Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Gomorra monologo del male

· ​Si è conclusa la seconda stagione della serie tv ·

Vaglielo a dire, a Pietro Savastano, che dopo l’evasione non è libero per niente. Diversamente recluso, piuttosto, anche se le pareti tombali del 41 bis sono cadute, e i suoi occhi possono fissare nuovamente le vele di Scampia: il regno da riconquistare, lo spazio della sua ossessione. È tornato a dare ordini, don Pietro, ma non può catturare il ladro che gli abita dentro e che gli ruba la vita ogni minuto.

Braccato dai nemici, la moglie ammazzata e un desolante fregarsi a vicenda con l’unico figlio. Alla faccia del potere. Cupo guarda fuori e pensa, Pietro Savastano, ma che si è giocato l’esistenza non gli viene in mente mai. Nemmeno quando, a impero appena ricomposto, un proiettile gli centra la testa e mette fine alla sua pena. Colpisce anche questo di Gomorra - La serie: che nessuno dei protagonisti si senta pesce di un acquario putrido, che nessuno si ribelli all’incubo della guerra perpetua, che nemmeno uno di loro si dichiari esausto di affondare i piedi nel sangue, nel ghetto umido, assurdo e buio, con la puzza della morte addosso.

Una scena tratta  dalla seconda stagione della  serie tv

Quando Ciro l’immortale, quasi al tramonto della seconda stagione appena conclusa, racconta che i morti seminati lo vengono a cercare e non gli danno pace, ammettendo di non poter uccidere più, speri che un briciolo di umanità stia per riaffiorare in quella caduta senza fine che è Gomorra. Non è così. Il dolore lacerante per l’uccisione della figlia, nel finale dell’ultima puntata, non provoca in Ciro l’interruzione del ciclo di morte. Non sterza bruscamente direzione per donare finalmente un senso alla sua dannata esistenza, ma si vendica uccidendo.

Animali feroci e tremanti costantemente da una tana all’altra, ecco chi sono i boss di Gomorra. Il mare di Napoli praticamente mai. Nemmeno la città. Solo i pianerottoli del loro mondo morto attraversati dal vociare lamentoso dei disgraziati che lì abitano. Solo le mura addobbate di kitsch, l’asfalto bruciato dalle loro ruote che schizzano e rimbalzano tra i plumbei alveari. Poi piscine vuote e grate, erbacce, sottopassi e parcheggi. Tutto che se ne cade. Costruzioni che furono qualcosa, poi solo contenitori per rifiuti e nascondigli per prede. Desolazioni di un incontro rapido e nervoso. Gomorra, appunto, come definì quella terra don Peppino Diana, ucciso, per la sua voglia di bellezza, il 19 marzo del 1994. Pietro, Ciro, Salvatore, Jenny e tanti altri. Tutti inginocchiati all’infame legge del pìgliàmmoc tutt’ cos. Tutti bravissimi a moltiplicare soldi come a sbranarsi, distruggersi e distruggere, in un’accelerazione infernale che li trascina sempre più lontano dall’essere umani. Possono sacrificare chi amano pur di sfamare l’idolo; possono freddare un’adolescente innocente pur di raggiungere il loro folle scopo. Violenza spesso insopportabile, perché servita con realismo catturante. Rimangono fedeli alla potenza del libro di partenza pur senza portare addosso i nomi da questo pronunciati. Del testo di Saviano rimane l’attenzione ai meccanismi del sistema criminale camorra, l’armonia tra stile e contenuti, la relazione — anche se in percentuali diverse rispetto alla pagina scritta — tra romanzo e reportage.

Abili Stefano Sollima, gli sceneggiatori e gli altri tre registi della seconda stagione — Francesca Comencini, Claudio Cupellini e Claudio Giovannesi — a individuare la giusta distanza dalla carta: fotografano la pianura violentata mentre imboccano il solco, sempre più grande, delle serie sul potere.

I personaggi di Gomorra parlano in dialetto stretto, ma hanno muscoli per salpare dalla Campania e ricordarci quali bestie diventiamo quando il bene scompare.

Tutte le volte, però, che questo atroce monologo del male prova a liberarsi dal suo potente paesaggio e a diventare astratto apologo sul potere criminale, il particolare reagisce e riporta a galla quella cultura e l’eco della cronaca: la strage degli africani che si ribellano al potere dei clan, la faida coi suoi morti innocenti, le canzoni neomelodiche e l’uso distorto che i malavitosi fanno di Dio, punteggiate dal continuo balenare del cemento di Scampia, risbattono di nuovo lo spettatore nel dolore di quel tormentato angolo d’Italia.

di Edoardo Zaccagnini

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 agosto 2018

NOTIZIE CORRELATE