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​Gli ultimi giorni del concilio

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Nella basilica ostiense, là dove il 25 gennaio 1959 a sorpresa il concilio era stato annunciato da Giovanni XXIII, nel pomeriggio di sabato 4 dicembre 1965 ha inizio la sua fase conclusiva con una preghiera comune di Paolo VI insieme agli osservatori non cattolici. Nell’ora dell’incenso canti e brani della Bibbia si intrecciano in latino, inglese, francese, greco. Poi, in francese, il Papa legge un discorso dall’esordio commovente: «La vostra partenza produce attorno a noi una solitudine che prima del concilio non conoscevamo e che ora ci rattrista; noi vorremmo vedervi sempre con noi!».

Uomo dei segni, dopo la liturgia Montini dona a ognuno degli osservatori una campanella di bronzo. «Conservatela — raccomanda loro Paolo VI — in ricordo della nostra preghiera comune e nell’attesa, fino al giorno in cui suonerà l’ora della nostra riunificazione», come annota il giorno dopo Henri de Lubac, che quella domenica viene invitato dal Pontefice a pranzo insieme a Jean Guitton e a Oscar Cullmann. Un fatto allora eccezionale, ma che Montini spiega con semplicità ai suoi ospiti: «Forse vi domandate come le cose si svolgono dal papa; vedrete, è come dappertutto».

Durante la conversazione uno dei segretari entra per portare un documento e Paolo VI, dopo averlo scorso, ne parla ai tre invitati: è il testo definitivo della dichiarazione comune tra le Chiese di Roma e Costantinopoli sulla «eliminazione dalla memoria» delle scomuniche scambiate nel 1054 tra le due sedi. Il Papa — scrive ancora il teologo francese — «ci dice che sarà proclamato solennemente martedì». E il 7 dicembre, simultaneamente, a San Pietro e al Phanar vengono letti, con il testo comune, un breve pontificio e un tòmos patriarcale.

Quel martedì è un giorno davvero storico, fitto di avvenimenti e di segni. Nell’ultima seduta pubblica del Vaticano II, prima della messa si succedono le votazioni finali che approvano quasi all’unanimità gli ultimi quattro documenti conciliari: i tre decreti sulla libertà religiosa, sulle missioni, sui sacerdoti, e la costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Si leggono poi la dichiarazione comune delle due Chiese definite «sorelle» e il breve papale: Paolo VI lo consegna con un abbraccio all’inviato del patriarca Atenagora, e questi porta poi sulla tomba di san Leone IX, vescovo di Roma al tempo dello scisma, nove rose per ricordare così i nove secoli di separazione.

L’omelia che Montini pronuncia il 7 dicembre è uno dei suoi testi più belli e ispirati, e coglie l’essenza del concilio: «Non mai forse come in questa occasione la Chiesa ha sentito il bisogno di conoscere, di avvicinare, di comprendere, di penetrare, di servire, di evangelizzare la società circostante, e di coglierla, quasi di rincorrerla nel suo rapido e continuo mutamento». E ancora: «La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perchè tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? uno scontro, una lotta, un anatema? poteva essere; ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso».

In quello stesso giorno, con un altro gesto significativo, il Papa firma un motuproprio con il quale riforma l’antico Sant’Uffizio. E nella festa dell’Immacolata, l’8 dicembre, in una piazza San Pietro dove brilla il sole, Paolo VI conclude il Vaticano II ripetendo nell’omelia che «per la Chiesa cattolica nessuno è estraneo, nessuno è escluso, nessuno è lontano». Un saluto che Montini definisce «non di congedo che distacca, ma di amicizia che rimane».

g.m.v.

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13 dicembre 2019

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