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Grazia che salva

· Missione e dialogo ·

Sul tema della Chiesa missionaria — a cui nell’edizione del 28 giugno abbiamo dedicato un articolo a firma del reverendo Roberto Repole — pubblichiamo un estratto dal libro «Cum Petro et sub Petro. Riforme ecclesiali per la missione» (Hong Kong, ChoraBooks, 2019, pagine 141, euro 13,99) scritto dall’arcivescovo già segretario del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti.

Ghirlandaio «Vocazione dei primi apostoli» (1481)

Missione e dialogo. Constatiamo anzitutto, a questo riguardo, tre “zone” nelle affermazioni sinodali riguardo a Chiesa e religioni del mondo. A tale proposito riporterò pari pari il testo di Ratzinger per il quale tali “zone” sono: «a) il tema missionario propriamente detto; b) l’idea di “collaborazione” e di “dialogo”; c) l’idea che la possibilità di salvezza deborda la Chiesa poiché la volontà salvifica di Dio è all’opera ovunque [Lumen gentium, 16, e Ad gentes, 7]. A ben vedere, questa possibilità di salvezza in nessun luogo è messa in relazione diretta con le altre religioni come tali, in modo che esse siano descritte quasi come vie di sostituzione; ma questa possibilità è legata alle seguenti due componenti: da una parte la grazia salvifica di Dio e, dall’altra, l’obbedienza alla coscienza. Niente proibisce di ammettere che tale obbedienza possa essere praticata all’interno delle forme offerte dalle religioni. Ciò non impedisce evidentemente [di pensare] — ed è significativo — che non sono le religioni ma l’obbedienza e la grazia che sono indicate come vie di salvezza.

«Se ora noi cerchiamo di ricostituire la concatenazione fra le anzidette tre zone bisogna dire che, nel pensiero del magno sinodo ecumenico, la china va da c) verso a): dunque, finalmente, è la grazia che salva; perciò il messaggio della grazia dev’essere annunciato a tutti; è anche la ragione per cui oltre ogni ricerca e sforzi umani, la via deve condurre al Vangelo della grazia. “Dialogo” e “collaborazione” non possono costituire un fine ultimo; sono i raggi dell’unità che non viene dagli uomini, ma da Dio. A dire il vero ci domandiamo che vale il provvisorio di quaggiù se si pensa che il mondo non è altro che un preliminare all’unico definitivo: il regno di Dio nel nuovo cielo e la nuova terra. Che vi sia tra le anzidette tre idee una unità dinamica dove il primo posto ritorna alla missione non significa che essa assorbe i due altri elementi, di modo che, in fin dei conti, la missione rimane sola. No. Vi sono e restano tre elementi, la cui unità dinamica non riduce ma conferma la distinzione. Per questo il dialogo resta un vero dialogo e l’impazienza del successo non deve in maniera intempestiva farlo contrarre in appello diretto di un volere missionario; ma è anche il perché il lavoro diretto del ministero missionario resta necessario sempre e bisogna guardarsi dalla mancanza di speranza e fede che lo farebbe sospendere.

«Forse si deve aggiungere che il dialogo ha il suo posto altresì nel seno della stessa missione e ciò nella convinzione che vale meglio prendere coscienza di essa, imparando a comprendere l’altro, apprendendo a distinguere tra la volontà propria e il messaggio ricevuto. Meno il missionario trasmette se stesso, più egli porta Cristo, e meno si creerà un dilemma tra dialogo e predicazione, più puramente essa aprirà l’accesso al dialogo decisivo, del quale tutte le altre parole non sono che una introduzione: il dialogo con il Creatore dell’umanità per la quale adorare è al tempo stesso il dovere supremo, il più alto privilegio».

di Agostino Marchetto

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23 febbraio 2020

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