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Grave colpa avere lettori

· Il quotidiano «El Debate» nella Spagna degli anni Trenta ·

Il giornale cattolico «El Debate», diretto fino al 1932 dal futuro cardinale Ángel Herrera Oria, il giorno dopo la proclamazione della Seconda Repubblica, in un editoriale pubblicato il 15 aprile 1931, lanciò un appello affinché i cattolici la rispettassero con lealtà e seguì fedelmente le istruzioni della Santa Sede, assumendo atteggiamenti di critica vigorosa al Governo quando era necessario.

Le sue coraggiose ed energiche prese di posizione infastidirono il Governo, che cercò di eliminare tutti coloro che impedivano il consolidamento della Repubblica; fra le tante misure adottate vi fu quella di sospendere a tempo indeterminato il giornale cattolico con maggiore autorità, tiratura e diffusione, ossia «El Debate», che era arrivato a vendere più di 200.000 copie giornaliere.

Questa misura iniqua colpì un giornale che non poteva essere definito, come fece il presidente Azaña, contrario al regime, poiché tutti sapevano, e potevano appurarlo leggendo gli articoli pubblicati dopo la proclamazione della Repubblica, come «El Debate» avesse difeso e promosso la seguente tesi: per il momento in Spagna alle persone perbene non restava altra scelta che sostenere la Repubblica.

Il 19 gennaio 1932, il capo del governo, Casares Quiroga, previa delibera del consiglio dei ministri, sospese per la seconda volta «El Debate» a tempo indeterminato.

Il governo sosteneva di non aver imposto la censura; tuttavia, le continue sospensioni, le multe, le denuncie all’autorità giudiziaria, le misure di polizia erano molto più efficaci della censura stessa. In effetti, con la censura il giornalista poteva scrivere ciò che voleva, sapendo che l’unico pericolo che correva era di non vedere pubblicato il proprio articolo. Ma con la minaccia di sospendere il giornale e con altre misure persecutorie, si faceva sì che un giornalista, prima di scrivere un articolo di critica politica, ci pensasse due volte e dopo non lo scrivesse per paura delle rappresaglie governative.

Azaña, con l’implacabile durezza e l’inalterata freddezza con cui era solito trattare quanti governava, e specialmente i suoi nemici, arrivò a dire: « “El Debate” reca grave danno alla Repubblica per la sua intenzione, per la sua organizzazione e per tutto quel catechismo che lo circonda».

Simili frasi confermavano come nella Repubblica non ci fosse piena libertà né garanzia alcuna da parte delle leggi, ma la sola volontà del capo del governo. Ciò significava che, sebbene la Costituzione garantisse la libertà di diffondere le proprie idee, non bastava neppure la polemica Legge di Difesa della Repubblica, che era una violazione della Costituzione repubblicana, a soddisfare l’arbitrio del governo. Di fatto, tale legge dava facoltà al governo di perseguire fatti concreti. Ma nel caso in questione non si perseguivano fatti o parole determinate: il presidente Azaña osava dire chiaramente che perseguiva «l’intenzione, l’organizzazione, il catechismo di “El Debate’’». Non ci poteva essere una manifestazione più esplicita dello spirito persecutorio e settario che ispirò la politica del governo contro i cattolici. Azaña dichiarò che quel giornale recava grave danno alla Repubblica, mentre non gli sembrava lo facessero i giornali comunisti ed estremisti, ogni giorno pieni di insulti alla Repubblica e ai suoi dirigenti.

Azaña parlò in modo chiaro e duro, come si parlerebbe a un popolo di schiavi, e le sue parole rivelarono le sue intenzioni, che erano di attaccare non solo un giornale che si cercava di rovinare, ma i cattolici stessi, privandoli dell’unico organo a diffusione nazionale, espressione del loro pensiero più alto e più sano, e unica arma che possedevano per la loro propaganda legittima. Azaña non disse però una cosa, sebbene volesse mostrarsi così duramente chiaro. Non disse proprio quanto avrebbe dovuto dire, ovvero che quello che realmente lo spaventava era l’efficace campagna di «El Debate» per risvegliare i cattolici e creare nella stessa Repubblica un nuovo ambito cattolico in grado di propiziare un successo elettorale nelle prime elezioni. Di fatto, era opinione comune che la sospensione fosse dovuta al grande timore suscitato negli ambienti di sinistra dall’efficace campagna realizzata da «El Debate» per organizzare in particolare i cattolici.

Fu questa efficace campagna a spingere Azaña, oltre ai motivi da lui esposti, a perseguire «El Debate», mentre lasciava vivere gli altri giornali, persino quelli cattolici e ostili alla Repubblica, come ad esempio «El Siglo Futuro», organo degli integralisti che attaccava continuamente il Governo, e anche lo stesso «El Debate», con invettive senza eguali, ma al quale nessuno faceva caso politicamente perché non aveva nessuna influenza sulle masse. Azaña fu la figura più emblematica del radicalismo laicista di fronte al problema religioso, erede del più anacronistico anticlericalismo del diciannovesimo secolo, in quanto giudicò in modo molto negativo l’influenza della Chiesa sulla società spagnola. Evidente fu la sua responsabilità negli incendi di chiese e conventi del maggio 1931. Il cardinale Vidal y Barraquer lo considerò «molto radicale e dalle cattive abitudini».

«El Debate» fu nuovamente pubblicato il 25 marzo 1932, dopo sessantasei giorni di sospensione, e la sua riapparizione fu accolta con autentico giubilo popolare, come un «uovo di Pasqua». Il nunzio Tedeschini comunicò al cardinale Pacelli che i cattolici se lo strappavano dalle mani perché avevano di nuovo la voce che li difendeva. «Però, attenzione! Perché la spada di Damocle è sospesa ad ogni istante sul giornale, sulle sue parole, e perfino, lo ha detto il Capo del Governo, sulle sue intenzioni!».

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