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Gli spazi del Papa

· Dall’Archivio della Gendarmeria Pontificia l’inedita ricostruzione della politica di Pio XII durante la seconda guerra mondiale ·

Lo studioso Cesare Catananti, medico, già direttore generale del Policlinico Agostino Gemelli di Roma e docente di Storia della medicina, ha recentemente dato alle stampe un ampio saggio dal titolo «Il Vaticano nella tormenta» (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2020, pagine 368, euro 25) che offre uno sguardo sul periodo tra il 1940 e il 1944 attraverso la prospettiva inedita dell’Archivio della Gendarmeria Pontificia. Pubblichiamo stralci dalla prefazione.

Pio XII è stato considerato a lungo nei dibattiti come il “Papa dei silenzi”. Si ricordi il famoso dramma di Rolf Hochhuth, Il Vicario, rappresentato nel 1963, che suscitò «denigrazioni accanite come consensi entusiasti» — scriveva Carlo Bo, introducendo la pubblicazione del testo di Hochhuth in italiano. Per lo scrittore cattolico, che non si mischiava al coro in difesa di Pio XII sulla questione della sorte degli ebrei nella guerra mondiale, «la Chiesa non è la principale accusata, è soltanto seduta fra gli altri sullo stesso banco, e non è poco».

L’ombra dei “silenzi” si è sempre allungata sulla figura di Papa Pacelli. Ma in che condizioni operò Pio XII? Qual era la realtà del Vaticano in tempo di guerra? Non si può rispondere alle domande sul comportamento di Papa Pacelli durante il secondo conflitto mondiale senza considerare quali fossero i limiti posti al suo agire. La mancanza di accesso alle fonti archivistiche vaticane, mentre si impostava il dibattito storiografico sulla Chiesa e la guerra, ha reso la discussione carente per numerosi aspetti.

Questo libro di Cesare Catananti, fondato invece sull’archivio della Gendarmeria Pontificia (ma non solamente), esamina con attenzione e in modo documentato quale fosse lo “spazio” del Papa durante la seconda guerra mondiale e nei nove mesi di occupazione nazista di Roma. È un saggio di storia “materiale”, importante anche perché il dibattito storiografico si è troppo allontanato dalla realtà, per concentrarsi sugli aspetti morali del comportamento del Papa. In questo volume si vede quanto sia importante e insostituibile l’uso delle fonti archivistiche vaticane.

Pio XII è nel cuore della “tormenta”, protetto dalle fragili mura vaticane, che sono tanto poco capaci di difenderlo dalle infiltrazioni delle spie, dalle connessioni con il mondo fascista, da una eventuale violenza contro la sua persona e i suoi collaboratori. Si può dire che il Vaticano sia in ostaggio del governo fascista e, soprattutto nei mesi dell’occupazione, dei nazisti. Questa è la realtà della minuscola enclave papale nel cuore di Roma, che il Trattato del Laterano tra Mussolini e Pio XI aveva assegnato ai Pontefici. Il Vaticano è ostaggio dei regimi fascista e nazista, ma è allo stesso tempo libero. È una situazione insopportabile, specie per Hitler. (...)

Una questione decisiva è l’ospitalità in Vaticano per i perseguitati (in particolare gli ebrei, ma non solo), i soldati in fuga, chi era ricercato dall’autorità che controllava Roma. La considerazione del problema dell’asilo mette in discussione i rapporti tra il Vaticano e l’Italia o, nel caso dell’occupazione tedesca di Roma, la Germania nazista. È quindi una questione delicatissima, che sembra riguardare la sopravvivenza di quell’ultimo fazzoletto di libertà nell’Europa occupata dai nazisti.

In tempo di pace, i rapporti tra il governo italiano e il mini-Stato sono fondamentali per quest’ultimo, che è dipendente dall’Italia in tanti settori, fino a poterne essere condizionato. In realtà la vita vaticana si confonde, per tanti aspetti, con quella di Roma, non fosse per la presenza di tante “isole” extraterritoriali nella capitale, come le basiliche, il complesso lateranense e altro. Il Vaticano e Roma sono di fatto realtà intrecciate e solo giuridicamente separate. Inoltre il Papa è vescovo di Roma e quindi ha una giurisdizione sulla diocesi che abbraccia la città.

