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Gli ultimi trovatori

Fiona Saiman, «Omaggio alla canzone di Marinella» (2014, particolare)

«Fino a diciotto anni tutti scrivono poesie; dopo, possono continuare a farlo solo due categorie di persone: i poeti e i cretini». Lo scriveva Benedetto Croce e lo citava Fabrizio De André che «precauzionalmente» preferiva definirsi un cantautore. L’uomo con lo sguardo triste che si faceva chiamare Faber è stato uno dei più grandi chansonnier italiani, capace come pochi di descrivere quello che succede attorno alla rümenta, come chiamano a Genova la spazzatura. Raccontava un mondo dove i buoni hanno perso, un ambito in cui non avrebbe senso opporsi all’ingiustizia o fare l’avvocato, come sarebbe accaduto a lui se Mina non avesse cantato La canzone di Marinella in prima serata garantendogli qualche entrata dalla Siae e convincendolo ad andare avanti.

Affrancando la canzone di intrattenimento e di largo consumo dal solo tema sentimentalistico, non dall’amore che è una cosa seria, De André assieme ad altri si è inserito a pieno in quella tradizione che parte dal teatro di rivista degli anni 1930-40 e trova un momento di svolta negli anni Sessanta con Modugno, seguito poi tra gli altri da Tenco, Ciampi, Jannacci, Gaber, Guccini, fino a Fossati e Capossela per citarne solo alcuni. Nessuno di questi probabilmente vuole essere un poeta, per quello hanno tutti bisogno di poggiare i loro testi su tappeti sonori semplici e ripetitivi. Persino quelli stonati come Paolo Conte, che ha acutamente lavorato proprio sulla sublime tensione generata dalla differenza costante tra il suono del pianoforte e la sua intonazione incerta.

La denuncia dell’ingiustizia, dell’ipocrisia del potere, la galleria delle miserie dei singoli personaggi, la morte, tutto in De André è sempre assecondato da una struttura musicale subordinata alla resa del testo, mai predominante o invadente. Anche quando gli arrangiamenti sono articolati come quelli che gli regalò la Pfm, la musica resta ancella della parola. L’unica raffinatezza che si concede sono le armonie di derivazione modale che caratterizzano alcuni brani e creano un certo straniamento e un sentore vagamente antico.

Forse è proprio in questo dettaglio che si può rinvenire l’autentico spirito di un gruppo di artisti che non sono poeti in senso stretto e sembrano più dei moderni trovatori. Quelli del medioevo innalzarono a dignità culturale, letteraria e artistica la musica profana. Quelli di oggi non celebrano l’amor cortese e la bellezza della natura, ma tentano di descrivere, e qualche volta ci azzeccano, la malinconia profonda del vivere contemporaneo. Una malinconia che lascia sempre tutto in sospeso, come i ballerini di Conte che «attendon su una gamba l’ultima carità di un’altra rumba», come i piloti di Fossati, che non portano mai «pensieri pesanti, che sarebbero già da soli tutto carico in più», o come gli impiccati di De André che muoiono a stento «tirando calci al vento». Non chiamiamoli poeti, magari ci rimettono, sono dei grandi eredi di una tradizione nobile e antica. Sono gli ultimi trovatori.

di Marcello Filotei

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