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Giustizia per i lavoratori della pesca

· Il cardinale Pietro Parolin alla Fao ·

«Nel rispondere alle esigenze di un mondo che cambia e che è costantemente alla ricerca di giustizia, solidarietà, dignità e rispetto dei diritti di ogni persona, in particolare dei più deboli e dei più vulnerabili, ognuno di noi è chiamato a dare il suo contributo». Questo il punto centrale del discorso tenuto oggi dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, in apertura del convegno dedicato alla «Violazione dei diritti umani nel settore della pesca e la pesca illegale, non dichiarata, non documentata». L’evento, organizzato dal Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, si è tenuto presso la sede della Fao, a Roma, in occasione della Giornata mondiale della pesca.

«Due secoli dopo l’abolizione della tratta transatlantica degli schiavi, almeno 20,9 milioni di persone continuano a lavorare sotto costrizione, in gran parte nell’economia informale e illegale» ha spiegato Parolin, puntando il dito in primis contro gli operatori privati. Sono loro, infatti, a macchiarsi del maggior numero di casi di sfruttamento e di lavoro forzato nel mondo, come rivelano i dati della Fao e dell’Oil (organizzazione internazionale del lavoro). Va sottolineato come «la pesca e l’agricoltura siano diventate attività globali che impiegano un gran numero di lavoratori, spesso già resi vulnerabili perché migranti, vittime della tratta o del lavoro forzato».
Alla totale mancanza di garanzie contrattuali si lega spesso la palese negazione dei diritti più fondamentali. Gli equipaggi sono costretti a vive in condizioni degradanti, in forme di autentica detenzione, senza alcuna possibilità di fuggire o chiedere aiuto. I cellulari sono fuori dalla portata dei segnali ed è vietato l’utilizzo di altri dispositivi di comunicazione di bordo quali radio o telefoni satellitari.

«Le navi da pesca, in particolare quelle coinvolte nella pesca in alto mare, hanno una capacità sempre maggiore di restare in mare per lunghi periodi di tempo, anche fino a diversi anni. Piuttosto che attraccare regolarmente, queste imbarcazioni possono “trasbordare” il pesce catturato e rifornirsi di carburante tramite imbarcazioni più piccole» ha ricordato il cardinale. «Per gli equipaggi questo significa vivere in condizioni degradanti, in spazi ristretti, quasi una detenzione, senza documenti che solo in pochi casi vengono restituiti dopo lunghi periodi di lavoro forzato e sottopagato». In sostanza, «siamo di fronte a persone private della loro identità, con un basso salario e che, se lasciati liberi, non sono in grado di ricostruire la loro vita perché vittime di un sistema di schiavitù vera e propria». E questa situazione è aggravata nella pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata. Per far fronte all’emergenza, è necessario sviluppare misure concrete a livello internazionale, soprattutto sul tema dei visti. «Una prima risposta pratica — ha detto il segretario di Stato — può essere rappresentata da misure legali più stringenti e da procedure di attuazione di cui possano beneficiare i migranti che lavorano nel settore della pesca, in modo da sfuggire al traffico e alla tratta di esseri umani». A livello intergovernativo, «va riconosciuto che le agenzie specializzate delle Nazioni Unite, nonché altre Organizzazioni internazionali, hanno ora la capacità di predisporre alternative sostenibili; basti pensare alla ipotesi di visti umanitari, al visto di breve durata, ai visti per i lavoratori stagionali». In effetti, ha rimarcato il cardinale, «la legislazione sui visti, in generale, non è riuscita a tenere il passo con i cambiamenti della tecnologia, con la rivoluzione digitale e con il progresso che sta cambiando e ha cambiato il mondo negli ultimi anni».

Il testo integrale del segretario di Stato

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22 marzo 2019

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