Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

​Gli Stati Uniti
e la sfida del lavoro

· ​Per una visione etica della leadership imprenditoriale ·

I mesi e le settimane appena trascorsi sono stati un tempo di estrema turbolenza nella politica americana, portando cambiamenti degni di essere definiti radicali e forse persino rivoluzionari.

In uno dei due principali partiti del Paese, un socialista — che propone un’ideologia che tradizionalmente ha occupato un posto non più che marginale nella politica statunitense — rimane in corsa per la nomination presidenziale.
Charlie Chaplin in «Tempi moderni» (1936)Cosa ancor più notevole è che l’altro partito principale ha, di fatto, dato la sua nomination per la presidenza a un uomo che proviene dal di fuori dei ranghi dei suoi leader consolidati: un uomo d’affari che non ha mai rivestito un incarico elettivo e che contraddice elementi importanti del programma del partito così come viene presentato da oltre trent’anni.
Gli americani e buona parte del resto del mondo si interrogheranno a lungo sulle implicazioni di questi cambiamenti dopo le elezioni del prossimo novembre. Ovviamente, le radici e le ramificazioni economiche di questi eventi rivestono un particolare interesse per i leader nell’imprenditoria.

Tra le questioni discusse con più fervore durante la campagna presidenziale ci sono la migrazione, il commercio internazionale e la natura e la misura degli impegni militari statunitensi a lungo termine all’estero.
Nessun fattore di questo grande mutamento politico è stato però più importante dei cambiamenti delle condizioni e della natura del lavoro che si sono verificati negli ultimi decenni.
Dal 2000, accelerando una tendenza che si registrava già da diverso tempo, gli Stati Uniti hanno perso più di cinque milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero. La tecnologia ne ha eliminati alcuni, mentre la globalizzazione ne ha spostati altri in località a più basso costo all’estero. I nuovi posti di lavoro spesso richiedono una specializzazione o, altrimenti, rendono troppo poco per consentire a un genitore, o persino a due, di mantenere una famiglia.
Per molte persone prive di un’educazione superiore o di specializzazione, questi sviluppi sono stati catastrofici, segnando la fine del sogno americano di mobilità fino a raggiungere il ceto medio per mezzo del cosiddetto lavoro dei colletti blu.
Non è una coincidenza che questa fascia socio-economica della popolazione statunitense abbia subito una crisi sociale, con tassi crescenti di dipendenza da droghe e da alcol, famiglie monoparentali e suicidi.
Su questo sfondo, le proposte per limitare il commercio internazionale e ridurre l’immigrazione hanno ottenuto il sostegno di molti votanti. Quali che siano i meriti o i difetti di tali proposte, qualsiasi soluzione a lungo termine del problema dell’occupazione riguarderà la creazione di lavori che possano dare a chi li svolge un senso di dignità: non solo stipendi adeguati, ma anche la stima della società e la soddisfazione personale che deriva dal gestire responsabilità proporzionate alle proprie capacità.
È una sfida che, ovviamente, esiste anche oltre le coste statunitensi. Come ha detto Papa Francesco la scorsa settimana ai leader europei, il progresso nel continente esige che i suoi giovani trovino impiego, «lavori degni che permettano loro di svilupparsi per mezzo delle loro mani, della loro intelligenza e delle loro energie».
Forse lavori di questo genere potranno giungere in parte dalla riscoperta di arti e mestieri tradizionali. La maggior parte, però, dovrà probabilmente essere inventata: occupazioni in cui i lavoratori usino e aggiungano valore alla tecnologia, con la quale non possono più competere.
La Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice, che si dedica allo studio e alla diffusione della dottrina sociale cattolica tra i leader dell’imprenditoria e i professionisti, sta programmando una serie di iniziative per esaminare le implicazioni morali dei recenti progressi nella tecnologia digitale, compreso il potente impatto che questa tecnologia ha sulla questione dell’occupazione.
La creazione di lavoro dignitoso dipende in parte dagli sforzi dei legislatori e degli educatori. Ma la responsabilità più grande spetta ai leader nel campo imprenditoriale, che si tratti di singoli imprenditori, dirigenti di grande aziende o gestori di cooperative.
Secondo un documento pubblicato nel 2012 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, «promuovere un lavoro dignitoso» fa parte dell’«amministrazione di organizzazioni produttive», che è la vocazione del leader dell’imprenditoria. Questa vocazione comporta anche praticare le virtù della giustizia e della saggezza concreta nella guida di quella che san Giovanni Paolo ii ha definito una «comunità di persone al servizio dell’intera società».
Questa visione è idealistica — potremmo perfino considerarla romantica — ma non irrealistica. Posso affermarlo sulla base della mia esperienza personale.
Il mio compianto padre era un imprenditore che, nei suoi quarant’anni di carriera, ha dato lavoro a diverse centinaia di dipendenti a tempo pieno. Ha sempre trattato i suoi dipendenti con rispetto e lealtà, cercando di dare loro tutta la responsabilità che potevano gestire. Nei momenti difficili, quando era tentato di mettere in dubbio l’importanza del suo lavoro, traeva grande soddisfazione dal sapere che grazie alla sua iniziativa centinaia di persone avevano potuto usare le loro capacità e mantenere le loro famiglie.
Mio padre è stato per tutta la vita un cattolico praticante. Non l’ho mai sentito parlare della dottrina sociale della Chiesa e dubito che l’abbia mai studiata, ma la vocazione del leader nell’imprenditoria, così come descritto sopra, lo avrebbe sollecitato e ispirato.
Lo scorso settembre, citando la sua enciclica sociale Laudato si’ Papa Francesco ha detto all’assemblea plenaria del Congresso degli Stati Uniti d’America: «L’attività imprenditoriale, che è una nobile vocazione, orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti, può essere un modo molto fecondo per promuovere la regione in cui colloca le sue attività, soprattutto se comprende che la creazione di posti di lavoro è parte imprescindibile del suo servizio al bene comune».
Alcuni sondaggi dimostrano che il viaggio apostolico del Papa negli Stati Uniti ha portato americani di tutte le fedi ad adottare una visione della Chiesa cattolica più favorevole, ma questo effetto è stato molto più marcato tra i democratici e altri con una visione politica di centro-sinistra che tra i repubblicani o quanti si definiscono conservatori. Probabilmente ciò è dovuto all’idea diffusa negli Stati Uniti, basata sulla critiche alle ingiustizie della globalizzazione da parte di Papa Francesco, che il Pontefice non è un sostenitore del capitalismo e degli affari.
Tuttavia, gli imprenditori — come chiunque svolge un qualunque lavoro onesto — vogliono fortemente credere che il loro lavoro è nobile e pregno di un senso più profondo del mero guadagno personale. Sono quindi un pubblico altamente ricettivo all’incoraggiamento e alla guida della dottrina sociale della Chiesa, così come articolata dal Santo Padre e da altri, come la Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice.
In un tempo in cui tanti hanno perso la fiducia nelle principali istituzioni pubbliche e private, la visione cattolica della leadership imprenditoriale continua a essere fortemente convincente e attraente, con il potenziale di catturare l’immaginazione e alzare gli standard di chi la pratica nella Chiesa e fuori dalla stessa. 

Francis X. Rocca

Vaticanista del Wall Street Journal

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

21 marzo 2019

NOTIZIE CORRELATE