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Gli ebrei
di Rembrandt

· ​In un libro di Steven Nadler ·

Amsterdam nel suo secolo d’oro, il Seicento: i pittori con i loro committenti, gli ebrei, i filosofi, la tolleranza. Un percorso, questo dello storico americano Steven Nadler, attraverso uno dei momenti più affascinanti della storia dell’Europa nella prima età moderna.
Il libro Gli ebrei di Rembrandt (Torino, Einaudi, 2017, pagine 275, euro 32) parte da Rembrandt, dalla sua casa nel quartiere di Vlooienburg, il centro del mondo ebraico di Amsterdam e al tempo stesso il cuore artistico della città, illustrato dalla presenza dei maggiori pittori dell’Olanda del Seicento. Due mondi a stretto contatto, e non solo in Rembrandt, i cui ritratti degli ebrei di Amsterdam sono fra i capolavori della pittura dell’epoca, ma anche in altri artisti, che si ispirarono spesso volentieri alle sinagoghe della città e al suo straordinario cimitero a Oudekerk. 

«Isacco e Rebecca (La sposa ebrea)» (1666)

La frequenza dei temi ebraici nella pittura olandese del Seicento richiede una spiegazione che va al di là della mera presenza degli ebrei negli stessi luoghi. Si tratta di un caso unico ed eccezionale nella storia dei rapporti tra mondo ebraico e cristiano, certo non presente nell’Italia dei ghetti, in quegli stessi anni, ma nemmeno negli altri luoghi d’Europa dove c’erano ebrei e dove non vivevano rinchiusi. Per spiegarlo, Nadler ci immerge nella storia altrettanto singolare degli ebrei di Amsterdam nel Seicento.
Nella Repubblica delle Province Unite da poco formatasi in seguito alla guerra di indipendenza condotta contro la corona spagnola, e in particolare ad Amsterdam, gli ebrei avevano cominciato a stabilirsi alla fine del xvi secolo. Erano ebrei provenienti dalla penisola iberica o dai suoi domini dei Paesi Bassi, spagnoli e soprattutto portoghesi, tutti caratterizzati da una storia assai particolare, quella di essere passati, per un tempo più o meno lungo, perfino un secolo, attraverso la pratica del cattolicesimo in seguito alle conversioni forzate che alla fine del Quattrocento avevano obbligato al battesimo tutti gli ebrei portoghesi.
Più tardi, a partire dagli anni Trenta del Seicento, arriveranno ad Amsterdam in numero crescente anche gli ashkenaziti, più poveri e più tradizionalisti, fino a diventare, alla fine del secolo, maggioranza fra gli ebrei della città. I sefarditi, ritornati all’ebraismo ad Amsterdam non senza difficoltà e anche ripensamenti (un tema questo su cui l’autore non si sofferma), si erano avvalsi della libertà di culto, concessa loro ufficialmente nel 1619, per creare una fiorente comunità. Non era naturalmente nulla di simile a un’emancipazione, la libertà riguardava solo il diritto di residenza e di culto pubblico, molte restavano e resteranno le restrizioni e i divieti, in particolare quelli dei mestieri, che riguardavano, spesso in forma molto più dura, anche i cattolici e le ali riformate più radicali. Comunque, sono questi ebrei sefarditi gli interlocutori dei politici calvinisti di Amsterdam, i committenti di tanta della pittura di questo periodo, i mercanti che contribuiscono allo slancio economico della città. Il rapporto degli ebrei con la città è infatti anche culturale, e cresce su quel terreno di curiosità e interesse verso l’ebraismo che ha spinto gli storici a coniare il termine di filosemitismo per una parte importante della cultura calvinista olandese e inglese del tempo.
È questo il mondo che fa da sfondo nell’opera di Nadler (più che altro storico della filosofia, ma qui anche impegnato sul fronte della storia dell’arte), in capitoli dedicati volta a volta al tema dell’impegno degli ebrei di Amsterdam in campo artistico, a sfatare un’immagine troppo monolitica del rifiuto ebraico della raffigurazione, all’eresia di Spinoza e degli altri “eretici” della comunità portoghese, al ruolo dei rabbini e in particolare di Menasseh ben Israel, l’autore di una missione importante volta a sollecitare Cromwell alla riammissione in Inghilterra degli ebrei (scacciati quasi quattro secoli prima, nel 1290), alla costruzione dell’Esnoga, la grande sinagoga portoghese della città, al misticismo messianico e alle ripercussioni della vicenda di Sabbatai Zevi, il Messia degli ebrei che aveva suscitato le speranze dell’intero mondo ebraico sefardita che si era preparato entusiasticamente a far ritorno in terra d’Israele, speranze poi finite drammaticamente nella conversione del Messia all’Islam.
Tutti temi centrali della storia degli ebrei come dei non ebrei di questo secolo che si intrecciano nel clima di tolleranza e di intensi scambi culturali della città olandese. Di particolare interesse, perché poco trattato in opere destinate a un pubblico genericamente colto e non agli specialisti, l’analisi del dibattito sull’immortalità dell’anima, che coinvolge in questi anni il mondo ebraico di Amsterdam, e nel cui contesto trovano spazio le opinioni eterodosse sul mondo a venire dei filosofi come Uriel d’Acosta.
Un affresco quindi che dipinge un momento molto particolare e affascinante della storia culturale europea e di quella dei rapporti tra i due mondi. Nella vastità di queste problematiche si perde però forse un po’ di vista un aspetto di questo universo su cui gli studi anche recenti si sono invece molto soffermati: quello che introduce, a spiegare la straordinaria ricchezza culturale di questo periodo, il fatto che i suoi protagonisti, gli ebrei sefarditi di Amsterdam, fossero tutti passati, per amore o per forza, attraverso l’esperienza cristiana, in particolare cattolica.
Erano cioè il frutto della commistione di letture diverse dei testi religiosi, di esperienze religiose divergenti, di un meticciato culturale e religioso che non può non essere considerato tra le caratteristiche dominanti di quel mondo e che ne spiega sia le forti inquietudini e le aperte eterodossie, sia il rigore della reazione comunitaria, di cui la scomunica rabbinica di Spinoza fu, se non l’unico, certamente l’episodio più celebre e significativo.

di Anna Foa

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10 dicembre 2019

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