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Gli altri volti della guerra

· Pittori del Risorgimento alle Scuderie del Quirinale ·

Il 6 ottobre apre al pubblico alle Scuderie del Quirinale la mostra «1861. I pittori del Risorgimento» (fino al 15 gennaio). È l'omaggio che la Presidenza della Repubblica ha voluto rendere al centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia. Pubblichiamo l'introduzione al catalogo (Milano, Skira, 2010, pagine 182, euro 39) scritta dal direttore dei Musei Vaticani, presidente della Commissione mostre delle Scuderie del Quirinale.

Anno 1862. Giovanni Fattori dipinge Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta opera giustamente celebre che si conserva nella Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze. Il dipinto si gioca su una doppia valenza. C'è il patriottismo dell'artista che esulta per la sconfitta degli austriaci, per l'indipendenza nazionale resa più vicina dalla giornata vittoriosa. In questo senso il quadro si inserisce nell'epopea risorgimentale, rappresenta gli ideali intellettuali e politici delle élites che fecero l'Italia, élites alle quali Fattori apparteneva.

Ciò nonostante la guerra è sempre e comunque un'assurda tragedia. L'artista lo sa e ce lo fa capire semplicemente raccontando il vero. Il campo di battaglia devastato dai bombardamenti, attraversato da soldati stanchi e feriti, con un cadavere caduto a faccia in giù ben visibile sulla sinistra, sollecita un altro genere di pensieri, pensieri di malinconia e di pietà.

Guardate il dipinto di Fattori e vi sembrerà di essere dentro le pagine di Guerra e Pace là dove (siamo negli stessi anni) Lev Tolstoj descrive il campo di Borodino dopo l'atroce massacro. Al centro della composizione non c'è un generale vittorioso, non un fascio di bandiere prese al nemico, non c'è nulla che glorifichi la guerra. Al contrario, c'è una rustica ambulanza tirata da un cavallo con due suore a bordo che raccolgono i feriti e prestano i primi soccorsi.

Un particolare costituisce il cuore prospettico e tematico del dipinto. Resta per tutti indimenticabile. Riverso sul pianale del carro-ambulanza c'è il «nemico», un tenentino austriaco di vent'anni. È ferito, forse morente; accanto a lui una giovane suora sua coetanea gli sta praticando le prime cure. Commuovono le mani della donna che sfiorano con una specie di pudore il corpo del soldato. Sono due ragazzi che la ruota della storia ha gettato nella fornace della guerra.

Se ho parlato del Campo italiano dopo la battaglia di Magenta — un quadro che purtroppo insuperabili ragioni di delicatissima conservazione hanno impedito di portare in mostra — è perché quel dipinto ci fa intendere lo spirito che ha guidato la selezione delle opere condotta da Fernando Mazzocca e da Carlo Sisi per la mostra celebrativa del centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia.

I curatori avrebbero potuto riempire la rassegna di cariche di cavalleria, di assalti all'arma bianca, di «belle morti». Avrebbero potuto offrirci l'idea della guerra come gioco e come festa, come eroismo e come gloria. Hanno preferito toccare altre corde, muoversi su altri piani; affettivi, sentimentali, popolari. Certo non mancano, non potevano mancare, le rappresentazioni degli episodi militari che hanno «fatto» il Risorgimento italiano (dalla Cernaia di Girolamo Induno del 1857 alla Battaglia di Varese di Federico Faruffini del 1862, ai Bersaglieri a Porta Pia di Cammarano del 1871) ma i curatori sanno, tutti noi sappiamo, che in guerra di solito si muore in maniera stupida.

Si muore perché il cavallo ti sbalza di sella e ti trascina a faccia in giù nella polvere (l'atroce Staffato di Fattori) oppure perché scoppia l'affusto carico di munizioni (ancora Fattori nel dipinto che si conserva a Ca' Pesaro). Ma ogni guerra — specie quando sono in gioco l'indipendenza e l'onore della patria, quando la guerra è di riscatto e di liberazione — porta con sé un vasto movimento di emozione e di commozione.

Allora la guerra diventa moto corale, gioia di popolo. Quando partono i coscritti, quando arriva la notizia della Pace di Villafranca; due avvenimenti trattati in due capolavori rispettivamente da Girolamo e da Domenico Induno. Quando si fa festa in piazza a Milano, con il Duomo che nel fiammeggiante crepitio dello spettacolo pirotecnico si veste dei colori della bandiera d'Italia, nella tela di Luigi Medici. Quando Vittorio Emanuele II entra trionfalmente a Napoli il 7 novembre 1860 e Ippolito Caffi ce ne fornisce testimonianza nella grande tela che si conserva al Palazzo Reale di Torino.

Ma il vasto rumore della guerra è anche preghiera di madri e di fidanzate ( I fratelli sono al campo di Mosè Bianchi della Pinacoteca di Brera) è segreti, trepidi, già pascoliani pensieri di donne nella luce che spiove dalla lampada, nella Veglia di Odoardo Borrani. Ed è la giovane donna che cuce in silenzio la bandiera italiana nell'interno ombroso di una quieta casa borghese, mentre dalla finestra aperta trema sui tetti di Firenze il sole dell'aprile radioso 1859. Mi riferisco a quel capolavoro assoluto di intimistica modernità che Odoardo Borrani dipinse nel 1861 e che si intitola 2 6 Aprile 1859 , il giorno che vide la Toscana consegnata all'Italia Unita.

Come sempre nei grandi moti di popolo c'è la retorica che scalda il cuore, che incendia i pensieri, che fa sognare. Ed ecco Spartaco di Vincenzo Vela e Masaniello che chiama alla rivolta di Alessandro Puttinati. Ecco Garibaldi di Silvestro Lega, Venezia che spera con accanto il suo leone indomito (Andrea Appiani junior), l'inquietante bellissima Italia in desolazione e in meditazione che Francesco Hayez dipinse nel 1850.

Come ci ha insegnato tanta storiografia, come gli stessi artisti hanno presto intuito e rappresentato, gli ideali del Risorgimento sono stati in tutto o in parte traditi. Con la guerra del brigantaggio, con l'emigrazione in massa nelle Americhe, con la rapida ricomposizione di antichi e ingiusti assetti economici e sociali.

Non ancora però nel 1861. In quell'anno mirabile e fatale il Risorgimento era davvero gioia di popolo, entusiasmo e speranza. Questo vuole dirci la mostra. Se i visitatori delle Scuderie del Quirinale avvertiranno anche solo in parte il riflesso di quella gloria e di quella speranza, la nostra fatica non sarà stata inutile.

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