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Uomo per noi ha riempito l’universo

· L’Ascensione nelle omelie di Severo patriarca di Antiochia ·

L’Ascensione del Signore, celebrata il quarantesimo giorno dopo la risurrezione, è una delle grandi feste in tutte le Chiese cristiane, attestata già dal IV secolo. In tre omelie cattedrali predicate in tre anni di seguito (513-515) Severo di Antiochia collega la festa all’incarnazione di Cristo, mettendo quasi in parallelo le feste dell’Annunciazione e dell’Ascensione.

«Ascensione del Signore» (XVIII secolo, monastero di Nostra Signora di Saydnaya, Siria)

Apre la prima omelia un’immagine molto bella, cioè quella del «farsi straniero» applicata a Cristo stesso e alla sua incarnazione: «O filantropia eccelsa e meravigliosa. Perché è salito come straniero e non straniero, ora che si trova nelle regioni degli eserciti spirituali e incorporei. Come straniero da una parte perché adesso, per la prima volta nella sua carne, siede su un trono eccelso. Come non straniero, dall’altra, perché diventato uomo per noi senza mutamento, non aveva lasciato il suo luogo in cielo. Era tra noi come uomo, e come Dio riempiva l’universo».

La vera incarnazione del Verbo di Dio viene ancora messa in luce nella sua Ascensione in cielo con un corpo segnato dalle ferite della croce: «Ed è portando a compimento questi misteri, che colui che è risorto dai morti, dopo essere stato traforato al fianco dalla lancia, e nelle sue mani e i suoi piedi dai chiodi, è salito ai cieli portando i segni della vittoria e del trionfo sulla morte, per mostrare agli angeli del cielo perché si era incarnato colui che è morto volontariamente. E quando assaporò la morte, non vide la corruzione».

Nella seconda omelia Severo riassume la storia della salvezza: «Di fronte alla ricchezza di questa filantropia sono nell’ammirazione. Perché colui che è dalla stirpe di Abramo, dalla radice di Iesse e di Davide, nato dallo Spirito Santo e dal grembo verginale, colui che è stato concepito, che è nato a Betlemme, messo in una mangiatoia e nei panni, colui che è cresciuto e – questa è la cosa più importante – colui che è stato crocefisso, messo in un sepolcro, che è sceso nell’Ade, costui è salito fino al trono più eccelso ed elevato e vi siede insieme al Padre».

Infine, nella terza delle omelie il predicatore accenna a un luogo di celebrazione o di pellegrinaggio nel giorno dell’Ascensione: «Io celebro le tradizioni degli apostoli, che i pastori di questa Chiesa ci hanno tramandato come eredità paterna. E una di queste tradizioni è che la Chiesa oggi salga alla cima di questa montagna, manifestando così che è per noi e non per se stesso che Cristo è salito al cielo. Lui che riempie il cielo e la terra, e le cose visibili e invisibili, è salito corporalmente al cielo portando tutti noi assieme a lui». Si tratta forse dell’indicazione di uno dei luoghi di pellegrinaggio attorno ad Antiochia dove la comunità si recava a celebrare l’Ascensione.

Incarnazione del Verbo, glorificazione dell’uomo redento: questa teologia di Severo si ritrova nella tradizione liturgica bizantina. Uno dei tropari del vespro riprende il tema con un’immagine poetica molto bella e profonda: «O tu che per me come me ti sei fatto povero. Visibilmente è stata innalzata fino all’alto dei cieli la magnificenza di colui che si è fatto povero nella carne, e la nostra natura decaduta ha l’onore di assidersi accanto al Padre».

L’immagine del farsi straniero usata da Severo si unisce nella liturgia con il tema del Verbo di Dio che si fa povero. Usando espressioni umane e toccanti per indicare la filantropia di Dio verso l’umanità redenta: «Tu che, senza separarti dal seno paterno, o dolcissimo Gesù, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal Monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando, compassionevole, la nostra natura caduta, l’hai fatta sedere con te accanto al Padre».

di Manuel Nin

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22 settembre 2019

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