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A Gomorra
per costruire ponti
e parlare di Francesco

· Padre Fabrizio Valletti, sacerdote a Scampia e assistente spirituale a Secondigliano e Poggioreale ·

«Ho rincorso il carcere fin da quando avevo 16 anni». È davvero complesso iniziare un’intervista con un’affermazione, peraltro molto convinta, del tuo interlocutore. Ma se a parlare è padre Fabrizio Valletti, gesuita, romano, fondatore del “Centro Hurtado” a Scampia e assistente spirituale nella casa circondariale di Secondigliano e in quella di Poggioreale, ci si accorge che non c’è nulla di iperbolico nella sua affermazione e il colloquio diventa subito interessante e ricco di spunti di riflessione. «Ero a Roma — racconta il sacerdote — e un mio capo scout era solito accompagnarci nel carcere minorile di Porta Portese per giocare a pallacanestro con i ragazzi reclusi. La cosa mi impressionò moltissimo, anche perché conobbi tanti coetanei che avevano commesso qualche errore di troppo ed erano finiti in galera. Decisi che nella mia vita avrei dovuto occuparmi di loro».

Padre Fabrizio intuisce fin da ragazzino di poter dare un contributo per far sì che la struttura detentiva cessasse di essere un luogo di emarginazione per diventare una realtà sociale, un punto di riferimento per poter compiere un radicale cambiamento del pensare e dell’agire da parte degli ospiti.

«Da studente di teologia andavo a trovare i militari detenuti a Forte Boccea (il carcere militare di Roma, ndr) e, spesso, mi sono trovato a difendere gli obiettori di coscienza» riprende il gesuita. Dopo anni trascorsi a Livorno, Firenze e Follonica, approda a Bologna. «Nel capoluogo emiliano, alla Dozza, maturai un’esperienza significativa con gli universitari e gli scout — racconta —. Durante l’estate, che in carcere è considerato il periodo più brutto dell’anno insieme al Natale, trascorrevamo le vacanze con i detenuti. Facevamo loro compagnia, organizzavamo laboratori e incontri ricreativi. Grazie alla sensibilità della direzione, riuscimmo a promuovere l’applicazione di misure alternative in modo da consentire un rapporto con l’esterno attraverso permessi premio e lavoro fuori. Non abbiamo tralasciato lo studio puntando sul ventaglio della proposta universitaria», sottolinea il sacerdote, aggiungendo con soddisfazione che «queste sono state tante piccole proposte che hanno coinvolto molti volontari; e confesso che vedere il coinvolgimento di tante persone, a titolo gratuito, è stato davvero emozionante».

Da Bologna alla realtà drammatica di Napoli. «Mi chiesero di seguire i detenuti a rischio di Poggioreale, quelli che avevano tentato il suicidio o che si infliggevano lesioni spesso anche mortali». Il tono di voce di padre Valletti diventa più cupo e non riesce a nascondere la sofferenza provata nell’affrontare una realtà «molto complessa» dove «la popolazione carceraria supera ogni immaginazione». Le ferite aperte nel Mezzogiorno sono davvero tante. E il capoluogo partenopeo le incarna tutte.

Per uscire dalle sacche dell’arretratezza, il gesuita punta sulla cultura e sull’istruzione. «C’era bisogno di forze nuove e tanta buona volontà e così venni coinvolto anche a Secondigliano con progetti di formazione. Parallelamente avviammo buone pratiche di giustizia riparativa. Convincemmo i detenuti a riprendere il contatto con la società civile e a trovare il modo per esprimersi non più illegalmente, o da affiliati alla camorra, bensì come onesti cittadini».

