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Gloria della Chiesa

· L’arcivescovo di La Plata per la Giornata mondiale ·

«L’attenzione verso i poveri è una gloria della Chiesa, un segno che persino la società secolarizzata riconosce e valorizza. Una Chiesa lontana dai poveri diventa opaca, poco credibile, perché non riflette l’amore di Gesù Cristo per gli ultimi. Ma non serviamo i fratelli bisognosi partendo da un’ideologia, un’ossessione, per una posizione politica, per propaganda o temporalismi. Lo facciamo partendo dalla fede e illuminati dal Vangelo di Gesù». Lo scrive l’arcivescovo di La Plata, Víctor Manuel Fernández, in una lettera dedicata alla terza Giornata mondiale dei poveri che si tiene domenica 17 novembre. «Sarà un giorno nel quale la Chiesa in tutto il mondo farà uno sforzo speciale per stare vicino ai poveri. Cosa farai? Cosa farà la tua comunità?», domanda il presule, spiegando che la missione fondamentale della Chiesa è «annunciare la buona novella dell’amore di Dio che si manifesta nella morte e risurrezione di Gesù Cristo: gridare al mondo che tutti possiamo partecipare al mistero pasquale, che siamo tutti chiamati a far parte del popolo di Dio. Egli non discrimina nessuno».

Monsignor Fernández, che in seno alla Conferenza episcopale argentina è presidente della Commissione per la fede e la cultura, parlando del piano pastorale diocesano ricorda che, «sebbene la soluzione di tutti i problemi dei poveri non sia sempre alla nostra portata, siamo chiamati a essere vicini agli abbandonati della società, a proclamare loro la tenerezza e l’amore di Dio con testimonianza della nostra stessa vita». Solidali, dunque, per fede e non per “politica”. L’arcivescovo di La Plata lo ribadisce citando Benedetto XVI e il suo discorso alla sessione inaugurale dei lavori della quinta Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi (Santuario dell’Aparecida, 13 maggio 2007): «Se la Chiesa cominciasse a trasformarsi direttamente in soggetto politico, non farebbe di più per i poveri e per la giustizia, ma farebbe di meno, perché perderebbe la sua indipendenza e la sua autorità morale, identificandosi con un’unica via politica e con posizioni parziali opinabili. La Chiesa è avvocata della giustizia e dei poveri, precisamente perché non si identifica coi politici né con gli interessi di partito».

La storia della Chiesa è piena di persone che si sono occupate e preoccupate degli indifesi: il presule ricorda san Francesco d’Assisi, san Vincenzo de’ Paoli, santa Teresa di Calcutta, la beata Maria Ludovica De Angelis. Ma «quanti fratelli e sorelle nella diocesi si prendono cura dei poveri ogni giorno, in silenzio e senza bandiera», afferma Fernández. Tanti in passato hanno combattuto per i loro diritti. È il caso di fra Antonio Montesinos e del suo famoso sermone sull’isola di Hispaniola, una delle prime voci per i diritti umani in America: «Con che diritto e con che giustizia tenete questi indiani in servitù tanto crudele e orribile? Non sono essi uomini?» (21 dicembre 1511). C’è poi la testimonianza dell’arcivescovo di Lima, san Turibio de Mogrovejo, il “vescovo dei poveri”, che «non solo li assistette materialmente ma si adoperò per i loro diritti». Lo stesso fra Juan de Zumárraga, arcivescovo di México, che divenne “uno di loro” con il suo umile popolo, al punto che in una delle ultime lettere scrisse «muoio molto povero ma felice». Nel secolo successivo, a Cartagena de Indias, troviamo san Pietro Claver, “lo schiavo degli schiavi”, che «ha dato la vita in difesa dei diritti e della promozione spirituale e materiale delle persone schiavizzate provenienti dall’Africa».

L’avidità di alcuni porta allo scarto di una moltitudine, osserva il presule argentino: «Quanto immenso è il numero dei nostri fratelli abbandonati, che vivono in strada, dimenticati». Monsignor Fernández propone «due esempi materni»: la beata Mama Antula e la beata Maria Ludovica De Angelis, suora italiana inviata in missione a La Plata nel 1907. Due donne, una del XVIII, l’altra del XX secolo, che «hanno molto da dirci oggi». La prima, «contro il vento e la marea», sostituendosi ai gesuiti (all’epoca soppressi ed espulsi dall’Argentina), diffuse gli Esercizi spirituali anche tra i più indigenti, e fondò opere di promozione umana per i bambini poveri in gran parte del paese. L’Argentina «non può essere spiegata senza il suo contributo». Dal canto suo Ludovica «ha dato il suo corpo e la sua anima per la cura dei bambini malati, visitando instancabilmente campi e uffici per sostenere l’ospedale. Il suo lavoro è una gloria dei platensi», sottolinea nella lettera l’arcivescovo, il quale prosegue nell’elenco con il Cura Brochero e monsignor Angelelli. Il primo «fu uomo di periferia, incarnò una Chiesa in uscita. Libero da ideologie, nel XIX secolo, si occupò con grande sforzo dei poveri e, di fronte alle autorità, promosse anche la costruzione di opere pubbliche come scuole, strade, uffici postali, banche, reti ferroviarie. Disse che “Dio è come i pidocchi, sta ovunque, ma preferisce i poveri”». Il beato Enrique Angelelli affermava invece: «Quale altra realtà vivremmo se sapessimo assumere la visione della vita professata dalle persone semplici, sagge e cariche di silenzi, persone di cui non teniamo conto nelle nostre grandi deliberazioni ma che dovrebbero essere i veri protagonisti». Fernández rammenta le sue denunce per le ingiustizie sociali e il servizio concreto agli emarginati, in nome del Vangelo. Con lui, il beato Wenceslao Pedernera, laico e padre di famiglia, che «ha difeso i diritti dei piccoli agricoltori spesso sfruttati».

La lettera si conclude ricordando i sacerdoti, i religiosi, i laici che hanno dato lustro all’arcidiocesi di La Plata: promotori della Gioventù operaia cattolica, della Caritas, chi è stato accanto a bambini orfani e senzatetto, chi ha gestito case per studenti poveri, chi ha organizzato campagne contro la fame o ha camminato nei quartieri avvicinandosi ai bisognosi. «Spero», auspica monsignor Fernández, «che tu, leggendo questa lettera, possa aggiungerti a quella lista di persone sensibili e generose che riflettono il volto gentile e prossimo di Gesù Cristo».

di Giovanni Zavatta

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