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Grande perché si è fatto piccolo

· L’esperienza antropologica di sant’Ignazio di Loyola ·

Leggere l’Autobiografia di Ignazio di Loyola (1491-1556) è un’esperienza, indispensabile, per tutti coloro che abbiano voglia di intraprendere una conoscenza, personale e diretta, con il santo basco. Ed è bene usare tale espressione in quanto il testo non rappresenta solo un semplice racconto, cronologicamente, distribuito in paragrafi, ma un percorso che va ben oltre. Non è un elogio, sperticato e melenso delle proprie virtù bensì è qualcosa di differente. La vita di quest’uomo è stata un viaggio all’interno di un mondo, inesplorato e vasto, come la coscienza dell’uomo, inserita in una dimensione temporale e spaziale. Pierre Teilhard de Chardin, gesuita e scienziato, sosteneva che l’esistenza umana è un’esperienza spirituale immessa in una realtà terrena. E ciò è, perfettamente, riscontrabile nella vita del santo. Quest’uomo ostinato, sicuro, intraprendente ma anche preciso fino all’inverosimile, fu assillato da un unico e costante ideale: la scoperta della volontà di Dio nella propria vita.

Sant’Ignazio di Loyola in un dipinto di Pieter Paul Rubens (XVII secolo)

Non perfezione, né privilegi o denari lo attiravano, ma solo vivere per questo. Con tale prospettiva, l’ideale perde la sua connotazione di grandezza, per rivestirsi di un servizio, privilegio di nobiltà se al servizio di un re, ma di amore se al cospetto di un padre. Inígo (questo il vero nome, poi latinizzato in Ignazio) dall’immobilità forzosa della convalescenza per i ripetuti interventi alla gamba, a seguito dell’assedio della città di Pamplona, scopre di essere parte di qualcosa di più grande. E con tale dato, sperimentato nella coscienza, dà il la a quella che sarà la sua esperienza spirituale, espressa negli Esercizi spirituali. E questi, come riteneva il gesuita Michel de Certeau rappresentano «un viaggio dove non si conosce la meta se non intraprendendoli».

E ciò il pellegrino lo ha vissuto nel silenzio di Manresa. Ignazio ha affrontato prove grandi per un qualsiasi uomo. Ha subito incomprensioni e sfide (da quella di dover riprendere lo studio, in età adulta, per poter accedere al ministero sacerdotale, fino alla fondazione della Compagnia di Gesù), ma non ha mai perso di vista il suo obiettivo: quello di sentirsi parte e di rivelare un mondo più bello, presente nelle Beatitudini del vangelo di Matteo (Matteo 5, 1-12).

In ciò risiede la sua tenacia, nell’aver sperato spem contra spes, pur di portare tutto e tutti a Dio. Questo il suo sigillo: un incondizionato amore al Creatore, che altro non è che quel Padre che l’uomo di Nazareth ci ha descritto, nel suo annuncio. Tale atteggiamento supera ogni prova perché sa guardare dove l’occhio non è in grado di scorgere, ma il cuore di percepire. Nella sua fede, concreta e umana, sempre autenticamente vissuta alla luce del Cristo, ha impresso i segni dell’azione pastorale della Chiesa, sul mondo. Quest’uomo allora è grande perché si fa piccolo. L’umiltà evangelica ha ridimensionato il comandante militare, facendo brillare il testimone, del resto «chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» (Luca 14-1, 7-11). Tali parole Ignazio non le ha solo lette, ma le ha vissute, incarnandole, nella storia del suo tempo. Questa sua umiltà emerge nel suo modo di vivere. Scorrendo parte del suo ricco epistolario (circa 7000 scritti), indirizzato alle persone più differenti, il santo usa, spesso, l’espressione «il nostro modo di procedere», per non voler mettere il suo io al centro delle vicende umane. Ciò dimostra non solo una propria e soda religiosità, ma anche la facoltà di mettersi in un atteggiamento di apertura nei confronti dello Spirito Santo che, al momento opportuno, gli detterà idee e modi per realizzare quanto Dio desideri. Con tale atteggiamento aprirà nella Roma, del Millecinquecento, diverse istituzioni di apostolato sociale, attente alle necessità delle persone che a lui si rivolgevano per ogni tipo di bisogno sia materiale che spirituale. Amore per Dio e passione per l’uomo furono le costanti su cui si incanalò il servizio ignaziano. Il “procedere” di questo testimone di Cristo, è stato un continuo avanzare, alle volte, con ridotti mezzi e appoggi, guardando solo alla meta del suo viaggio: Dio e Dio solo.

L’Assoluto come esigenza fondante per l’essere, il resto conta poco o niente. I confratelli che hanno vissuto insieme a lui, hanno osservato che, spesso, nelle piccole stanze, ancora visibili alla residenza del Gesù, durante il suo lavoro, alzasse lo sguardo verso il cielo, sembrandogli la terra troppo piccola, rispetto a tale immensità. Questa è stata l’esperienza di Ignazio: la scoperta dell’esistere come un viaggio, alla presenza di un Padre che ci ama, al di là dei ma e dei se che si frappongono fra noi e quel Regno, che il Cristo ci ha indicato, con la sua vita.

di Gianluca Giorgio

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16 luglio 2019

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