Può il Vaticano sfidare chi controlla Roma? E può farlo su una questione così delicata come il diritto d’asilo? Sono le domande che percorrono questo libro. Negli ambienti della Santa Sede ci si chiede fino a che punto si può rischiare. È chiaro che bisogna evitare l’occupazione del Vaticano, specie da parte nazista: sarebbe la fine della libera comunicazione del Papa con il mondo cattolico. Ma si può solo perseguire la politica dell’interesse di Stato, che in questo caso è l’interesse della Chiesa?

E qui si delineano in Vaticano due linee di risposta, che sono già emerse in studi precedenti, ma che trovano importanti conferme e delucidazioni. Quella del cardinale Canali, discepolo del cardinale Merry del Val, segretario di Stato di Pio X (il quale diceva che l’accordo con l’Italia nel 1929 era stato “fatto coi piedi”), legato alla scuola antimodernista e simpatizzante per il regime fascista: non doveva essere compromessa in alcun modo e con nessun atto di ospitalità la neutralità della Santa Sede e, allo stesso tempo, non andavano messi in discussione i rapporti con chi governava Roma. Canali fu alla testa del governatorato della Città del Vaticano dal 1939 al 1961: «un potere forte e una personalità complessa» — scrive l’Autore.

C’è poi la linea di monsignor Montini, il futuro Paolo VI, allora sostituto della Segreteria di Stato, aperto all’ospitalità. Anzi Montini è l’artefice dell’azione di ospitalità agli ebrei e ai ricercati in tutta Roma. Lo si vede nei contatti con il Laterano, un’importante area extraterritoriale, dove si trova la basilica di San Giovanni, cattedrale del Papa. Qui, per l’azione di monsignor Ronca, rettore del Seminario romano, furono ospitati molti ebrei, insieme a personalità significative della vita politica, come Alcide De Gasperi e Pietro Nenni. L’azione del Sostituto si muove su di un filo sottile: ospitare i ricercati, ma anche evitare lo scontro con i fascisti e i nazisti.

Complessivamente è la politica che ispira l’atteggiamento della Chiesa di Roma, dei religiosi e del clero secolare, durante i nove mesi dell’occupazione tedesca. Allora la Chiesa diventa uno spazio d’asilo per tutti, nonostante le diverse origini. Negli ambienti ecclesiastici si ritrovano comunisti, gente di altre religioni... Ma questa ospitalità è clandestina e viene dissimulata agli occhi dell’occupante tedesco che, d’altra parte, spesso sa, ma — per evitare un conflitto con la Chiesa — fa finta di non vedere.

Montini, inoltre, crede che nello Stato vaticano debbano essere accolti i diplomatici accreditati dei Paesi in guerra presso la Santa Sede, nonostante l’operazione sia particolarmente difficile per i limitati spazi. Infatti, i governi alleati, specie la Francia, non concordavano sul fatto che i propri rappresentanti in Vaticano dovessero lasciare Roma per rinchiudersi tra le mura leonine. I Patti lateranensi garantivano che essi potessero continuare a vivere nella capitale anche in stato di guerra, ma la Santa Sede e Montini erano consapevoli che l’Italia non avrebbe tollerato queste presenze “nemiche” nel suo territorio.

Così il Vaticano fu sensibile al punto di vista italiano e accolse gli ambasciatori “nemici”, ma dopo un braccio di ferro della Segreteria di Stato con il cardinale Canali (il quale doveva assegnare gli alloggi per i diplomatici). Montini segue, da un punto di vista generale, le vicende di una coabitazione non facile in meno di mezzo chilometro quadrato, quanto è grande il territorio papale.

Al cardinale Canali, invece, si deve l’ordine di sgombero dei locali del Seminario lombardo, dove i fascisti, accompagnati dai tedeschi, avevano fatto irruzione il 21 dicembre 1943. Da qui dovettero uscire vari ebrei, che non poterono trovare facilmente rifugio e la cui vita fu messa a repentaglio. Eppure sembra che Pio XII avesse detto al rettore, monsignor Bertoglio, a proposito dell’asilo concesso agli ebrei, ai renitenti alla leva e ai ricercati: «fatelo! Con prudenza, ma fatelo!».

