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Governo coerente e pastorale

· Paolo VI e la Curia romana ·

Un nuovo volume è stato dedicato alla persona e all’opera di Paolo VI da monsignor Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa pontificia. Questa volta, anche attraverso documenti di cui è riprodotto ogni volta il testo autografo, il tema messo a fuoco è la riforma della Curia romana (Paolo VI e la Curia Romana, Edizioni VivereIn, pagine 113, euro 8,50). L’argomento è non solo storico, considerati i quasi cinquant’anni trascorsi dalla costituzione apostolica Regimini ecclesiae universae, che porta la data del 15 agosto 1967, solennità dell’Assunzione, ma anche attuale alla luce del nuovo processo, prima annunciato e poi avviato da Papa Francesco con il chirografo del 30 settembre 2013, che istituisce un Consiglio di cardinali. A esso è affidato il compito primario di aiutare il Pontefice nel governo della Chiesa universale; gli è congiunto quello di «studiare un progetto di “revisione” della costituzione apostolica Pastor bonus sulla Curia romana».

Jean Guitton, «Il Papa e i pesci rossi a Castelgandolfo» (1966)

A ben vedere né la costituzione di Montini, né il chirografo di Bergoglio fanno ricorso alla parola «riforma». La prima impiega l’espressione latina nova ordinatio (“nuovo ordinamento”) usata dal decreto conciliare Christus dominus; il secondo, dove l’originale è in lingua italiana, adopera il termine «revisione». Di «riforma» della Curia romana, però, Paolo VI parla testualmente nel discorso del 18 novembre 1965 per la penultima sessione del concilio Vaticano II. Il testo ufficiale latino tradurrà con renovatio («Acta apostolicae sedis», 57, 1965, p. 981: ad Romanam curiam renovandam), ma il Papa scrive in italiano «studi per la riforma della Curia Romana sono stati promossi»; spiega tuttavia — come si legge nell’autografo ora pubblicato da Sapienza — che «non risultano gravi necessità di mutamenti strutturali; a parte gli avvicendamenti sulle persone, vi sono invece bisogni di non pochi restauri, di alcune semplificazioni e di alcuni perfezionamenti; i criteri piuttosto che devono informare questo organismo, saranno più chiaramente enunciati e stabiliti».

Si tratta di linee guida molto chiare. Deriva, alla loro luce, che il termine «riforma», tanto ieri con Paolo VI, quanto oggi con Francesco, va inteso nel senso di un riordino, di un miglioramento e adattamento alle res novae; certo, anche con una riscrittura dei criteri ecclesiologici: si pensi alla priorità dell’evangelizzazione quale appare in Evangelii gaudium e al tema della sinodalità sottolineato dal Pontefice nel discorso del 17 ottobre 2015. In ogni caso non come il ripristino di un’ideale situazione iniziale, che nel caso della Curia romana sarebbe se non altro problematico da individuare.

Quanto a Paolo VI, l’obiettivo della sua riforma curiale fu quello di un governo «coerente, efficace e pastorale», come scrisse il cardinale François Marty spiegando con tre parole chiave le intenzioni di fondo: aggiornamento, in primo luogo, con l’eliminazione di quanto era caduco e la creazione di nuovi organismi più adatti alle mutate circostanze; riordino, poi, con la promozione di un efficace coordinamento e una internazionalizzazione della Curia; in ultimo, ma non meno importante, c’è la dimensione ministeriale, cioè di servizio. Di questa parlerà più volte lo stesso Paolo VI. Ad esempio, il 2 agosto 1970, prima della preghiera dell’Angelus a Castel Gandolfo, quando disse che la Curia romana è un «organismo complesso, e più semplice di quanto non si creda, al servizio del Papa e della Chiesa, della causa di Cristo e della pace nel mondo». Da questo appare che Montini pensa non a un apparato burocratico amministrativo, ma a una comunità di servizio; per di più non rivolto soltanto all’interno della Chiesa, ma con lo sguardo al mondo intero.

È noto che altre due importanti riforme hanno preceduto quella di Paolo VI. La prima, molto lontana nel tempo, fu di Sisto v (1587), che dopo il concilio di Trento gettò le basi per la moderna Curia romana. Ci fu poi, all’inizio del Novecento, la riorganizzazione fatta da san Pio X (1908), resasi non soltanto necessaria per la fine del potere temporale, ma pure urgente nella prospettiva del nuovo ordinamento canonico, che già era in preparazione. In rapporto a queste due precedenti, quella di Montini si caratterizzerà pure per la valorizzazione della Segreteria di Stato, che nella Regiminis ecclesiae universae diventa quasi il «motore» della Curia.

Questa impostazione sarà conservata da Giovanni Paolo II nella costituzione Pastor bonus (1988). È vero che qui sarà l’intera Curia romana a essere esplicitamente considerata congiunta al servizio del Papa; alla Segreteria di Stato, però, a motivo del suo più stretto legame con il Pontefice, sono, almeno per le competenze riconosciute al sostituto, affidati compiti di coordinamento per tutta l’attività curiale. Si dovrà pure considerare che la necessità di mutamenti strutturali è stata avvertita anche da Benedetto XVI, che ha introdotto alcuni mutamenti e novità. Ora questa idea è portata avanti da Francesco.

