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Gli spigoli del tempo

· Un ricordo dello scrittore Sergio Claudio Perroni ·

Tra le cose e le parole per dirle c’è uno spazio infinito. Potenzialmente infinito. Come la storia di Achille e la tartaruga. Un paradosso del pensiero e dell’espressione. L’uno non raggiunge mai l’altra. Per muoversi in questo spazio ci soccorre, pensiamo ci soccorra, il principio di identità, una convenzione per cui in molti ci si illude di dire la cosa come la cosa è. Non è così. Non è mai così. Chi scrive lo sa bene e per tutta la vita ci combatte la sua battaglia dentro quello spazio.

Eppure c’è chi per mestiere o per grazia abita questo spazio come fosse casa sua. Apre le finestre e contempla un panorama che è insieme esatto ma pieno di malia e di sommesso mistero. Come fosse un quadro di Vermeer.

Uno di questi rari e fortunati abitanti era Sergio Claudio Perroni che ci ha lasciati brutalmente sabato corso con un colpo di pistola. Gravi problemi di salute recita il biglietto in cui spiegava il suo gesto.

Perroni era un uomo scabro, essenziale nella postura e nel parlare quotidiano, ma stava nell’oggi come un ospite della realtà. Ci parlavi e capivi quanto di non detto c’era dietro quelle parole, quasi sprecate per il trantran linguistico quotidiano. Dietro un sorriso sornione, appostato tra i lineamenti di un volto dai tratti antichi.

Aveva fatto l’editor e l’agente letterario, aveva frequentato gli scrittori oltre ai loro scritti, sapeva così quanto è facile e rischioso fare di una vocazione un mestiere. E allora forse per dimostrarsi che non è così aveva deciso di cominciare a scrivere di cose sue, magnificamente inattuali, luminosamente eretiche per l’Italia, paese di troppi neorealismi.

Ci si può riferire al suo essere scrittore rispolverando la desueta e un po’ vintage definizione di prosatore. Perché prose dal sapore quasi vociano sono ad esempio quella miracolosa raccolta di spiazzamenti letterari che si intitola Entro a volte nel tuo sonno, il testo grazie al quale tardivamente l’ho conosciuto e incontrato.

«Quando il tuo tempo è un susseguirsi di spigoli, l’affetto delle cose, dei colori, dei gesti inanimati è un’ossessione delicata, una nostalgia discreta, ti raggiunge per somiglianze, per echi che affiorano dalle occasioni più disparate (...) come per farsi perdonare la loro smania di durare, di resistere, la loro determinazione a sopravviverti».

Così scriveva in uno di questa specie di elzeviri da viandante nella foresta dei significati, in cerca dello spiazzo giusto dove sedersi all’ombra. Perché agli “spigoli del tempo” Perroni opponeva una resilienza di morbidezza stilisticamente sobria e virile, fatta di sinonimi inattesi ma miracolosamente calzanti, di figure retoriche splendidamente camuffate di casualità, di un ritmo avvolgente senza nessun compiacimento.

E poi i contenuti: Perroni sapeva quanta misura di desiderio di un oltre sta appiccicato alle cose che ci circondano e sapeva quanto quel desiderio si confonde con la cosa desiderata, quanto del nostro struggimento è uno struggimento egoista verso ciò che rimpiangiamo di essere stati a prescindere dall’oggetto che evoca la nostra nostalgia. Zbigniew Herbert, poeta spiritualmente fratello di Perroni, diceva a proposito di un sasso di sentirsi in colpa accarezzandolo, perché gli restituiva un calore che per la pietra era solo illusione e il sentimento da lui provato pura scusa per lo struggimento poetico.

E allora, solo la capacità di donare agli altri attraverso la scrittura ci salva da questo narcisismo. Perché nello scrivere di suo per l’altro Perroni aveva trovato proprio la dimora di quello spazio tra le parole e le cose, e lì invitava il lettore in modo che chiunque legga le sue prose ci trovi dentro una sensazione avuta, un sentimento provato, un trasalimento personale, uno di quei momenti di rivelazione di senso che anche il più incallito dei materialisti non può fingere di non aver vissuto.

Citando una delle sue ultime opere: La bambina che somigliava alle cose scomparse mi aveva detto che anche nella vita del peggiore degli uomini c’è stato un momento in cui una sua azione ha fatto commuovere gli angeli.

Ecco, allora, tutto ciò che scriveva era un tentativo di provocare questa commozione, come voler dimostrare al soprannaturale quanto questa creatura limitata, incoerente ma attraversata di quando in quando da rari momenti di inspiegabile felicità fosse in grado di fare. Trasportare quei momenti sulla carta, donarli a chi pensa di non averli mai provati, ricordargli che un altro modo di vedere la realtà è possibile.

Filosofia, diceva Novalis, è propriamente nostalgia, sentirsi dovunque come a casa propria. Perroni ci ha insegnato a sentirci abitanti di una casa in cui le finestre sono infinite, forse più infinite dei panorami che vediamo e da ognuna si vede il mondo come fosse nuovo. Perché correggendo Shakespeare ci ha ricordato che ci sono più cose nella mente di un uomo che in cielo e in terra. Perché l’uomo in fondo è molto più di cielo e terra. E ora lui lo sa.

di Saverio Simonelli

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20 agosto 2019

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