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Per grazia ricevuta

· Una sentenza ripristina le misure a tutela dei siti storici di Urbino e delle Marche ·

Il 24 novembre scorso è stata pubblicata la sentenza numero 748/2018 del Tribunale amministrativo regionale (Tar) delle Marche. Si tratta di provvedimenti di tutela adottati tra il 2002 e il 2004 dalla Soprintendenza regionale istituita nel 2001 e soppressa nel 2004.

Quei vincoli apposti su Urbino erano articolati in tre diverse fattispecie: la tutela diretta del patrimonio archeologico noto o presunto nel centro storico e nelle aree archeologiche limitrofe, la tutela diretta delle mura urbiche, la tutela indiretta (di ambiente, visuale, prospettiva, luce e decoro) delle quinte che delimitano gli spazi pubblici del centro storico, anche se appartenenti a edifici non vincolati. Contro tali provvedimenti il Comune di Urbino aveva presentato ricorso (numero 436/2004). Avverso la decisione di annullamento delle misure di tutela del Tar era stato presentato ricorso in Consiglio di Stato, il quale aveva nuovamente rimesso la decisione al Tar, che con la sentenza del 23 maggio 2018, ora pubblicata, ha respinto l’originario ricorso del Comune ripristinando le misure di tutela impugnate.

Una veduta di Urbino

Questa articolata serie di provvedimenti a tutela di Urbino era stata messa a punto al fine di integrare misure di protezione già esistenti sulla stessa città: un vincolo paesaggistico del 1999 e due leggi apposite promulgate dal parlamento. Nel suo insieme si tratta di uno dei cinque interventi che furono allora giornalisticamente definiti con il termine di “supervincolo”, nel tentativo di ridicolizzare i provvedimenti, di alludere a una loro presunta esagerazione o scarsa misura, enfatizzando la paralisi che questi atti amministrativi assunti a difesa degli interessi di tutti si voleva far credere avrebbero indotto. Paralizzanti con il tempo si erano dimostrate piuttosto le trasformazioni indebite dei territori di pregio, che già allora avevano molto nuociuto all’economia e al turismo.

Oltre a Urbino, gli altri quattro supervincoli, lamentati con alte grida, sono stati: il provvedimento a tutela del promontorio del Conero, impugnato e annullato, con grave compromissione di quel vero e proprio insieme di santuari sul mare, il provvedimento a tutela del “colle dell’infinito” di Recanati che, cercando di provvedere in coerenza con il pensiero di Giacomo Leopardi, ha introdotto un limite per la tutela indiretta di tipo quasi astronomico, non di distanza dal bene tutelato, ma di grandezza apparente delle trasformazioni ammissibili nella loro visuale dal bene tutelato, le misure prese a protezione degli uliveti sul colle sormontato dal santuario della Santa Casa di Loreto, e infine il provvedimento a tutela del territorio presso l’eremo-monastero-basilica di Santa Croce a Fonte Avellana, al confine tra i comuni di Cagli, Frontone e Pergola, tanto caro a Gherardo Gnoli. Qui, tra questi “sassi”, Dante Alighieri nel ventunesimo canto del Paradiso — seguito da altri dopo di lui sino a Paolo Volponi — nel ricordo camaldolese di san Pier Damiani, ha riconosciuto un frammento di paradiso in terra, destinato a sola venerazione.

Volponi che ha seguito quella traccia, in una intervista ha poi dichiarato: «Se potessi, e ci sto anche pensando, scriverei un romanzo su una riforma agraria profonda di certe zone dell’Appennino vicino a Urbino». E in altra precedente intervista, nel 1966, aveva tra l’altro già manifestato di voler «modificare la geografia economica e sociale di queste province, attraverso una grande riforma agraria».

Provvedimenti sostanzialmente analoghi o comunque simili erano stati presi in tutta Italia, o quasi, e sono costati il mancato rinnovo nell’incarico a chi li ha allora firmati, con il rischio di perdere il lavoro. In quella stagione, nei primi anni duemila, in fase di piena offensiva contro la pubblica amministrazione, molti servitori dello stato furono trasferiti (come Elio Garzillo dall’Emilia Romagna in Sardegna, Mario Augusto Lolli Ghetti, che era succeduto ad Antonio Paolucci, da Firenze in Ancona, Ruggero Martines da Roma a Campobasso).

