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Gli occhi della preghiera

· ​La storia di suor Maria Rosa Affinito, sacramentina non vedente ·

«Tante persone scappavano con i fidanzati e io me ne sono scappata per farmi suora: sempre amore è!». Maria Rosa Affinito, sacramentina non vedente della comunità di Tortona, conclude così, con una battuta e un sorriso, il racconto del tormentato percorso che l’ha portata, nel 2004, a consacrarsi a Dio.

Per molti anni, da quando ha iniziato ad avvertire i primi segni della vocazione religiosa, nessuno ha voluto prenderla sul serio. Per gli altri, quell’inspiegabile e gioiosa attrazione che provava nel raccoglimento dei santuari visitati con la parrocchia, equivaleva a un capriccio passeggero o, peggio, a un desiderio di fuga dal mondo. La sua strada d’altronde era già segnata: lei, giovane non vedente, avrebbe vissuto sotto l’ala protettiva della famiglia, lavorando come centralinista nella città del sud Italia dove era cresciuta. Questa la volontà dei suoi parenti; questo il sentire dei lettori del «Gennariello», un periodico per ragazzi non vedenti, dove Maria Rosa racconta la propria storia cercando consiglio.

Fin quando a sciogliere il nodo di inquietudine e tristezza che attanaglia il cuore della ragazza arriva inaspettata la lettera di una sua futura consorella dall’altra parte del paese. Maria Rosa scopre così, con immensa gioia, che la propria vocazione ha un posto dove esprimersi, mettersi alla prova, realizzarsi: il monastero delle Suore Sacramentine non vedenti fondato da don Orione a Tortona, in provincia di Alessandria. E per raggiungerlo affronta con determinazione le forti resistenze della famiglia, fino alla fuga da casa.

La storia di questa rivoluzione personale è solo uno dei tasselli che negli ultimi novant’anni hanno proseguito la grande rivoluzione sociale e apostolica voluta da don Orione. E rientra nel solco delle tante battaglie che, fuori e dentro la Chiesa, da sempre i giusti combattono per garantire a tutti il pieno godimento dei propri diritti.

Nel 1927, dopo aver già fondato due famiglie religiose — i Figli della Divina Provvidenza e le Piccole Suore Missionarie della Carità — Luigi Orione medita e inventa un’altra realtà: le Suore Sacramentine non vedenti. L’iniziativa, assolutamente inedita, nasce come risposta al dramma di alcune giovani desiderose di consacrarsi a Dio, ma respinte da tutte le congregazioni a causa della loro disabilità. Don Orione, «geniale stratega della carità», non solo afferma il diritto di ogni donna animata da un’autentica vocazione di diventare religiose, ma capovolge la prospettiva.

Ciò che per tutti è un limite — il buio negli occhi — per il santo rappresenta una risorsa preziosa per la Chiesa, nella consapevolezza che la potenza di Dio si manifesta pienamente proprio nella fragilità. Da qui il riconoscimento per le sue nuove figlie di un loro specifico carisma, fondato su preghiera e testimonianza. Il loro ostacolo terreno diventa via preferenziale nel dialogo con Dio e nel nome di Dio. «L’adoratrice — diceva madre Maria Tarcisia, la prima superiora — dal suo inginocchiatoio può raggiungere tutti i punti della terra».

A chi suggeriva di mettere la grata alle suore perché vivessero in clausura, don Orione rispondeva: «Ce l’hanno già! Lasciate che le vedano: la loro serenità è un continuo apostolato!». Per l’epoca si trattava di una scelta coraggiosa e assolutamente controcorrente, una scelta che nei decenni successivi si sarebbe rivelata molto feconda, almeno in seno all’ordine di Tortona.

La famiglia delle sacramentine, infatti, è cresciuta in fretta e ha visto nascere nuovi focolai non solo in Italia, ma anche in Spagna, Argentina, Brasile, Kenya e Albania.

di Silvia Gusmano

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24 febbraio 2018

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