Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Ha messo d’accordo tutti

· La visita del Papa sulla stampa italiana ·

«Si è diradata subito la nebbia a Milano»: è l’immagine chiara ed efficace scelta da Enzo Bianchi per raccontare Papa Francesco a Milano, nell’editoriale apparso domenica 26 marzo su «la Repubblica». Una visita, quella del Pontefice, che ha suscitato ampi consensi su tutti i mezzi di comunicazioni italiani. Del resto, ha fatto notare Bianchi, Francesco è andato a Milano «per incontrare gli uomini e le donne di quella terra, per stare con loro e in particolare con quelli tra loro più deboli ed emarginati, a cominciare da tre famiglie sofferenti delle Case bianche. Non a caso la sosta più lunga e più raccolta — congedato tutto il seguito e preso con sé solo il pastore di quella chiesa — Francesco ha voluto trascorrerla in carcere, in quel San Vittore». E così «ancora una volta i gesti di questo Papa contano molto più delle sue parole».

Secondo Bianchi, «il vescovo di Roma ha voluto offrire alla chiesa di sant’Ambrogio queste tre chiavi per rinnovare la “grande missione di Milano”, lanciata dall’arcivescovo Montini sessant’anni fa: fare memoria del passato, essere consapevoli di appartenere alla realtà universale, mai localistica, del “grande popolo di Dio” e credere nella “possibilità dell’impossibile”». In sostanza, è la conclusione del fondatore della comunità di Bose, «con questa visita a Milano Papa Francesco ancora una volta chiede alla Chiesa italiana un mutamento, una conversione da attuare senza paure e smarrimenti ma con gioiosa e grande speranza». Su questa strada Francesco «non demorde e continua a scuotere i cattolici con una forza e una convinzione che a volte sconcerta e crea opposizioni, perché è la forza stessa del Vangelo».

E all’immagine della nebbia finalmente fugata ha fatto ricorso anche Pierangelo Sequeri su «Avvenire», di domenica 26 marzo. Il Papa — ha scritto il preside del Pontificio istituto Giovanni Paolo II parlando da milanese — «è venuto a Milano per confermare la nostra fede. L’ha fatto. È venuto in letizia e in letizia è stato accolto, come se ci vedessimo spesso e avessimo piacere di ascoltare da lui parole semplici, pulite, forti. Le nebbie, se c’erano, se ne sono andate. E noi siamo di quelli che aspettano che spiova, per muoverci».

Nel suo commento, sempre su «Avvenire», Umberto Folena chiede «se proprio questo fosse il compito di un Papa: far incontrare la terra e il cielo; far camminare chi è paralizzato dalla rassegnazione; far uscire chi nella luce si sente disorientato e si rifugia nella penombra protettiva; rincuorare chi teme le periferie e gli incontri che vi si possono fare, chi trema di fronte alla diversità non sapendo più confrontarsi con chi non è identico a lui; invitare a ragionare, a ricordare, a sperare chi ritiene di non aver bisogno di nulla se non di se stesso e delle fragili certezze a cui è aggrappato. Tutto quello che ha fatto ieri a Milano, e molto altro».

Tra le cronache pubblicate dal «Corriere della sera», sempre nell’edizione del 26 marzo, ci sono anche le testimonianze dei detenuti che il Pontefice ha incontrato a San Vittore. Ha scritto Salvatore Piccoli: «Oggi mi sento libero, nella mente e nell’anima, oggi so che anche qui in questo inferno di peccatori non siamo dimenticati, non siamo solo un numero di matricola ma di nuovo uomini, donne, madri, padri e figli. Grazie Francesco». Da parte sua, in un commento Massimo Franco rileva come il Papa abbia lanciato «un invito forte a rifiutare il riflesso della paura. E a ben guardare, suona come risposta indiretta all’allarme e al senso di precarietà prodotti da attentati terroristici come quello di mercoledì a Londra. Ma la prospettiva proposta da Francesco va oltre il ripiegamento provocato dall’eversione che si definisce islamica. È l’affermazione serena e ferma di un modello di società opposto a quello di chi predica e tenta di costruire un’Europa e un Occidente dominati dall’intolleranza e dalla paura; e sogna una sorta di fortezza che dovrebbe proteggere da un male che diventa pregiudizio verso l’“altro”».

Per Stefano Zurlo, autore dell’editoriale su «Il giornale» di lunedì 27 marzo, il Pontefice «questa volta ha messo d’accordo tutti: bergogliani e antibergogliani. Il partito anti Francesco si è squagliato sulle strade di Milano, riempite di allegria e commozione, e sul pratone di Monza, affollato all’ inverosimile. Anche i detrattori più accaniti, quelli che lo dipingono con toni grotteschi e inquietanti, si sono presi un giorno sabbatico».

Di forte impatto, infine, la vivace testimonianza che il popolare attore comico Giacomo Poretti ha scritto su «La stampa» nell’edizione di lunedì 27 marzo. «Per le strade di Milano e Monza — ha fatto notare — si è urlata la speranza di incontrare qualcuno che ci possa accogliere come solo una madre sa fare; si è urlata la speranza che esista qualcuno su questa terra che non ci sgridi e basta, che ci faccia sentire solo inadeguati e sbagliati, si è urlata la speranza di trovare qualcuno che accolga le nostre innumerevoli imperfezioni e difetti. Si è urlato di stupore perché qualcuno ci ha confermato che esiste una via che porta da qualche parte, si è urlato per la gioia perché qualcuno ha confermato che esiste la strada per costruire relazioni e progetti, si è urlato perché qualcuno ha detto che la serenità è possibile, si è urlato rabbiosamente perché tutti quanti si pensava di avere smarrito la strada, ma il Vigile delle anime ha mostrato con la sua paletta dove svoltare». Infine, ha aggiunto Poretti, «si è urlato di gratitudine perché esiste qualcuno che ci incoraggia; si è urlato sfiniti e al fine pacificati perché abbiamo compreso che qualcuno non ci lascerà mai soli».

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

13 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE