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Gli Yines non perdono
la speranza

· Nell’Amazzonia peruviana ·

Sognava di studiare, di diventare insegnante; non ha mai perso la speranza e alla fine, nonostante le difficoltà, ha realizzato il suo sogno Nimia Acho Ríos, indigena del popolo amazzonico yine in Perú.

Nata e cresciuta a Sepahua, lungo il bacino fluviale del basso Urubamba, nella regione Ucayali, vi ha frequentato le scuole elementari e medie. «Le nostre comunità — racconta all’“Osservatore Romano” — si sono insediate seguendo il corso del fiume a Miaría, Puja, Sensa, Sheboja, Bufeo Pozo, e pure in alcune zone del Brasile. Siamo conosciuti anche come “piros”, sebbene noi preferiamo usare il nome “yine”, che significa essere umano, gente».

La realtà in cui vive, prosegue, «è cambiata molto: prima non c’erano tanti forestieri né imprese nella zona. Ci sono stati tanti mutamenti sociali negli ultimi tempi». Infatti, «dieci anni fa gli yines seguivano le loro usanze e il loro stile di vita; erano più tranquilli, più contenti; ora invece i cambiamenti si notano. Sicuramente alcuni di essi sono stati positivi, ma quelli negativi sono più evidenti, come per esempio l’inquinamento dei nostri fiumi. Prima facevamo il bagno nelle loro acque, pescavamo e praticavamo numerose attività attorno a essi. Ora non si può più, è tutto inquinato, non ci sono più pesci, non incontriamo più animali e si sono diffuse tante malattie». Per questo gli yines si stanno allontanando dai loro luoghi di origine, spostandosi in altre zone e adottando usanze che non appartengono loro. Di conseguenza, non parlano quasi mai la loro lingua e le nuove generazioni non la praticano più.

Ma ora a loro pensa la professoressa Nimia, che ha sempre desiderato studiare, e nonostante le tante difficoltà è riuscita a laurearsi in Educazione ed è insegnante bilingue. «Quando ho concluso le scuole medie non c’erano tante opportunità. Inizialmente ho cercato di trasferirmi a Lima, nella capitale del Paese, ma per mancanza di denaro sono dovuta ritornare presto a casa. Poi sono andata a Pucallpa, il capoluogo della regione di Ucayali, ma di nuovo senza fortuna. La città non è facile. Quando sono tornata a Sepahua era appena stato aperto un istituto tecnico e io mi sono diplomata come guida turistica ufficiale. E ce l’ho fatta grazie alla vicinanza della mia famiglia. Quel diploma mi ha permesso di lavorare, ma non mi bastava, perché non avevo rinunciato al sogno di conseguire una laurea».

Quel desiderio ha iniziato a prendere forma nel 2008 quando la radio diffuse un messaggio rivolto ai giovani che volevano ricevere una formazione accademica. «Non ci ho pensato due volte — afferma Nimia — e sono corsa a iscrivermi nella sede comunale. I miei genitori mi hanno incoraggiato dicendomi che cinque anni sarebbero passati presto e anche mia sorella maggiore mi ha consigliato di andare. Ero decisa, anche se pensavo che avrei dovuto lasciare tutto per lungo tempo».

Il trasferimento è avvenuto a bordo di un’imbarcazione, navigando sull’Urubamba insieme ad altri trenta compagni e compagne diretti ad Atalaya, dove ha sede Nopoki, centro interculturale per la formazione dei giovani delle differenti etnie dell’Amazzonia peruviana, creato dall’Università cattolica “Sedes sapientiae” (Ucss). Quest’ultima è stata fondata vent’anni fa a Lima, per iniziativa della diocesi di Carabayllo, in collaborazione con la Cattolica di Milano e il movimento di Comunione e liberazione. Nopoki, il cui nome significa «sono arrivato, sono qui», è nato dalla collaborazione tra il vicariato apostolico di San Ramón e l’Ucss. «Durante il viaggio — ricorda la donna — ho cercato d’immaginare il futuro che mi attendeva, mi sentivo allegra e triste allo stesso tempo: non è stato facile lasciare la mia casa. Una volta giunti ad Atalaya, ci siamo presentati all’esame e sono riuscita a passarlo. Ringrazio il vescovo Gerardo Zerdin, vicario apostolico di San Ramón, che ha pensato a noi giovani, perché nessuno lo aveva fatto prima».

Inoltre questa esperienza ha significato per Nimia rivalutare le usanze degli yines e le loro tradizioni. «Io — ammette — non parlavo bene la mia lingua, né conoscevo bene le mie radici, la mia cosmovisione. Tutto ciò l’ho appreso a Nopoki e mi ha aiutato a essere una persona migliore. Ora insegno ma non tengo solo corsi di educazione bilingue interculturale, sono anche consigliere e tutor per i miei studenti».

Insomma, ora Nimia si sente realizzata come persona che sta aiutando il proprio popolo a rivitalizzare la sua lingua, la sua cultura. «Inizialmente — prosegue il suo racconto — sono tornata alla mia comunità per insegnare nella scuola. Ci sono stata un anno ed è stata una grande esperienza, però poi sono tornata a Nopoki per contribuire a rivitalizzare la mia lingua affinché non vada perduta. Il mio lavoro ha un effetto moltiplicatore perché non penso solo alla mia comunità, ma anche a tutta la popolazione yine di altre comunità. Vivo tutto ciò con gratitudine, perché a me è stata data un’opportunità e ora anch’io posso aiutare gli altri».

Infine un pensiero riconoscente anche per la Chiesa cattolica «che da tanto tempo sta contribuendo molto e in modi diversi» alla difesa dei «popoli indigeni»: perché anche se «siamo stati dimenticati dallo Stato, lo stesso non vale per la Chiesa, la quale è sempre stata presente per noi. In particolare — conclude — abbiamo visto la sua attenzione per i giovani, e non solo per quelli del nostro territorio ma anche per altri che vengono da lontano, da altre regioni». Perché le nuove generazioni indigene siano in grado di essere protagoniste dello sviluppo dei popoli cui appartengono.

di Ruben Paravecino

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