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Ha insegnato ai giovani l'arte di sapersi ascoltare

· Il cardinale Bertone a Civitavecchia per le esequie del vescovo Carlo Chenis ·

Un «autentico homo apostolicus » che «aveva caratterizzato il suo ministero sacerdotale ed episcopale a servizio dei giovani, verso i quali aveva già speso e desiderava spendere ancora le sue energie più belle». È il ritratto del vescovo Carlo Chenis tratteggiato dal cardinale Tarcisio Bertone durante la celebrazione delle esequie, presieduta nel porto storico di Civitavecchia martedì pomeriggio, 23 marzo. Il presule salesiano, morto prematuramente a soli cinquantasei anni, è stato poi sepolto nel santuario della Madonna delle Grazie della cittadina laziale.

«Il Signore completa oggi — ha detto il porporato ai fedeli della diocesi di Civitavecchia-Tarquinia durante il rito — il cammino dell'esistenza terrena del vostro amato Pastore e nostro comune amico: la splendida avventura del sacerdozio, la consacrazione a Dio nella santa Madre Chiesa, sulle orme di don Bosco e, in seguito, nella chiamata ad essere vescovo di questa Chiesa particolare». In proposito il cardinale Bertone ha sottolineato come la morte repentina di monsignor Chenis tocchi intimamente e profondamente chiunque lo abbia conosciuto. «Il Signore lo ha provato con una grave malattia — ha spiegato — e tutti lo abbiamo accompagnato con trepidazione e dolore. Anche Benedetto XVI gli è stato vicino, come in questo momento è vicino ai familiari, ai fratelli salesiani e al presbiterio diocesano», ha aggiunto.

Quello del presule Carlo è stato «un breve passaggio» fra la gente di Civitavecchia e Tarquinia: «Consacrato vescovo per questa Chiesa solo il 10 febbraio 2007 e giunto due settimane dopo», ha però lasciato un esempio che «esorta a vivere il breve spazio della vita terrena come un tempo di grazia, il tempo in cui incontrare e accogliere Gesù Maestro, che in diversi modi ha bussato e continua ancora a bussare alla porta del nostro cuore». Soprattutto — ha proseguito il segretario di Stato — «a quello di tanti giovani che in monsignor Chenis avevano trovato un fratello, un compagno di vita, una guida saggia e sicura».

Definendo il compianto presule un «servo buono e fedele», ha esortato a «sperare e credere più fermamente nel Signore», perché «se possiamo riconoscerlo, pur nel dolore e nel pianto, come l'autore della vita e di ogni cosa, è anche grazie agli insegnamenti, agli esempi, alla testimonianza evangelica che questo nostro fratello defunto ha tracciato e seminato in mezzo a noi, e che ora brillano come suo testamento». Da qui il rendimento di grazie a Dio per la vocazione che gli ha dato, per la luce di Cristo che monsignor Chenis ha saputo irradiare con la sua vita, per i fermenti di giustizia e di fraternità che ha disseminato in mezzo al popolo a lui affidato. Lo testimoniano le persone che hanno conosciuto il vescovo Carlo, nelle diverse fasi della sua esistenza, tanto che il cardinale Bertone si è detto fermamente convinto «che egli si fosse dato come primo suo compito proprio l'edificazione concreta del Regno di Dio, della “Gerusalemme nuova”».

E in questo luminoso orizzonte il celebrante ha iscritto anche l'amore di monsignor Chenis per l'arte «coltivato e messo a servizio della Chiesa. Con perseverante pazienza, egli desiderava infatti curare il tempio fatto da mani di uomo». Ecco allora il ricordo dei suoi numerosi scritti, del suo lavoro scientifico, «animato però sempre — ha commentato il segretario di Stato — dal desiderio di edificare la Chiesa, la comunità cristiana, quale tempio vivo, dimora della sua gloria, luogo nel quale Dio sceglie continuamente di abitare. Desiderava aiutare tutti a fare esperienza della Chiesa come casa di Dio edificata in mezzo alla nostra città, ai luoghi quotidiani di vita e di lavoro e dove poter incontrare Dio e aiutare gli uomini a riconoscerlo».

Infine il riferimento all'azione pastorale di monsignor Chenis, che rimanda direttamente ai giovani, verso i quali nutriva un amore «assunto e vissuto come metodo di vita alla scuola di san Giovanni Bosco: l'apostolato svolto in Sardegna durante i periodi estivi e la Settimana Santa, in mezzo alla gioventù e nelle parrocchie. Ai giovani — ha confidato il cardinale Bertone — si presentava portando il sorriso di Dio con il suo volto, con il suo entusiasmo, promuovendo varie ed efficaci iniziative. Qualcuno in questi giorni ha detto: “Ci ha insegnato l'arte di saperci ascoltare e di essere propositivi per vincere il pessimismo”». Altri aspetti del suo apostolato sono stati l'attenzione per la vita consacrata — «quante religiose ha guidato, e quante comunità ha indirizzato verso una robusta fedeltà al proprio carisma fondazionale», ha commentato il celebrante — e la promozione della comunione fraterna fra i sacerdoti. In pratica — ha concluso il segretario di Stato — «tutto quello che il vescovo Carlo ha seminato non andrà perduto. Tutto egli ha offerto, intimamente convinto che il Padre celeste avrebbe comunque provveduto, “poiché — sono parole sue — la sua Chiesa è costituita in una marcia a staffetta, sostenuta dagli uomini di buona volontà”».

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