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Giusto (e buono) come il pane

· Una riflessione sulla giornata del Ringraziamento che si celebra in Italia domenica 10 novembre ·

La giornata del Ringraziamento sembra aver perso di valore nell’epoca delle tecnologie applicate all’agricoltura. Sempre meno i frutti della terra appaiono dono della Provvidenza e vengono più facilmente associati all’indiscussa abilità dell’uomo. L’agricoltore medio oggi è tentato di abbassare lo sguardo sulle possibilità offerte dall’iPad o dal trattore di ultima generazione piuttosto che alzarlo sulla benevola presenza del Creatore che continua a elargire beni in abbondanza.

Il tema del Ringraziamento 2019 è un invito ad associare il lavoro dei campi con il cuore della fede cristiana. «Dalla terra e dal lavoro: pane per la vita» mette in stretta relazione il pane con il lavoro. Felici espressioni quotidiane come «guadagnarsi il pane», «portare a casa il pane» continuano a ricordarci che il lavoro della terra produce vita, la rende possibile e la custodisce.

L’uomo vive di pane, del «pane quotidiano», come suggerisce la preghiera cristiana del Padre nostro. La vita si sostiene grazie al pane «buono», nutriente, genuino. La biodiversità dei grani porta sulle nostre tavole anche una molteplicità di modi di panificare e di qualità di pani. È meglio il pane pugliese o la focaccia? Conquista più il palato la pizza o la piadina? E che dire del pane Carasau sardo, di quello di Altamura, della michetta lombarda, del pane valdostano, della baguette parigina, del pane arabo o delle friselle pugliesi fino alle ricette di prodotti da forno del panettiere sotto casa? Dietro al pane ci sono storie di vita, culture, creatività, laboriosità e capacità di adattare la produzione all’intera filiera del cibo. Già questo fa pensare, nel tempo delle farine importate, all’epoca del grano non sempre genuino a causa di muffe e nella stagione delle lievitazioni industriali che riducono il livello qualitativo del pane. Ben venga la riscoperta di colture antiche, di semi che salvaguardano la biodiversità e rendono il corpo umano più resistente alle varie allergie. C’è bisogno di pane buono!

Tutto ciò non basta. Il pane dev’essere anche giusto. Il vangelo mette in guardia dal cercare il pane solo per riempirsi la pancia: «Non di solo pane vive l’uomo». Ciò significa che il pane non è mai solo pane! Lo ricordava Fedor Dostoevskij nel celeberrimo capitolo sul Grande Inquisitore de I fratelli Karamazov. La provocazione dell’Inquisitore è che pane e libertà non possono andare insieme: gli uomini cercano la certezza del cibo, ma questa rimane un’utopia «finché rimarranno liberi». Ci si deve rassegnare al fallimento: l’uomo non saprà dividere equamente il pane e finirà ogni volta per mangiarsi il fratello. Per questo, l’unica soluzione dovrebbe essere quella di togliere all’uomo la libertà, se si vuole assicurare il pane. Che dire, dunque? Pane o libertà?

Il pane, visto sotto uno sguardo meramente materiale, subisce due riduzioni. Da una parte non basta mai, è sempre insufficiente e dà vita alla logica dell’accumulo e dello spreco (ironia della sorte: quasi tutto il pane scade, diviene raffermo!).

Le guerre del pane hanno attraversato la storia! Dall’altra parte, però, il pane viene oscurato dal companatico, entrato in scena nelle trasmissioni televisive che hanno spettacolarizzato il cibo. Gli chef sono i nuovi maestri che si occupano del corpo: la loro ricetta finisce per relativizzare il pane. Quasi non serve più a tavola! La rinuncia di Gesù a trasformare le pietre in pane nel brano evangelico delle tentazioni (Mt 4, 1-11) è il rifiuto della visione materialistica. Il pane si accompagna a una Parola che ne offre senso e pienezza. Lo ricorda la profezia di Isaia (58, 6-10): «Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: (...) nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo. (...) Se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio».

Il bisogno di pane distrae la vita se non è associato alla domanda di carità e di giustizia. Sarà un caso che nei vangeli l’episodio della moltiplicazione (in realtà è «condivisione»!) dei pani e dei pesci sia raccontato sei volte dagli evangelisti e sia più narrato persino dell’ultima cena?

Sarà un caso che il gesto che riassume l’eucaristia e che permette di riconoscere Gesù da parte dei discepoli di Emmaus sia lo spezzare il pane? Lo scrivono i vescovi italiani nel loro messaggio per il Ringraziamento: il pane «è fatto per essere spezzato e condiviso, nell’accoglienza reciproca».

Come scrive Kahlil Gibran ne Il profeta: «Perché se cuocete il pane con indifferenza, voi cuocete un pane amaro, che non potrà sfamare l’uomo del tutto». L’uomo ha bisogno di pane buono. Ma senza pane giusto non c’è vero nutrimento per la vita. Siamo esseri spirituali proprio perché capaci di rispondere ai bisogni materiali della persona. Sappiamo condividere. Quando spezziamo il pane siamo semplicemente più umani. Per questo davvero spirituali.

di Bruno Bignami

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14 novembre 2019

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