Alla luce di tutto questo, se si tiene conto di quanto avvenuto nell’ultimo secolo, non si potrà certamente dire che nella Curia romana vi sia un apparato immobile. In fin dei conti, funziona il principio giovanneo dell’aggiornamento, cui si richiamò Paolo VInel discorso del 21 settembre 1963: «È da Roma oggi che parte l’invito all’aggiornamento, cioè al perfezionamento d’ogni cosa, interna ed esterna, della Chiesa». Il termine «perfezionamento» specifica l’idea di «riforma» come sviluppo verso il miglioramento anche con l’avvio di modifiche e riequilibri, sia con tagli sia mediante potature. Perciò la parola torna al plurale («perfezionamenti») nel discorso del 18 novembre 1965.

La lettura dei documenti raccolti da Sapienza mette in contatto con il singolare e caratteristico eloquio di Papa Montini, ma fa pure vedere come e quanto nella Curia progettata e proposta da Paolo VIvi sia per molti aspetti il «segno» del suo animo e della sua esperienza. Non solo. C’è pure, chiaro, il segno della sua volontà di essere fedele al Vaticano II: cosa che egli seppe fare con grande e anche sofferto equilibrio, cogliendone la profonda intenzione pastorale ed esprimendo, non da ultimo, il suo amore per la Chiesa di Cristo. I testi scelti permettono di cogliere tutto questo, insieme con la volontà di Paolo VIdi rendere la Chiesa più bella, più credibile, più pronta nel compimento della missione salvifica che Cristo le ha affidato.

Sapienza ha voluto premettere alla sua antologia una serie di testi: scritti di Jean de La Bruyère sulla corte, sui cortigiani e sui carrieristi, le doléances di Yves Congar tratte dal suo Journal du Concile. E si tratta di uno sfondo utile, in ogni caso, perché risaltino meglio il pensiero e la volontà di Paolo VI. Nell’introduzione, poi, si trovano richiamati pure gli interventi di Papa Francesco, tra cui gli ultimi due discorsi natalizi alla Curia romana: nel primo, l’elenco delle “malattie” e, nel secondo, quello dei rimedi.

Anche il Pontefice ha avviato una riforma della Curia romana, chiedendo per questo il contributo anzitutto al Consiglio di cardinali che ha istituito. Ora, proprio riguardo a questo Consiglio, vorrei aggiungere un brano, poco notato, tratto dal discorso tenuto da Papa Montini il 21 novembre 1964 per la chiusura del terzo periodo conciliare. Testo importante sul piano ecclesiologico poiché accompagna la promulgazione della costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa. Qui si trovano espressioni che permetterebbero una identificazione col Sinodo dei vescovi, istituito successivamente il 15 settembre dell’anno dopo ma senza i tratti dell’organismo ipotizzato nel discorso del 1964. Il testo però potrebbe anche essere letto come una intuizione, poi lasciata cadere, che anticipa per molti aspetti il Consiglio di cardinali creato da Francesco mezzo secolo più tardi.

«Per sbrigare gli affari di interesse generale che sono noti come specifici di questo nostro tempo, noi — disse tra l’altro Paolo VI— saremo prontissimi ad eleggere alcuni di voi, venerabili fratelli, ad essere chiamati e a deliberare periodicamente, perché non ci manchi il conforto della vostra presenza, l’aiuto della vostra prudenza e competenza, l’appoggio del vostro consiglio, il consenso della vostra autorità; ciò sarà tanto più utile in quanto la Curia romana, che deve essere ristrutturata, cosa che sarà accuratamente studiata, potrà giovarsi dell’esperienza dei pastori delle diocesi; e così porterà i suoi servizi, che già godono di efficienza per la fedele operosità, ad esecuzione e a perfezione per mezzo di vescovi, oriundi di varie regioni e recanti l’aiuto della loro saggezza e carità».

Il secondo momento, più circostanziato, riguarda la «ristrutturazione» della Curia romana, per la quale l’organismo pensato dal Papa darebbe un apporto qualificato. Intanto Montini, come negli altri discorsi raccolti da Sapienza, parla della Curia in termini molto positivi (struttura efficiente «per la fedele operosità»); intende, però, la sua azione in forma bidirezionale: non solo come trasmissione di disposizioni e iniziative dal centro romano alle Chiese locali, ma anche apporto di arricchimento da parte delle Chiese e degli episcopati locali verso la Curia (esecuzione e perfezione).Nel passo appena citato si distinguono chiaramente due momenti: il primo, principale e preminente, è quello riferito a una consultazione per gli affari generali della Chiesa. Il Papa sembra pensare a un organismo composto da vescovi (non soltanto da cardinali) da egli stesso chiamati, le cui riunioni sarebbero state reali (cioè effettive e non, ad esempio, per corrispondenza) e periodiche (vale a dire, non saltuarie, ma con scadenze regolari). Le funzioni di questo organismo, poi, sono descritte in termini di «conforto», «aiuto» e «appoggio» per il servizio del Papa, cui corrispondono nei vescovi scelti le virtù della prudenza e del consiglio, nonché la competenza (sembra doversi intendere una congrua esperienza di governo diocesano). Il Pontefice, però, parla anche di «consenso della vostra autorità» e questo potrebbe fare ipotizzare un procedimento con votazione.

Non mi pare possibile precisare ulteriormente la natura e i compiti dell’organismo cui Paolo VIalludeva; per questo ci sarebbe bisogno di eventuali altri documenti o di testimonianze. Almeno per tre quarti, però, l’organismo prospettato mezzo secolo fa dal Pontefice corrisponde a ciò che poi ha fatto Papa Francesco: quell’idea montiniana oggi non è più un progetto o un’ipotesi, ma piuttosto un orizzonte entro il quale ci si muove.

di Marcello Semeraro

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26 febbraio 2018

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