Ma nel cuore di padre Valletti c’è la periferia nord di Napoli, Scampia, protagonista di guerre intestine, dove le parole clan e “scissionisti” sono parte integrante del vocabolario dei residenti e di chi si occupa di cronaca nera. Una periferia la cui storia è stata, e continua ad essere, la cronaca del malessere della città. Ebbene, all’interno di uno dei principali supermarket italiani della droga e con tassi di disoccupazione tra i più alti del paese, in un quartiere ripetutamente dipinto come luogo di violenza soprattutto per le faide e la dominante presenza della malavita organizzata che governa lo spaccio e l’occupazione abusiva delle case popolari, padre Valletti avvia il suo ambizioso progetto di recupero e di reinserimento dei suoi ragazzi nel Centro Hurtado, struttura fondata dai suoi confratelli della Compagnia di Gesù. «Oltre alle attività consuete (sartoria, musica, biblioteca) accogliamo anche i detenuti in permesso. Vederli contenti di poter incontrare altre persone, altri giovani è bellissimo. La maggior parte di loro dice Se avessi conosciuto prima questo posto, non avrei fatto una brutta fine. Li accogliamo e, quando non possono, andiamo noi. Con La Roccia (la cooperativa che opera nel centro, ndr) curiamo molto i rapporti con le famiglie, con i detenuti agli arresti domiciliari e con gli ospiti di Secondigliano e di Poggioreale. Stiamo parlando di quasi cinquemila persone, un numero impressionante» rivela.

Negli anni Scampia ha avuto un’esigenza ineludibile, quella di creare una dimensione cittadina. Gli abitanti avrebbero voluto importare la città, servizi, negozi, illuminazioni, per animare l’incrocio desolante delle linee verticali, gli immensi edifici concepiti negli anni ’70, e orizzontali, le lunghe strade vuote, che caratterizzano il rione. E questa è stata la sfida di padre Fabrizio, unitamente alla creazione di ponti, una sua autentica idea fissa: «È fondamentale stabilire una connessione tra il penitenziario e quelle fasce di società civile particolarmente interessate al rapporto con questa realtà. Abbiamo pensato di accompagnare gli studenti delle scuole superiori in carcere per fargli conoscere questo moderno lazzaretto». Ma la soddisfazione più grande per padre Valletti è «vedere un detenuto recuperare fiducia in se stesso, apprendere un mestiere, sperimentare che il lavoro vale più della disonestà e dell’affiliazione alla camorra, imparare ad avere con la famiglia un rapporto che non sia di dipendenza e di sottomissione a criteri come quelli del guadagno, dell’apparenza, dello sfruttamento».

Emozioni che solo volontari e cappellani possono provare. «Alt! Non sono un cappellano — precisa — e non lo sono mai stato. La mia presenza in carcere non è solo di motivazione religiosa, ma anche culturale e sociale. Puntiamo molto sul lavoro. A Secondigliano abbiamo un orto di tremila metri quadri e un laboratorio di confetture dove vengono prodotte marmellate e mostarde pregiate. Una in particolare è al sapore di arancia e cipolla di Tropea» rivela con orgoglio. «Sono esperienze che regalano a un detenuto che non ha mai lavorato onestamente la gioia di creare. Scopre che il prodotto che lui genera è frutto di una capacità personale. La mia soddisfazione è quella di seguirli e fare in modo che domani possano reintegrarsi nella società con una responsabilità nuova e soprattutto una libertà nuova».

Poi una richiesta: «Posso dire un altro paio di cose? Voglio lanciare un messaggio di speranza per i miei ragazzi, anche perché la vostra è una finestra aperta sul carcere che serve ai detenuti a sentirsi considerati in una società che li ignora e che li vorrebbe, a torto, far marcire dietro le sbarre. Serve anche a fare conoscere l’impegno di una Chiesa che, in carcere, ha la possibilità di sanare piaghe molto dolorose e sofferte».

Prima di congedarci, gli chiediamo se ha mai incontrato Papa Francesco. «Non ho mai cercato un contatto con il Santo Padre. Sa perché? Lo vedo talmente assediato che non intendo disturbarlo. Lo porto nel cuore e quindi non ho bisogno di stringergli la mano. Lo ricordo ogni giorno nell’Eucaristia e per questo lo sento molto vicino. Papa Francesco ci dà ogni giorno una grande lezione di umanità e regala parole di speranza ai miei ragazzi».

di Davide Dionisi

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15 novembre 2019

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