Tra le due linee, Pio XII si muoveva ovviamente con prudenza, ma chiaramente in favore dell’utilizzo della Chiesa come uno spazio d’asilo. Era consapevole dei rischi. La Città del Vaticano non era in prima linea per l’ospitalità ai ricercati dal fascismo o dal nazismo, come invece gli altri istituti ecclesiastici, ma era il centro nevralgico e coordinatore di tale attività. Del resto, tra le mura vaticane si svolgevano varie battaglie, come quella delle spie e della solidarietà dei diplomatici con i soldati sbandati. Scrive Catananti: la «cosiddetta “british organisation”: un’organizzazione per il supporto ai militari evasi dai campi di prigionia con la regia della Legazione inglese e la supervisione e il finanziamento del Foreign Office e della sezione 9 del Military Intelligence. Operazioni che furono qualcosa di più della semplice solidarietà». I militari alleati e i disertori tedeschi (sono alla fine undici) trovarono ospitalità in Vaticano, presso la caserma della gendarmeria, non in stato di detenzione, seppure vigilati dai gendarmi.

Questa situazione delicata va gestita in presenza di infiltrazioni fasciste, che non sono una novità della guerra. Ad un certo punto, anche la gendarmeria sembra infiltrata. Soprattutto lo è l’Ufficio di polizia sotto il controllo del governatorato e di Canali. La situazione non può durare e si prendono provvedimenti di epurazione, che sono attentamente ricostruiti in queste pagine. Gli informatori pullulano: uno di essi è persino il barbiere della gendarmeria. Questo ci mostra in che condizioni il Papa e i suoi collaboratori lavorassero e prendessero decisioni. La pressione su di loro è fortissima.

La situazione si fa ancor più complessa dopo l’8 settembre, quando le truppe naziste fanno la guardia al Vaticano e si possono vedere le pattuglie tedesche muoversi al di qua della linea bianca, fatta tracciare dalle autorità vaticane ai bordi di piazza San Pietro. Il Vaticano è ormai ostaggio del Terzo Reich. Che futuro sarà riservato al Papa e alla sua Curia? La risposta non è scontata. Nel periodo dell’occupazione nazista, Pio XII non esce più dalle mura vaticane, come aveva fatto in precedenza anche in tempo di guerra, ad esempio per recarsi tra gli sfollati dopo il bombardamento alleato a San Lorenzo. Il Papa è racchiuso dietro le fragili mura vaticane.

Catananti — mi pare un’acquisizione importante — ha ritrovato nelle carte della gendarmeria il piano vaticano di come rispondere ai tentativi d’invasione del piccolo Stato e di rapimento del Papa. Quel piccolo Stato era uno spazio di libertà e di alternativa al totalitarismo nazista nel cuore delle terre controllate da Berlino. Per quanto tempo poteva essere tollerato? È provato come Hitler abbia progettato di rapire il Papa. Sicuramente se la guerra avesse preso un altro corso, la libertà di Pio XII sarebbe stata limitata o forse del tutto soppressa. Il Papa ne era consapevole. Si sarebbe ripetuta la vicenda dell’arresto del Papa in epoca napoleonica. Ma che cosa sarebbe allora avvenuto della Chiesa cattolica?

Il Vaticano sa che, in caso d’invasione, «qualunque resistenza sarebbe sopraffatta in breve spazio di tempo». Non ci s’illude su una possibilità di difesa. Bisogna usare le armi? La decisione è lasciata nelle mani dei “superiori”, come si dice in Vaticano. La cittadella del Papa è una realtà inerme nel gran mare del potere militare e totalitario del nazismo: questo è il Vaticano nella tormenta.

Si progetta solo come comportarsi. In caso di attacco, i residenti si devono concentrare nel palazzo apostolico, attorno al Papa: questo è il cuore del Vaticano che deve cadere per ultimo. Si legge in un documento ritrovato dall’autore: se «per deprecata ipotesi venissero sopraffatti gli uomini adibiti alla difesa delle porte di accesso al Palazzo Apostolico, tutti i militari agli ordini dei rispettivi Superiori, raggiunto l’Appartamento Pontificio unitamente alle Guardie Nobili faranno scudo con il proprio corpo alla Sacra ed Augusta Persona del Sommo Pontefice». Non si può fare altro.

di Andrea Riccardi

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23 febbraio 2020

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