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Grido di dolore da Berberati

· Una religiosa racconta la sua Repubblica Centroafricana ·

Carissimi, le mie giornate sono diventate davvero anormali e alla sera sono distrutta. Da due giorni ho deciso di chiudermi in casa e di far dire la bugia che sto male e a qualcuno che insiste faccio dire che sono morta!

La situazione è davvero grave qui a Berberati, centro della Repubblica Centroafricana, Paese in cui la ricchezza fatta di diamanti, oro e legname pregiato costituisce una fortuna enorme per imprenditori stranieri e qualche piccolo gruppo di ricchi africani, ma lascia nella povertà la gran parte della popolazione locale. La situazione è grave e la cosa che mi fa più rabbia è che le autorità proclamano alto e forte che a Berberati non ci sono problemi come a Bangui e nelle altre città e villaggi del Paese. Io con i papà Kizito, a nome della nostra ong Kizito — fraternità nata nel 2002 e ora riconosciuta come ong a scopo sociale che accoglie bambini, molti dei quali accusati di essere stregoni — facciamo di tutto per scrivere e dichiarare la verità dei fatti.

Omicidi, torture, stupri, anche sulle minorenni, matrimoni forzati. E ancora, saccheggi di chiese, missioni, uffici, case e delle poche imprese che c’erano. Anche il nostro centro culturale, che — tra le altre cose — ci permette la connessione a internet e il contatto con il mondo, è stato peesantemente preso di mira.

A causa di questa situazione di insicurezza e imprevedibilità la banca Ecobank è rimasta chiusa per mesi creando grandissimo disagio nella popolazione. Noi della ong Kizito, in collaborazione con la lega dei diritti umani, abbiamo organizzato una marcia pacifica per chiedere di riaprire la banca. Purtroppo poche persone hanno partecipato perché, nonostante la scorta della polizia, avevano paura. Un memorandum è stato comunque inviato a Bangui e dopo un mese la banca aveva riaperto. Sono andata due volte a Bangui per denunciare i fatti, e chiedere aiuti.Sono moltissimi i feriti, tantissimi i giovani rimasti disabili per sempre, amputazioni di gambe o di braccia; tantissimi i bambini traumatizzati, fuggiti nella foresta per dieci giorni, da cui sono tornati con forme gravissime di paludismo e anemie. A causa di queste, nell’aprile dello scorso anno, abbiamo registrato una percentuale di cinque-sei bambini che morivano ogni giorno. L’anno scolastico (2013-2014) non è esistito.

A seguito delle violenze e degli scontri che ormai si susseguono da mesi tra musulmani e cristiani, Berberati si è svuotata, siamo rimaste solo noi suore e l’ong Kizito a occuparci di morti e feriti.


Dopo dodici anni qui a Berberati — dove sono arrivata chiamata dal vescovo per lavorare con i giovani locali (tra le altre cose, ad esempio, accogliamo i bambini destinati al carcere, formandoli e dando loro una famiglia; abbiamo creato il Centreculturel catholique, struttura della diocesi) — mi ero permessa di segnalare qualcosa, ma quello che dicevo non è stato preso in considerazione.

Davanti alle violenze continue di questi mesi, abbiamo cercato di lavorare con i giovani, accogliendoli in un centro di formazione agricola-pastorale che si trova a otto chilometri da Berberati. Ora però, che è passato del tempo, non riusciamo più a portare avanti questa impresa. Non sappiamo come fare per non deludere questi ragazzi che hanno fatto e subito tanta violenza e che desiderano dal profondo del loro cuore ricostruire la loro vita.

La situazione economica è ridotta ormai alla sopravvivenza. Le famiglie, anche quelle di coloro che sono venuti da lontano per trovare rifugio a Berberati, non hanno di che vivere. Non si trova più né carne né latte, né petrolio né carburante. Non ci sono più mezzi di trasporto. La Ecobank ha nuovamente chiuso.

Sono venuti i Medici Senza Frontiere che si occupano solo in parte dell’ospedale. La ong Première urgence ha distribuito un po’ di riso e delle arachidi: ma non è la soluzione.

Dovendo affrontare e sostenere questa situazione di enorme tensione dal dicembre 2012 e poi, soprattutto, dal marzo 2013, non vi nascondo che sono un po’ stanca. Per questo chiedo scusa se non sono stata più efficace nella descrizione dei fatti. Condividere la sofferenza della gente di qui senza poter fare di più e meglio, logora tantissimo, anche se nel fondo del cuore sono serena. Insieme alle mie consorelle (siamo due italiane e tre centroafricane) cerchiamo di fare del nostro meglio, le famiglie Kizito — che fanno parte della omonima ong — continuano con coraggio a testimoniare l’amore e l’accoglienza.

La morte è venuta a visitarci, abbiamo perduto tante persone care, abbiamo ancora negli occhi immagini e situazioni che ci fanno gridare. Ma non disperiamo: Maboko na maboko, espressione della lingua locale che vuol dire mano nella mano, cuore nel cuore, tutto passa, solo l’amore resta.

Vi abbraccio, suor Elvira

Nata a Termoli nel 1949, a ventuno anni Elvira Tutolo entra nella congregazione delle Suore della carità di Santa Giovanna Antida Thouret. Dopo gli studi in pedagogia, teologia e infermieristica, suor Elvira ha insegnato per diverso tempo. Per otto anni, a partire dal 1990, è stata in Ciad, ai confini con il deserto del Sahara, come coordinatrice pastorale per la formazione di catechisti e animatori Ceb. Dopo due anni in Camerun, dai primi di settembre 2001 si trova a Berberati. «Sono suora da più di vent’anni, suora per colpa del mare e dello sport», ci ha raccontato. «Da piccola, compresi che il mare e lo sport mi stavano indirizzando a intraprendere questa strada. Il mare sulla spiaggia di Sant’Antonio e la linea dell’orizzonte mi rivelavano un’esigenza d’infinito mentre lo sport, che a scuola praticavo molto, mi suggeriva di mettermi alla prova e di combattere. Poi giunse la scelta, una sorta di bivio che mi si apriva davanti. Decisi di abbracciare la fede per l’intera vita e ciò creò uno strappo, ricucito solo con il passare del tempo, con la mia famiglia. Avevo ventuno anni».

di Elvira Tutolo

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25 agosto 2019

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