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Gran documentario ma...

· Nelle sale «Sacro Gra» di Gianfranco Rosi ·

All’ombra del Grande Raccordo Anulare di Roma si nasconde un’umanità marginale, dimenticata, caratterizzata da attività solitarie eppure come unite dalla comune lontananza dal resto della città. Un pescatore di anguille, un botanico “medico” delle palme, un attore di fotoromanzi, uno pseudo principe alla ricerca di titoli nobiliari, un barelliere di ambulanza. Oltre a una serie di figure di contorno altrettanto sui generis. Di alcuni di essi intravediamo anche scampoli di quotidianità, attraversati da una vita sociale rarefatta che non fa che confermare la loro emarginazione. Sullo sfondo, l’imponente autostrada cittadina, testimone impassibile, e forse simbolica di un’indifferenza molto più generalizzata.

Compito di un buon documentarista è sicuramente quello di selezionare il reale a partire dalla materia prima, ossia i personaggi, le loro azioni e naturalmente l’ambientazione, che qui è la vera protagonista. In questo il regista Gianfranco Rosi si dimostra ispirato ma anche equilibrato. Nel quadro complessivo del sottobosco che gravita attorno al raccordo prevalgono la povertà e il degrado, nel migliore dei casi un’eccentrica sottocultura. Ma il tono non è mai compassionevole o paternalistico come è capitato spesso per altre forme di realismo del cinema italiano.

Inoltre il regista “sa stare” sul set accanto ai protagonisti. Sa far decantare le loro gesta a volte minute, a volte importanti, spesso in un modo o nell’altro eroiche, al fine di catturare un’emozione che sia pienamente genuina. Il che per un documentarista corrisponde a un’ottima direzioni di attori.

Quello che manca al film — al di là di qualche inquadratura inclinata che si fonde in un tutt’uno con le architetture assurdamente futuristiche dei palazzi delle periferie — è invece una spiccata ricerca espressiva, stilistica o anche solo estetica. Si ha l’impressione che Rosi, comprensibilmente innamoratosi del mostro di cemento e dei suoi caotici satelliti, si sia fidato troppo del loro fascino, al punto da credere che un intervento esterno appena evidente avrebbe guastato l’incantesimo. Piazzando la cinepresa nel punto giusto, spesso questo taglio rispettoso paga. In altri momenti, però, si rischia di scivolare nell’oggettività del servizio giornalistico, benché di alto livello.

In tal modo, anche la poetica rischia di perdersi in un percorso un po’ ondivago. Se a tratti risulta chiaro ciò che ha detto il presidente di giuria Bernardo Bertolucci nell’assegnare alla pellicola il Leone d’oro all’ultimo festival di Venezia, ossia che il film arriva a dare significato al proprio titolo restituendo un senso del sacro, è vero anche che questa qualità il film la perde talvolta di vista, forse per il sin troppo rigoroso intento di inseguire fino in fondo l’idea di un affresco quanto più caleidoscopico. Intento, per l’appunto, di natura tipicamente giornalistica.

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23 maggio 2018

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