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​Gli anni cileni di Bergoglio

· ​Nella testimonianza di padre Jorge Delpiano ·

 Jorge Mario Bergoglio nel 1973, appena nominato provinciale della Compagnia di Gesù

«Ho conosciuto Jorge Bergoglio nel 1960, ma è stato nel 1992 che la nostra amicizia si è consolidata. Gli scrivo di tanto in tanto e lui risponde alle mie lettere; è molto diretto nelle risposte e il nostro dialogo è molto franco». Sono le parole commosse del gesuita cileno Jorge Delpiano che ha settantacinque anni, quarantasei dei quali di sacerdozio, e che rende un prezioso servizio come formatore. È direttore spirituale del seminario metropolitano di Concepción e anche direttore del dipartimento di Spiritualità dell’arcivescovado. Inoltre tiene di continuo ritiri e giornate di formazione per laici e consacrati. Vive a Concepción da undici anni, gli ultimi nove dei quali al servizio della chiesa locale. Confida di essere felice di far parte dei gesuiti e della missione affidatagli in Cile e in due occasioni a Roma. E la sua felicità è diventata ancora più grande quando ha saputo dell’invito del Papa a far parte del suo seguito nel viaggio.

Quando ha conosciuto l’attuale Papa Francesco?

Nel 1960 lui è stato nella nostra casa di Padre Hurtado, vicino a Santiago, per studiare tutto ciò che era inerente alla nostra formazione, ossia le materie umanistiche, per aprirci l’orizzonte della visione della vita, della visione dell’uomo, della visione della Chiesa. Eravamo in sezioni diverse, io ero novizio e lui era tra gli studenti più grandi; l’anno prima aveva emesso i voti, ma ho ricordi molto chiari, con momenti di convivenza, come parte della nostra formazione, e mi ricordo anche che facevamo teatro. Ricordo molto bene che Jorge Mario aveva un ruolo ben preciso in un’opera. Lo incontrai di nuovo nel 1965, in Argentina, perché da Buenos Aires, dove stavo studiando, ero andato a visitare il collegio dell’Inmaculada Concepción di Santa Fe. Qui, Jorge Mario era ancora studente, perché non aveva sostenuto l’esame di teologia, era il coordinatore degli studi del collegio e svolgeva molto bene il suo compito. Mi chiese di tenere una conferenza e fu un’opportunità per parlare di varie cose. Mi disse che, prima di iniziare il suo lavoro nel collegio alle otto di mattina, dedicava sempre un’ora alla preghiera e diceva messa. In realtà, fino a quel momento tra noi c’era molta simpatia, ma non una vera amicizia. L’ho poi rivisto nel 1973, quando venne in Cile, appena nominato provinciale.

Quando ha poi incontrato di nuovo padre Bergoglio?

Nel 1962, poco dopo la sua nomina a vescovo ausiliare, gli scrissi per dirgli che in un mio viaggio all’estero, l’aereo avrebbe fatto scalo a Buenos Aires, a Ezeiza, e che lì avrei pregato personalmente per lui. Mi rispose — non c’era ancora la posta elettronica — che sarebbe venuto all’aeroporto, per cui mi disse di scendere dall’aereo per salutarci. Conversammo per 45 minuti, in grande confidenza; direi che la nostra amicizia è nata proprio lì. Ci siamo rivisti quando è stato eletto cardinale a Roma, dopo la cerimonia. È stato un incontro molto simpatico, con la spontaneità che lo caratterizza, perché è un uomo molto allegro.

In quale momento incontrerà il Papa in Cile e che cosa ha provato nel ricevere l’invito?

È una miscela un po’ curiosa. In primo luogo, non me lo aspettavo assolutamente. Pensavo di avere la possibilità di abbracciare il Papa durante l’incontro che terrà con i gesuiti, a Santiago, ma un incontro personale non l’avrei mai immaginato. Mi sembra strano anche perché è qualcosa di molto grande e lo vedo come una possibilità d’incontrare un amico, di poter conversare un pochino con un amico.

di Silvina Pérez

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18 gennaio 2018

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