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Guardare all’Africa con occhi nuovi

· Il continente vive oggi una trasformazione epocale ·

Alle tante sfide e opportunità poste dal continente nero sarà dedicato il convegno «Dove va l’Africa?» organizzato dal Pime (Pontificio istituto missioni estere), dall’Università cattolica del Sacro Cuore e dall’Unione cattolica stampa italiana, che si terrà sabato 24 novembre a Milano. Interverranno all’incontro Mario Raffaelli, presidente di Amref Health Africa ed ex sottosegretario per gli affari esteri del governo italiano; Mario Molteni, ordinario di economia aziendale all’Università cattolica del Sacro Cuore e amministratore delegato di E4Impact Foundation; Giovanni Putoto, responsabile per ricerca e la programmazione di Medici con l’Africa - Cuamm; Angela Bassoli, della facoltà di scienze agrarie e alimentari dell’Università di Milano; Padre Gabriele Beltrami, responsabile della comunicazione dei missionari scalabriniani. Del convegno, del suo significato e della sua importanza parla in questo articolo Anna Pozzi, giornalista del Pime ed esperta di Africa.

L’Africa non è un paese, è un continente. Sembrerebbe una banalità, ma la scarsissima conoscenza che oggi abbiamo di questo vasto e variegato mondo — nonché i consolidati stereotipi e i cliché che ne banalizzano la complessità — chiede che si provi a guardare con occhi nuovi un continente che sta vivendo trasformazioni epocali e a cui, in Italia come Europa, siamo legati da antichi e nuovi interessi e responsabilità. E sempre di più dalla presenza di migranti e di nuove generazioni di afro-italiani che ci chiedono di confrontarci con più consapevolezza sul nostro futuro comune.

Per questo, il Pime di Milano, con l’università cattolica del Sacro Cuore e l’Ucsi Lombardia, ha promosso per sabato 24 novembre un convegno sul tema: «Dove va l’Africa?». Proprio per guardare un po’ “oltre” e per guardare meglio “dentro” questo continente di 54 paesi, con più di un miliardo e 200.000 abitanti, a cui i principali telegiornali italiani dedicano meno del 10 per cento delle notizie. La maggior parte di queste, peraltro, riguardano tragedie o, sempre di più, migrazioni. E dunque parlano molto più di noi che di loro. O meglio, parlano molto di migranti — spesso in chiave allarmistica o propagandistica —, ma poco o nulla dei paesi da cui arrivano. L’Africa è quasi completamente scomparsa dai media, se non dai pochi strumenti specialistici o dalla stampa cattolica e missionaria, che continua a resistere nell’indifferenza generale.

Eppure questo enorme continente, con differenze e dinamiche molto diverse da paese a paese o da regione a regione, sta vivendo una stagione di trasformazioni epocali da tutti i punti di vista: politico, economico, sociale, ambientale, tecnologico e culturale.

«Paradossalmente — commenta Mario Raffaelli, presidente di Amref Health Africa ed ex sottosegretario agli esteri, che sarà presente al convegno del Pime — oggi conosciamo di meno l’Africa di venti o trent’anni fa, nonostante ci siano molti più strumenti a disposizione. C’è meno attenzione dei media e dell’opinione pubblica, nonostante la posta in gioco enorme». La sua organizzazione ha pubblicato, in collaborazione con l’associazione Carta di Roma che monitora l’informazione sui temi delle migrazioni, un decalogo per una corretta informazione sull’Africa. A partire dall’assunto più scontato, ma evidentemente non ancora così acquisito, ovvero che l’Africa non è un paese ma, appunto, un enorme continente, che per le sue dimensioni potrebbe contenere Stati Uniti, Cina e India.

Oggi l’Africa non è più — o non solo — un continente povero e devastato dalle guerre. È anche quello che economicamente cresce di più al mondo, con tante sperequazioni, ma anche con nuove inedite possibilità, che riguardano innanzitutto il mondo giovanile, l’accesso sempre più diffuso alle nuove tecnologie o la creazione di nuove opportunità lavorative e imprenditoriali. Anche per giovani europei. Lo dimostra bene l’esperienza della fondazione E4Impact, nata nel 2015 e guidata dal professor Mario Molteni, ordinario di Economia aziendale presso l’università cattolica del Sacro Cuore: «Il nostro obiettivo — spiega il docente — è quello di promuovere e sostenere in vari paesi dell’Africa una cultura dell’imprenditorialità in grado di portare sviluppo attraverso un’alleanza con le università africane per formare una nuova generazione di imprenditori a forte valenza sociale». Attualmente il master in amministrazione e gestione d’impresa coordinato dall’università cattolica viene realizzato in otto paesi: Kenya, Costa d’Avorio, Ghana, Camerun, Senegal, Sierra Leone, Sudan e Uganda. A cui andrà ad aggiungersi, il 21 novembre, l’Etiopia.

