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Ha aperto una porta

· La grandezza del pontificato di Benedetto XVI ·

«Ecclesiasticus» dalla testa ai piedi

Un bilancio del pontificato alla vigilia della sua fine? Nel 2005 i media sussurravano: un Papa di transizione! L’affermazione era tanto giusta quanto banale. Secondo la comprensione cattolica, ogni Papa è un uomo di passaggio, che per un certo tratto guida la Chiesa nel suo cammino attraverso il tempo, per poi essere sostituito dal prossimo successore di Pietro, che sarà responsabile per il tratto seguente (sia esso più lungo o più breve). Per questo, nell’immediata vicinanza temporale di un cambiamento di pontificato non si possono dare notizie di una qualche portata relative a un bilancio dell’era appena conclusa. Un tale bilancio dovrebbe poter sondare l’importanza che riveste il tratto di tempo appena percorso rispetto al cammino complessivo, vale a dire nella storia.

La prima volta che ho incontrato Joseph Ratzinger è stato nel 1962, a Roma, nel cortile del Pontificio Collegio Germanico e Ungarico, all’inizio della prima fase conciliare. Ho potuto conoscere un uomo che era straordinariamente radicato nella sua terra, l’antica Baviera, con la sua sana pietà locale, ma che al tempo stesso brillava per la sua meravigliosa conoscenza della tradizione teologica. Grazie alla mia conoscenza dell’ambiente romano avevo una certa familiarità con la scolastica, e Ratzinger mi dischiuse il mondo a me meno noto, ma che presto trovai affascinante, del monachesimo contemporaneo e, in particolare, dei tesori della patristica. Joseph Ratzinger ha pubblicato decine di migliaia di pagine; la sola bibliografia supera le 400 pagine. Stranamente, tra queste vi sono relativamente poche opere monografico-sistematiche. È possibile individuare elementi comuni, un filo rosso nel labirinto, un modo di pensare che mette a fuoco la sua personalità? Penso che, come per Goethe, anche tutte le sue pubblicazioni siano "frammenti di una grande confessione".Il centro dell’interesse di Ratzinger, che diventa facilmente riconoscibile nella sua opera omnia, è la Chiesa. Egli è, dalla punta dei capelli fino alla punta dei piedi, ecclesiasticus, personalità della Chiesa.

Promuoverne il bene, con tutte le proprie forze, è l’impeto del suo pensiero e della sua azione letteralmente fin dall’infanzia. Lo straordinario culmine di questo è stata la sua dichiarazione di rinuncia l’11 febbraio. È proprio come il concilio per Giovanni XXIII: il fatto che si trattasse di un atto storico all’epoca era facilmente intuibile; l’importanza che avrebbe avuto per la comunità dei credenti invece no.

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20 ottobre 2019

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