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Guardo le mie mani e ti vedo

· Alla madre scomparsa ·

Quando morì mia madre io ero lontana, vivevo in un altro paese, non sono potuta andare al suo funerale, non potevo immaginarla chiusa in una cassa di legno, era impossibile per me realizzare che non l’avrei potuta vedere mai più. Non volevo che morisse, però sapevo che non potevo fare altro che aspettare la fine, lontano.

Ogni squillo del telefono per Natale, il giorno del mio compleanno o quello di mio figlio, mi portava il suo ricordo. Ho potuto realizzare la sua morte, quando dopo un anno, un’amica mi ha prestato i soldi del biglietto e io sono tornata.

Lentamente i miei passi percorrono la distanza dalla casa dei miei al cimitero, l’ultimo cammino fatto da mia madre senza la mia presenza, senza che io potessi piangere e abbracciarla per l’ultima volta; penso che chi ha la fortuna di accompagnare i suoi cari nell’ultimo pezzo di strada su questa terra può elaborare il lutto più velocemente di chi sta lontano.

Ogni passo è un ricordo, una sensazione vissuta, un profumo, un odore di cucina, un sorriso, un’angoscia, una tristezza, una parola, una carezza, ogni passo è lei al mio fianco; sono davanti a quello che da noi si chiama “pantheon” (dove riposano tutti i membri della famiglia), mi fermo, cerco le chiavi, apro la porta, sento che mi manca l’aria, esco, avevo in mano un mazzo di fiori e decido di sistemarli; la bara è avvolta da un lenzuolo ricamato, la tocco, sento qualcosa sotto, levo piano piano un estremo del lenzuolo e trovo tre fiori secchi con un biglietto scritto da mio fratello che diceva: “In ricordo della nonnina i tuoi nipoti, Federico, Matías e Facundo”.

Sono uscita, cerco una risposta a non so quale domanda, lei non c’è, se ne era andata e io ero in un paese lontano; non piangevo, non era del pianto che avevo bisogno, bensì di una risposta a mille domande; alla fine ho capito, lei non era lì, lì c’era un corpo che si sarebbe sfumato nel tempo, invece lei era dappertutto io andassi, in qualsiasi parte del mondo io stessi, nei miei pensieri, nel mio ricordo.

Sono all’aeroporto di Ezeiza, aspetto l’aereo che mi porterà di regresso a Roma; guardo le mie unghie con lo smalto che mi ha fatto mettere la mia amica Alicia da una signora che viene a domicilio e fa questo mestiere. L’atto in sé sembra superficiale e trascendente, ma quando è morta mia madre, la prima cosa che veniva alla mia mente quando pensavo a lei erano le sue mani, le mani che io appoggiavo sul mio viso e lì rimanevo per ore, accompagnando la sua agonia, come se volessi registrare per sempre il suo calore, la sua tenerezza, il suo amore materno, la sua sofferenza, la sua tristezza, la sua paura della morte, dello sconosciuto, della solitudine. Molte volte mi capitava di vedere le mie mani come se fossero le sue, come una sovrapposizione, si muovevano facendo gli stessi gesti e qualcosa dentro di me non lo voleva, voglio ricordare le sue, ma voglio le mie mani, voglio essere io.

Sto cercando di registrare nella mia mente, per non dimenticare mai più, tutte le sensazioni che mi ha trasmesso nel corso della mia vita.

E adesso che guardo le mie mani e vedo le unghie rosse, il movimento lento di piccoli gesti che mi appartengono, sento che mi stacco dal dolore e sorrido nel suo ricordo.

L’aereo atterra a Fiumicino, chiudo gli occhi e percepisco il futuro.

Nora Frey

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15 dicembre 2019

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