Ma quelli che più avevano dimostrato coi fatti di avere a cuore l’interesse generale furono invece fatti saltare del tutto, senz’altri incarichi. Si può fare qui solo qualche nome, a partire da quello di Vittorio Sgarbi, che da sottosegretario di stato aveva osato ribellarsi alle svendite del patrimonio culturale nel luglio 2002 e fu invece subito strumentalmente accusato di qualcuna a caso delle sue esternazioni. Per continuare con Adriano La Regina, che aveva ottenuto con successo la resistenza in giudizio del vincolo sulla piana degli equites singulares nella periferia romana, a difesa del diritto alla memoria dell’antico e al beneficio del verde pubblico non solo nelle aree centrali. E ancora con Franco Bocchieri che si era speso per la protezione delle coste del Friuli Venezia Giulia, ultimamente tanto celebrate per l’anniversario della grande guerra. Erano saltati con lui altri quattro soprintendenti regionali che con la riforma non furono confermati nella nuova carica di direttore regionale. In Molise fu rimossa e andò anticipatamente in pensione Renata Pasquali, che aveva validamente difeso quel territorio. Così come Paolo Scarpellini fu allontanato dalla Sardegna per la quale si era speso in una strenua difesa costiera. Retrocessi nella carriera, dalla prima alla seconda fascia, furono il soprintendente regionale lucano, Gregorio Angelini, e quello della Calabria, Attilio Maurano. Per giungere ai soprintendenti veri e propri: sempre nel Molise Nicoletta Pietravalle e — nelle Marche appunto — Liana Lippi, nominata soprintendente per chiara fama nel 2002 e colpita senza appello da mancato rinnovo all’inizio del 2005.

Il modello guida era stato per molti di loro il vincolo coraggiosamente apposto, anni prima, da Giuseppe Proietti a tutela della antica città etrusca di Bisenzio, anche se non se ne era trovato un solo reperto. Fu allora protetta con successo larga parte dei monti Volsini e del lago di Bolsena: un vero rinnovato miracolo da quelle terre. Prima ancora che fosse promulgata la legge Galasso a protezione dei monti, delle coste, dei vulcani e delle persone, quel cono vulcanico fu già posto al sicuro. A distanza di tre lustri è con grande sollievo e viva soddisfazione che, grazie anche all’impegno dell’associazionismo e del senso civico diffuso, si assiste finalmente alla conferma di azioni allora squalificate e aspramente criticate come eccessive, affette da idealismo e visionarie.

Ma come è andata negli altri quattro casi?

Il Conero è perduto di diritto e in gran parte compromesso anche di fatto, salvo l’isola felice del comune di Camerano che non si unì alle proteste e ai ricorsi: unica mesta considerazione che si può aggiungere in proposito è che sono poi venute a galla responsabilità penali di carattere locale, connesse a conflitti di interessi sulle costruzioni realizzate alle pendici del monte e in riva al mare, perfino presso la chiesa di Santa Maria di Portonovo.

Fonte Avellana con i suoi dintorni è tuttora sostanzialmente salva, malgrado i crescenti appetiti di “valorizzazione” economica, legati alle attività estrattive e di produzione energetica (basti esemplificativamente ricordare l’assenso a una cava aperta in località Bellisio Solfare nel comune di Pergola, non lontano dal santuario della Madonna del Sasso, con autorizzazione impugnata con ricorso 870/2008, ma confermata da sentenza del Tar 100/2010.

Di Loreto ancora si preserva su un lato il contatto diretto fra centro devozionale e campagna, come a San Biagio a Montepulciano, come alla Consolazione di Todi, come ai passionisti al Monte Argentario e — provvidenzialmente — in tanti altri luoghi di culto ancora.

Recanati pure è salva col suo vincolo spaziale sino all’infinito, tranne la particella di un ricorrente che a dispetto del proprio cognome voleva far diventare la sua casa più grande, proprio sotto il giardino del convento delle suore, con il celebre e visitatissimo poggio cinto dalla siepe, quasi nascondiglio infantile in una nicchia verde e rifugio nascosto ma illimitato dello spirito, caro a Giacomo Leopardi, nella sua coincidenza tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande.

Tutto sommato mettendoci anche questo trionfo tardivo (dopo una prima sconfitta) raggiunto finalmente a Urbino, si direbbe che il gioco valesse la candela. Peccato per il Conero e per i dintorni di Ancona sino a Sirolo e Numana, che tra le grotte eremitiche di cui è disseminato quel maestoso rilievo e le numerose sue chiese, era tutto un santuario sul mare, paragonabile quasi al monte Athos, ridotto sempre più a quartierini speculativi con velleità di lusso.

La speranza è che con questa giurisprudenza favorevole si possa continuare, ad esempio, a difendere in qualità di quinte le facciate sulla pubblica via o piazza, anche se di edifici non vincolati nei centri storici. Rispettandoli perfino nel caso in cui siano danneggiati, senza scorciatoie praticabili per disinvolte demolizioni e ricostruzioni, che sempre più si fanno ripetute ed estese. Insomma si può edificare di tutto e quasi tutto si può demolire, ma non ovunque.

di Francesco Scoppola

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25 agosto 2019

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