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Goethe racconta Goethe

· Il maturo e affermato scrittore ripercorre la sua giovinezza nella Germania del secondo Settecento ·

Wilhelm Tischbein, «Ritratto di Goethe nella campagna romana» (1787, particolare)

«Letteratura come vita»: il binomio con cui Carlo Bo intitolò nel 1938 il cosiddetto “manifesto dell’ermetismo” si presta a compendiare i fondamenti teorici che indussero Johann Wolfgang Goethe (1749-1832) a concepire, intorno al 1809, e ad avviare, due anni dopo, la dettatura-stesura di un’opera autobiografica. Alcune sollecitazioni esterne concorsero a dissolvere le sue iniziali perplessità. Lo pungolò, soprattutto, Friedrich Schiller, desideroso di chiarimenti circa il rapporto tra la maturazione “antropologica” del fraterno amico e l’evolversi del suo talento letterario, così prolifico, multiforme, a rischio di dissipazione: capace di affastellare composizioni poetiche e copioni teatrali, oltre a un romanzo “generazionale” dagli effetti nefasti, il Werther, incapace, per converso, di ultimare molti altri progetti in progress, fra cui il Faust.

D’altronde fu lo stesso poeta-drammaturgo-romanziere che, una volta accumulato un ingente patrimonio letterario, trovandosi nella necessità di sovrintendere all’edizione integrale dei suoi Werke in continuo e tumultuoso accrescimento, volle veder chiaro nel suo personale gioco di specchi tra vita e letteratura. Certi settori irrisolti della sua produzione giovanile gli apparivano ormai alieni. Si sentiva perciò sospinto a esercitare un’analisi autocritica che decifrasse — in un’ampia panoramica retrospettiva — la genesi, il significato, la finalità di tante sue pagine confluite nella monumentalità del corpus.

Schiller gli aveva insinuato il tarlo del mistero insito nel genio. Per sondare quel mistero e svelarlo ai suoi lettori, Goethe si fece biografo di sé stesso in quanto uomo e in quanto scrittore. Non mirava a una spocchiosa autocelebrazione. Intendeva piuttosto ricostruire, con un criterio di oggettività imposto non senza fatica alla soggettività della memoria, il suo percorso di iniziazione esistenziale e insieme culturale. Cercava di comprendere in quale misura, nella Germania del secondo Settecento, l’azione trasformatrice della grande storia europea avesse plasmato, in armonia o in contrasto con i princìpi e i valori dell’ambiente familiare, la sua indole, la sua personalità. Occorreva scavare per dissotterrare le radici di quella singolare vocazione umanistico-scientifica destinata a concretizzare, in lui, una delle sempre più rare osmosi fra i due campi del sapere.

Il lavoro preparatorio fu alquanto impegnativo. La preliminare raccolta delle fonti non si limitò a un esercizio mnemonico e al riordino di materiali diaristici ed epistolari già in possesso dell’autore. Coinvolse una rete di familiari, amici, corrispondenti, collaboratori in grado di fornirgli documenti e testimonianze. L’elaborazione si protrasse, tra impeti e sospensioni, fino alla vigilia della morte di Goethe. Viene da chiedersi quale gigantesca mole avrebbe assunto questo comunque impressionante memoriale se il piano dell’opera avesse valicato i limiti prestabiliti.

Limiti che la circoscrivono al segmento di ventisei anni intercorsi tra la nascita a Francoforte e il trasferimento nel ducato di Weimar (1775), frutto di una scelta di vita consacrata alla cultura. Del resto, una spia della parzialità e lacunosità di questa semi-autobiografia non esente da prudenti autocensure si annida nel suo titolo esplicitamente selettivo, Aus meinem Leben, accompagnato dal sottotitolo Dichtung und Wahrheit. Ovvero, secondo l’intestazione della nuova edizione italiana allestita dall’esperto germanista Enrico Ganni per la prestigiosa collana dei Millenni, Dalla mia vita. Poesia e verità (Torini, Einaudi, 2018, pagine lxx-762, euro 85). Neo-goethiana nella fluidità e nella modernità di parecchie soluzioni sintattico-lessicali, la traduzione di Ganni è introdotta da un denso saggio di Klaus-Detlef Müller. Si avvale inoltre, a cura dello stesso traduttore, di un esauriente supporto esegetico, di un’aggiornata bibliografia, di indici e di interessanti tavole fuori testo con riproduzioni di quadri dipinti da vedutisti e ritrattisti francofortesi, fedeli interpreti del clima artistico locale: da loro il giovane letterato trasse ispirazione e slancio con cui nutrire la sua passione per il disegno en plein air.

La maturità di Goethe esula, dunque, dal tracciato di Aus meinem Leben. Non rientra in questo autoritratto segnato da una drammatica tensione tra poesia e verità, da una laboriosa saldatura che riesce infine a riconciliare la normalità dei dati biografici con l’eccezionalità della loro trasfigurazione letteraria.

di Marco Beck

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17 ottobre 2019

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