Un’esperienza simile è quella realizzata dall’università di Milano in Sierra Leone, in collaborazione con l’università cattolica di Makeni e la fondazione St. Lawrence di Rescaldina, in provincia di Milano. «Tre soggetti molto diversi — spiega la professoressa Angela Bassoli della facoltà di scienze agrarie e alimentari dell’università di Milano — che, in un paese molto difficile come la Sierra Leone, colpito duramente anche dall’epidemia di Ebola, sono riusciti a portare avanti un progetto che coniuga alta formazione e imprenditoria in un campo cruciale come quello dell’agricoltura».

Strumenti formativi e tecnologici d’avanguardia, anche in campi tradizionali come quello dell’agricoltura (e non solo), in un continente anagraficamente molto giovane, potrebbero innescare dinamiche di crescita e di sviluppo in grado di tradursi anche in concreti e reali miglioramenti delle condizioni di vita della gente.

Certo, il condizionale è d’obbligo, perché ancora oggi molti parametri — tra cui i dati relativi all’accesso all’istruzione o alla sanità di base — sono in molti casi sconfortanti. Ci sono paesi come il Niger dove a malapena il 20 per cento degli adulti è alfabetizzato (e solo l’11 per cento delle donne), ma anche altri come Zimbabwe o Botswana dove si supera l’80 per cento o il Sud Africa dove si arriva al 95 per cento.

Altro aspetto estremamente critico è l’aumento delle persone che soffrono la fame e che secondo la Fao sono arrivate a 256 milioni, anche in conseguenza di gravi situazioni di instabilità politica o di conflitto (come in Repubblica Democratica del Congo o in Sud Sudan), di drammatici cambiamenti climatici (come il bacino del lago Ciad), ma anche di politiche internazionali che hanno reso il continente dipendente dalle importazioni di generi alimentari, il cui prezzo non è certamente stabilito in Africa. Di contro, non si arresta il fenomeno del land grabbing, ovvero la cessione di vastissime estensioni di terra date in gestione a governi o privati per produzioni come la palma da olio o la canna da zucchero da esportazione.

Altro tema controverso che molti legano (spesso strumentalmente) alla questione delle migrazioni è quello della crescita demografica: secondo le Nazioni Unite la popolazione africana arriverà a due miliardi e mezzo entro il 2050, ed è destinata a crescere oltre i 4 miliardi tra novant’anni. Il numero spaventa e molti parlano di “bomba” demografica e preconizzano esodi massicci verso un’Europa dove invece si fanno sempre meno figli e che sarà sempre più vecchia. Tuttavia, è stato ampiamente dimostrato che lo sviluppo porta con sé una diminuzione della mortalità infantile, ma anche una diminuzione dei figli partoriti per donna, cosa che sta già avvenendo anche in Africa: 2,26 in un paese come il Sud Africa; 6,5 in Niger, uno degli stati più poveri al mondo e con un’altissima mortalità infantile.

Infine, c’è la grande questione delle migrazioni che sono innanzitutto fenomeni interni ai paesi, caratterizzati spesso da esodi massicci dalle campagne alle città, o a livello regionale. Un esempio emblematico, anche in questo caso, è quello del Sudafrica che da molti anni vede una presenza di milioni di migranti provenienti da tutta l’Africa australe, ma anche da paesi come la Somalia o la Repubblica Democratica del Congo interessati da situazioni di conflitto. Qui, i missionari scalabriniani che vi erano arrivati per seguire le migrazioni italiane, oggi operano al fianco di questi migranti, difendendone i diritti umani e favorendo processi di integrazione.

Ma ci sono anche realtà come la Nigeria, da cui partono migliaia di ragazzi e ragazze spesso vittime dei trafficanti di persone, che sono a loro volta terre di attrazione per migranti originari dei paesi vicini, che conoscono condizioni socio-economiche ancora più difficili.

Non va dimenticato, inoltre, che alcuni paesi africani sono diventati tra i principali luoghi di accoglienza di profughi.

Il Nord Uganda, ad esempio, ospita circa un milione e mezzo di sudsudanesi fuggiti dalla guerra, mentre l’Etiopia ne ha complessivamente 915 mila, in gran parte provenienti da Sud Sudan, Somalia ed Eritrea, mentre in Kenya sono oltre 500 mila. Anche solo questi pochi dati potrebbero aiutare a ridimensionare la cosiddetta “emergenza-invasione” in Italia. Ma dicono, innanzitutto, l’importanza di capire più a fondo e alla radice le questioni che ci legano all’Africa e che stanno dietro e oltre la mediatizzazione dei fenomeni migratori.

di Anna Pozzi

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19 marzo 2019

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