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Guida per l’anima

· Tornano a casa gli affreschi del Camposanto pisano ·

Particolare del «Trionfo della Morte» restaurato

«Era l’ultimo affresco da restaurare — ha detto Antonio Paolucci presentando l’opera, liberata dalla patina nera che ne oscurava forme e colori, nell’aprile scorso — adesso entrare al Camposanto di Pisa sarà come aprire il libro base di storia dell’arte del Trecento italiano». Il 6 giugno una delle testimonianze più belle arrivate fino a noi del secolo di Petrarca e Boccaccio sarà visitabile gratuitamente; dal pomeriggio alle 22 il Camposanto monumentale apre le sue porte. L’Opera della Primaziale, che custodisce i monumenti di piazza dei Miracoli, festeggia così il ricollocamento in parete del Trionfo della Morte di Buonamico Buffalmacco e la conclusione di un lungo e difficile progetto: il salvataggio di quanto rimane del grande ciclo pittorico che decorava il Camposanto.

Il ciclo di affreschi, dipinto dai maggiori maestri del Trecento

e Quattrocento, è un’opera immensa, composta da quasi duemila metri quadrati di pittura. Danneggiato gravemente durante la seconda guerra mondiale, ha subito un restauro lunghissimo, che ha visto generazioni di restauratori, storici dell’arte e scienziati avvicendarsi alla ricerca della migliore soluzione possibile per salvare quel che resta di questo tesoro.

Gli interventi sono stati compiuti dalle maestranze dell’Opera della Primaziale, a partire dal 2009, con il controllo della direzione lavori presieduta da Antonio Paolucci e con la supervisione dei capi restauratori Carlo Giantomassi e Gianluigi Colalucci. I nuovi responsabili da allora hanno proseguito il restauro e la ricollocazione in parete di molti affreschi già staccati, ma soprattutto hanno dato un contributo fondamentale per il restauro delle tre grandi scene del ciclo più conosciuto, quello di Buffalmacco: le Storie degli anacoreti, il Giudizio Universale e l’Inferno e il celeberrimo Trionfo della Morte. Il ciclo fu uno dei primi a essere stati realizzati, tra il 1336 e il 1341. Dipinto da Buonamico Buffalmacco (o da un anonimo maestro poi assimilato al protagonista di tante novelle di Boccaccio) si compone di tre diverse scene: le Storie dei Santi Padri, il Giudizio Universale e l’Inferno e il Trionfo della Morte. È in quest’ultima scena che il pittore raggiunge la sua massima espressione, combinando diversi nuclei narrativi autonomi, funzionali alla rappresentazione del tema.

Il primo vede, all’estrema sinistra, tre cadaveri improvvisamente scoperti da una brigata di giovani eleganti, impegnati in una battuta di caccia; al centro un gruppo di storpi e mendicanti nell’atto di invocare la rapida fine che già ha raggiunto laici ed ecclesiastici al loro fianco; sulla destra, infine, si svolge la serena conversazione di un gruppo di giovani sullo sfondo di un lussureggiante giardino. Su tutti incombe la morte, accompagnata da una schiera di demoni alati che lottano in cielo con schiere di angeli per conquistare le anime dei defunti.

Anche la scena del Giudizio Universale è impostata su due livelli: Cristo e la Madonna in alto, affiancati dagli angeli e la sfera celeste, mentre nell’ordine inferiore i morti vengono divisi tra eletti, trattenuti alla destra di Cristo, e dannati trascinati nei gironi dell’inferno.

La narrazione prosegue con la scena successiva, le Storie dei Santi Padri, ovvero gli anacoreti tentati nel deserto egiziaco dal demonio che si presenta in mille travestimenti. Tutto il ciclo di Buffalmacco risente delle opere del trecentesco Domenico Cavalca, fustigatore di ogni vanità mondana, e mostrano grandi affinità con le coeve creazioni di Dante e di Boccaccio.

La vivacità narrativa e la vividezza dei colori, che tappezzavano le pareti dei corridoi del Camposanto, catturavano l’attenzione dello spettatore, guidandolo in una continua riflessione sul tema della sofferenza e del limite.

Un percorso spirituale che si dipana in uno spazio delimitato dalla luminosa cortina di marmo bianco che si affaccia sulla Piazza del duomo.

di Silvia Guidi

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22 settembre 2019

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