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Gli invisibili

· Al Festival del film di Roma due opere raccontano i barboni ·

Che li si chiami homeless o barboni, che si aggirino per le strade di New York o in quelle di Roma, alla Grand Central Station o alla Stazione Termini, non fa differenza. Sono uguali qui come dappertutto: sono degli invisibili. Una realtà durissima, oggetto di due pellicole presentate al Festival internazionale del cinema di Roma: un film, Time out of mind, diretto da Oren Moverman e interpretato da un intenso Richard Gere nei panni di un senza fissa dimora, e un documentario, Stazione Termini, firmato da Bartolomeo Pampaloni che racconta in presa diretta la vita di alcuni dei tanti clochard che “abitano” il principale scalo ferroviario della capitale. Dunque, un’opera di fantasia e un docufilm per raccontare, entrambi con pregi e difetti, una medesima condizione di disagio sociale, di emarginazione e di degrado umano.

Richard Gere in una scena del film

Malgrado i limiti di una sceneggiatura non esente da pecche nell’assoluta orizzontalità del racconto, con il marcato realismo che non pare cercare il plauso del pubblico, Time out of mind ha il merito di costringere quest’ultimo a osservare qualcosa che non vorrebbe vedere, offrendo il quadro drammatico della condizione dei senzatetto, della loro solitudine, delle loro angosce, della loro quotidiana lotta per la sopravvivenza e per ritrovare un posto nel mondo, un senso di appartenenza.

Un quadro confermato, anzi accentuato, dalle esperienze, queste sì davvero reali, dei protagonisti del documentario di Pampaloni. Negli ampi e caotici spazi della Stazione Termini, città nella città con i suoi oltre quattrocentomila passeggeri in transito ogni giorno, s’intrecciano le tragiche esistenze di Angelo, Stefano, Tonino e Gianluca, uomini che per scelta o per sorte hanno perso i riferimenti delle loro vite.

Stazione Termini è un’opera sincera, cruda, diretta: nessuna troupe, nessuna sceneggiatura, per lasciare spazio alla vita vera, ai protagonisti, liberi di raccontarsi e di mostrare la loro condizione, senza sensazionalismo e facile retorica. L’operazione riesce abbastanza, anche se il regista finisce per interagire con uno di loro, influenzandone le scelte. Un’invasione indebita, ma forse un modo per testimoniare la sua umanità in un contesto in cui l’umanità si smarrisce. Ciononostante Pampaloni ha il merito di mostraci queste persone per quello che sono, con le loro fragilità e le loro speranze, e non per come le considerano gli altri.     

di Gaetano Vallini

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21 novembre 2018

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