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Gli indios e il rispetto della terra

· ​Il viaggio del Papa sulla stampa internazionale ·

Le comunità indigene insegnano a tutto il resto del mondo il rispetto della terra, dell’ambiente e della creazione» scrive Felipe Monroy sul quotidiano spagnolo «La Razón» commentando il viaggio del Papa in Messico, dedicando particolare attenzione alle parole pronunciate durante la visita nel Chiapas. Il Papa ha usato parole molto forti — si legge su «The Wall Street Journal» del 16 febbraio — per denunciare le angherie cui sono stati sottoposti gli indios nel corso della loro storia, spogliati sistematicamente delle loro terre e dei loro beni. Nell’articolo di Francis X. Rocca e Laurence Iliff si rileva che la situazione dei popoli indigeni vittime di soprusi e violenze riveste un carattere prioritario nell’agenda di Francesco, particolarmente attento e sensibile a tutte quelle tematiche riguardanti i poveri, gli emarginati e gli sfruttati. 

Fedeli alla celebrazione del Papa a San Cristóbal de Las Casas

Ancora più esplicito Salvador García Soto che sul quotidiano messicano «El Universal» si chiede: «Il Messico quando chiederà perdono alle sue popolazioni indigene?». Le parole di Francesco fanno male, continua García Soto; imbarazza l’incapacità di fare un profondo esame di coscienza e di chiedere perdono, rimediando agli errori del passato. «Nella nostra società — conclude con amarezza il giornalista messicano — prevale ancora il razzismo e la discriminazione». Germán De La Garza Estrada su «Excelsior» commenta il fenomeno spiegando il contesto economico. «Sono passati solo quattro anni dall’ultima visita di un Papa nel nostro Paese — scrive — e ora il Messico vive condizioni sociali e politiche molto differenti. Soffriamo di una generalizzata corruzione che per alcuni rappresenta fino al 10 per cento del prodotto interno lordo, vale a dire circa un miliardo di pesos. Oggi, secondo statistiche internazionali, ci sono sette cartelli della droga che hanno un’influenza decisiva in sedici stati messicani. E Francesco con i suoi discorsi ci invita a riflettere».
Un’analisi ulteriormente approfondita da Andrew Chesnut, della Virginia Commonwealth University, che firma un denso editoriale su «Reforma». San Cristóbal de Las Casas nel Chiapas, spiega Chesnut, è lo stato meno cattolico di tutto il Messico; «per questo l’ammissione delle lingue indigene è un fatto di enorme importanza per le popolazioni del Chiapas».
In prima pagina, nell’edizione di lunedì 15, il «Financial Times» evidenzia l’appello lanciato dal Papa, diretto anzitutto ai politici e ai vescovi, a resistere a ogni forma di corruzione e a lavorare per il bene comune sostenendo la lotta contro il traffico di droga e contro il dilagare delle violenze. E sempre in prima pagina, l’«International New York Times» di martedì 16 pubblica una foto di Francesco acclamato dalla folla a San Cristóbal de Las Casas.
Particolare evidenza all’incontro del Papa con gli indios viene dato dalla stampa italiana. Il «Corriere della Sera» del 16 febbraio mette in rilievo la richiesta di perdono fatta dal Pontefice agli indios perché esclusi e spogliati della loro terra. Nell’articolo Gian Guido Vecchi scrive che per partecipare alla messa a San Cristóbal de Las Casas gli indios sono arrivati da tutto il Chiapas: famiglie e tantissimi bambini, nonché gente che s’arrampica sugli alberi o sta seduta sulle palizzate per vedere meglio. E c’è chi racconta di aver viaggiato per ore con i figli su un carro «per una benedizione».
Il Papa che chiede perdono e che viene salutato con grandissimo calore dai fedeli sulla grande spianata di San Cristóbal de Las Casas trova eco su «la Repubblica». Nell’articolo di Marco Ansaldo si evidenzia che nell’occasione gli indios del Messico hanno acclamato l’uomo che vedono come loro fratello, vicino alla loro anima, ai loro interessi, alla terra. E nell’articolo si sottolinea come Francesco abbia espresso una dura condanna contro il «saccheggio» della natura.
Scrive su «Avvenire» di martedì 16 Gerolamo Fazzini che sbaglierebbe chi interpretasse l’omelia della messa a San Cristóbal de Las Casas «come un mero tributo, pur doveroso, alla causa indigena». Fosse così, afferma Fazzini, il severo mea culpa recitato dal Papa suonerebbe in ritardo di quasi venticinque anni. «Francesco ha lanciato un appello vibrante e profetico a una globalizzazione che non cancelli le diversità» si legge nell’articolo che fa riferimento al passaggio dell’omelia in cui il Pontefice dichiara che «i giovani di oggi, esposti a una cultura che tenta di sopprimere tutte le ricchezze e le caratteristiche culturali inseguendo un mondo omogeneo, hanno bisogno che non si perda la saggezza dei loro anziani!». Fazzini sottolinea poi che fa notizia un Papa che si rivolge a popolazioni storicamente perseguitate e tutt’oggi ancora fondamentalmente escluse dal processo di sviluppo, denunciando senza mezze misure la «cultura dello scarto».

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17 settembre 2019

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