani 16, 2. 5; 1 Corinzi 16, 19). Gli scritti del Nuovo Testamento riferiscono che donne ricche, nobili o di una certa rilevanza sono le principali benefattrici di alcune comunità. Così, negli Atti degli apostoli, Tabita di Giaffa (9, 36.42), Maria, la madre di Giovanni soprannominato Marco (12, 12-17), Lidia (16, 14; 15.40), Damaris di Atene (17, 34) o donne illustri di Tessalonica e Berea (17, 4-12), Priscilla e suo marito Aquila (18, 2-3) a Efeso (1 Corinzi 16, 19) e a Roma (Romani 16, 5), e Febe a Cencre (Romani 16, 1-2), che, oltre a ricevere il titolo di «sorella» e «diacono», è anche chiamata «benefattrice» (prostátis).

Questa sorta di matronato non si limita a contribuire con i beni, l’ospitalità o l’influenza sociale, ma spesso funge da anfitrione o svolge un ruolo di presidenza nelle riunioni, come afferma Paolo per la famiglia di Stefana, «che si è dedicata al servizio dei fratelli» (1 Corinzi 16, 15-18). Inoltre la condizione sociale di queste donne comporta verosimilmente un livello culturale più alto di quello della media e quindi esse possono esercitare una funzione d’insegnamento all’interno delle comunità. La disposizione a rimanere in silenzio nelle assemblee comprova l’esistenza di questa pratica (1 Timoteo 2, 12). Anche autori pagani come Celso accusano il cristianesimo di trasgredire l’ordine pubblico, proprio perché trasforma la «stanza delle donne» in un luogo d’istruzione (Contro Celso 3, 50.55). La critica di Celso e di altri autori pagani mostra che l’ospitalità di quelle donne non si limita all’ambito privato; esse stanno di fatto accedendo a sfere pubbliche che non sono proprie della loro condizione femminile.

La prima comunità in Europa viene fondata a Filippi e gli Atti degli apostoli associano la sua origine proprio alla conversione di una donna. Quando Paolo e Sila giungono lì, Lidia, una commerciante di porpora di Tiatiri, e tutta la sua famiglia si fanno battezzare (Atti degli apostoli 16, 11-15). Inoltre, dopo la liberazione dalla prigione, il testo narra che Paolo e Sila tornano a casa sua (Atti degli apostoli 16, 40). Probabilmente si tratta di una donna facoltosa con un certo grado di autonomia e di autorità, di cui è indizio il fatto che tutta «la sua famiglia» si converte. Non sorprende perciò, al termine della lettera ai Filippesi, la menzione di Evodia e Sintiche tra i membri chiamati per nome. Inoltre, essendo i loro nomi di origine greca, alcuni studiosi ritengono che una di loro potrebbe essere Lidia, oppure il misterioso Sizigo che, unito all’aggettivo, significa «vero compagno». Ma queste affermazioni non sono comprovate e restano pertanto congetture.

L’esortazione che rivolge loro («Esorto Evodia ed esorto anche Sintiche a essere concordi nel Signore») e il ricordo che evoca («che hanno lottato per il Vangelo insieme con me») riqualificano queste due donne che, come abbiamo già detto, rientrano nel titolo di «collaboratrici». Per esprimere il duro lavoro realizzato insieme a Paolo, viene utilizzato un verbo unico nell’epistolario paolino e nel Nuovo Testamento, poiché si trova solo qui e in Filippesi 1, 27, come esortazione. Si tratta di “lottare insieme”, synathléo. Il termine corrente per indicare “affaticarsi” o “impegnarsi duramente” è un altro, kopiáo. Ed è quest’ultimo che si applica generalmente sia agli uomini sia alle donne che lavorano fianco a fianco e instancabilmente per il Vangelo. Perciò in molte occasioni definisce le fatiche di Paolo e anche di quanti lo aiutano e lavorano a favore della comunità (1 Corinzi 16, 16; 1 Tessalonicesi 5, 12). Nella lettera ai Romani viene così definito il lavoro di Maria, Trifena, Trifosa e Perside (Romani 16, 6, 12).

Il verbo utilizzato nella lettera ai Filippesi per descrivere l’azione di Evodia e Sintiche appartiene invece al campo dell’atletica, synathléo. Anche se in sostanza ha lo stesso significato di quello sopracitato, evidenzia il fatto che hanno lavorato sodo come atlete insieme a Paolo per il Vangelo. Tutto ciò rimanda al ringraziamento iniziale della lettera: «È giusto, del resto, che io pensi questo di tutti voi, perché vi porto nel cuore, voi che siete tutti partecipi della grazia che mi è stata concessa sia nelle catene, sia nella difesa e nel consolidamento del Vangelo» (Filippesi 1, 7). Di quelle catene sopportate a Filippi riferisce il libro degli Atti degli apostoli (16, 16-38) e lo stesso Paolo ricorda in altre lettere gli oltraggi subiti a Filippi (1 Tessalonicesi 2, 2) e le sofferenze e i pericoli che vivono i cristiani di Macedonia (2 Corinzi 7, 5; 8, 2). Pertanto questo “lottare insieme” ha un orizzonte missionario ed evoca una sofferenza comune che, come in altri luoghi, può significare mettere a repentaglio la propria vita. Così, per esempio, si dice che Priscilla e Aquila rischiarono la loro testa per salvare Paolo (Romani 16, 4) e di Andronico e Giunia si riferisce che furono compagni di prigionia (Romani 16, 7).

Se l’azione di “lottare insieme” a Paolo per il Vangelo è un’azione ad extra, l’esortazione rivolta a Evodia e Sintiche riguarda un comportamento ad intra, l’“essere concordi” nel Signore. Questo verbo, phronéo, costituisce una specie di Leitmotiv nella lettera e la sua presenza qui metterebbe in luce l’esistenza di una certa discordia o rivalità tra le due donne. Di fatto, sebbene il tono della lettera ai Filippesi sia abbastanza familiare e cordiale, l’unico rimprovero che viene mosso loro sotto forma di esortazione è di cercare di “essere concordi”, phronéo, in Cristo, il che implica il non agire per vanagloria ma con umiltà (Filippesi 2, 1-5) e sull’esempio di Gesù, che non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio (Filippesi 2, 6).

Benché risulti impossibile chiarire il motivo di questa esortazione a Evodia e a Sintiche, si può ipotizzare che l’invocazione paolina sia attribuibile al fatto che sono due personaggi singolari e significativi all’interno della comunità e quindi il loro esempio può risultare decisivo nella costruzione della stessa. Loro, che hanno lottato insieme a Paolo per il Vangelo, devono ora remare nella stessa direzione e contribuire con la propria vita a ottenere nella comunità di Filippi l’unità dei cuori, l’“essere” concordi” in Cristo.

di Marta García Fernández

L’autrice

Marta García Fernández è una religiosa della Congregazione delle Suore di Nostra Signora della Consolazione. Dopo una laurea in scienze bibliche al Pontificio istituto biblico (2004) e un dottorato in teologia presso la Pontificia università gregoriana (2008), nel 2009 ha iniziato a insegnare nella facoltà di teologia della Pontificia università Comillas (Madrid). La sua pubblicazione principale è: Consolad, consolad a mi pueblo. El tema de la consolación en Deuteroisaías (Analecta Biblica 181, Roma 2010).

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