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Gli amici
non mentono mai


· Il tema portante della serie televisiva «Stanger Things» ·

Hanno ragione Dustin, Mike, Lucas e Will quando dicono che «gli amici non mentono mai». Lo ripetono spesso nelle tre stagioni di Stranger Things finora realizzate. Lo pongono come regola prima del loro stare in relazione, lo chiariscono a chiunque voglia entrare nel loro bizzarro e geniale gruppo.

Lo fanno capire a Undi e Max, per esempio, le ragazzine che alla distanza — contagiate più dall’energia positiva dei loro stravaganti amici dodicenni, che dall’orrore ribollente dal “sottosopra” immaginario e spaventoso di questa serie creata dai fratelli Duffer — si lasciano accarezzare dalla capacità affettiva della curiosa brigata. E così, anche Undi e Max coltivano, dalla seconda stagione in poi, un’amicizia vera, infoltendo la pattuglia che trasporta questo sentimento antico come l’essere umano dentro quel vorticoso frullatore di generi che è Stranger Things, tutta ambientata nella prima metà degli anni Ottanta.

La giovane comitiva innalza l’amicizia a tema (im)portante di una serie che allaccia la fantascienza col thriller e l’horror con l’avventuroso, che mastica e ricompone tanto cinema americano degli anni Ottanta, appunto, omaggiando classici come E.T. l’extra terrestre, I Goonies, Stand by me e La cosa, oltre a Gosthbusters, Ritorno al futuro e La storia infinita, esplicitamente citati nella terza stagione.

Una foto, nella seconda puntata della prima stagione, anticipa quanto Mike, Dustin, Lucas e Will tengano alla loro amicizia: nello scatto sorridono dopo aver vinto un trofeo di scienza a scuola. «Campioni di problem solving di squadra», commenta la didascalia, e se quell’istantanea è un primo indizio, sono le parole stesse dei ragazzini a ribadire, poco dopo, quanto sia pieno di autenticità il loro tempo speso insieme. Accade quando rispondono a una domanda della piccola Undi: la ragazzina fuggita dal laboratorio di Hawkins che compie esperimenti criminali sui bambini. Mike la nasconde in casa sua, all’insaputa dei genitori, e gli altri, ovviamente, mantengono il silenzio più assoluto. Undi — diminutivo di Undici, come era classificata la bambina nel laboratorio — ha sviluppato dei superpoteri e sembra provenire da un altro mondo; parla faticosamente, è impaurita e ha una conoscenza pari a zero di cosa sia una vita normale.

Quando la combriccola le spiega di voler ritrovare a tutti i costi l’amico Will, scomparso proprio la notte in cui Undi fuggiva dall’orrore, lei domanda cosa sia un «amico». «Uno per cui faresti di tutto», le risponde prontamente Mike, seguito subito da Dustin: «Qualcuno a cui presti di tutto: i fumetti e le figurine», le spiega il ragazzino con la tenerezza di quando l’infanzia sta per essere morsa dall’adolescenza. Poi riattacca Mike: «Qualcuno che non infrange le promesse». E infine Lucas: «È un legame super importante, perché gli amici si raccontano cose che i genitori non sanno».

Non rinnegheranno mai la loro amicizia, i quattro ragazzini di una fredda e affascinante provincia americana dell’Indiana. Durante i venticinque capitoli di questo racconto che fa dialogare Steven Spielberg e Stephen King, ma dove il soprannaturale non eclissa le relazioni umane e la crescita dei personaggi — giovani o meno giovani che siano — i protagonisti oppongono la loro amicizia ai mostruosi “demogorgoni” senza volto che ruggiscono nel buio bramosi di sbranarli; la donano allo spettatore impegnato in un volo panoramico nel tempo ormai lontano degli anni Ottanta, piacevolmente rapito da un viaggio nostalgico lungo un nastro (non solo musicale) riavvolto di quarant’anni.

La tengono con loro nelle imprese incredibili in cui si imbattono, seppure increspata, a volte, per l’avanzare del tempo. Ne combattono le prime crepe che impauriscono e disilludono, incrinature procurate, magari, da certi primi baci che sembrano dare all’amicizia una spallata dolorosa, facendola sentire all’improvviso friabile e indifesa.

Sapranno ricomporla, però, Mike, Dustin, Lucas e il povero Will, una volta tornato dalla terribile esperienza vissuta. Sapranno risbatterla in faccia, ormai cresciuti, al copioso male indefinito che gli piomba addosso in ogni stagione, anche se il loro terrore, per fortuna, è ben contaminato da una sorta di divertimento incosciente e dall’emozione di stare dentro l’avventura, un po’ come se la grande bruttezza che li insegue appartenesse a un gioco e non alla realtà. La mostreranno, la loro amicizia, ai ragazzi più grandi come Nancy, Steve e Jonathan — nella terza stagione anche Robin — loro già nel pieno dell’adolescenza, e non la nasconderanno, infine, agli adulti loro alleati contro la mostruosità. Dovrà fondersi all’ostinazione e alla tenacia di una madre — la Joyce di una bravissima Winona Ryder — che lotta per riabbracciare e poi proteggere il figlio sottrattole.

L’amicizia entra in quel gioco di squadra più grande che raduna ogni congiunzione positiva tra esseri umani, e se la caverà, per tutta la narrazione, proprio come quei ragazzi di Stranger Things che hanno saldato le loro fragilità, la loro non omologazione, in una forza collettiva speciale dove le intuizioni si sommano e producono soluzioni e vita. Starebbero ore a chiacchierare, questi piccoli e sveglissimi terremoti, si capiscono al volo, sono complicità meravigliosa per quanto stanno bene insieme. Starebbero comunque, oltre le circostanze straordinarie che gli capitano, per saltare dentro al mondo, e poterlo fare abbracciati, vicini, ci ricordano questi piccoli grandi amici, è più facile e fa meno paura.

Il loro sentimento luminoso sconfigge le tenebre e rimane centrale in tutta la serie, ed è questa, forse, la migliore impresa di Mike, Lucas, Dustin, Will, e degli altri che nel tempo si uniscono a loro: la difesa dell’amicizia tra i vari temi della popolare Stranger Things. La centralità di quel sentimento prezioso che anche nel mondo reale, libero da creature malvagie provenienti da dimensioni parallele, ma non da pericoli concreti come la solitudine, può essere davvero utile.

Lo rammenta il ricordo toccante che il piccolo Mike fa del giorno in cui conobbe Will: «Ricordi, quando ci siamo conosciuti? Era il primo giorno della materna. Non conoscevo nessuno. Non avevo amici e mi sentivo solo e impaurito, ma ti ho visto sull’altalena ed eri solo anche tu. Ti stavi dondolando e io mi sono avvicinato. Ti ho chiesto se volevi essere mio amico, e tu hai detto sì. Beh, è la cosa migliore che io abbia mai fatto».

di Edoardo Zaccagnini

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22 settembre 2019

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