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Gorlier e i pezzi di bravura

Si corre il rischio di cominciare già appagati un classico della letteratura quando si è letta l’introduzione di Claudio Gorlier, tanto è lucida e penetrante, per giunta scritta con una prosa cristallina. E sono proprie quelle introduzioni, veri e propri pezzi di bravura, il fiore all’occhiello dello studioso piemontese scomparso, novantenne, il 4 gennaio a Torino. Con eccelsa competenza preparava il lettore a fruire delle opere dei grandi: da Conrad a Hawthorne, da Melville a Joyce. Grande anglista e americanista, per primo fece conoscere in Italia autori statunitensi del secondo Novecento, come Philip Roth e Gore Vidal. 

A metà degli anni Sessanta era stato il primo vincitore di una cattedra di Letteratura americana in Italia. Era dotato di un’ironia sferzante, ma mai indiscreta, e la disponibilità al dialogo riscuoteva il plauso dei colleghi. La sua fama guadagnò un’impennata quando Fruttero & Lucentini, nel libro La Donna della domenica, modellarono la figura del protagonista, l’americanista Bonetto, a immagine di Gorlier. Bonetto, non a caso, veniva preso in giro per il vezzo di precisare con puntiglio l’esatta pronuncia dei nomi americani (Carlo Fruttero era stato compagno di classe di Gorlier al liceo Gioberti di Torino). 

La sua attenzione di studioso investì anche l’Africa, dove si recò più volte. Andò in Kenya, Nigeria, Ghana e Sierra Leone per conoscere in loco il contesto di quelle letterature e per stabilire rapporti con le università e gli scrittori africani. Si era laureato con una tesi su T.S. Eliot, ma senza la lode. La quale sfumò perché la commissione contestò — rivelandosi clamorosamente miope — che «un americano emigrato in Inghilterra» possa realmente «comprendere» Dante. Gorlier comunque non se ne fece un cruccio e sebbene Eliot lo avesse indirettamente tradito, dopo quello smacco riprese ad amarlo con rinnovato slancio.

di Gabriele Nicolò

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23 agosto 2019

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