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Giustizia e dignità
per i popoli dell’Amazzonia

· Sulla rivista dei gesuiti una riflessione del cardinale Barreto per il Sinodo di ottobre ·

L’auspicio che «alcuni governi possano superare posizioni di sospetto e ascoltare con maggiore attenzione le voci flebili e gli appelli urgenti che vengono» dall’Amazzonia — come chiesto nell’Instrumentum laboris dell’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per la regione — è stato rilanciato dal cardinale peruviano Pedro Ricardo Barreto Jimeno sull’ultimo numero della rivista «La Civiltà Cattolica» (Quaderno n. 4058). A un mese dalla presentazione, il 17 giugno scorso, del Documento di lavoro, il vicepresidente della Rete ecclesiale panamazzonica (Repam), dalle colonne della rivista dei suoi confratelli gesuiti prosegue la riflessione in preparazione all’assise in programma in Vaticano a ottobre, che era stata inaugurata dal cardinale presidente Cláudio Hummes con un’intervista rilasciata al direttore Antonio Spadaro.

«Sinodo e diritti umani. Popoli, comunità e stati in dialogo» è il tema affrontato dall’arcivescovo di Huancayo, in un testo che è la rielaborazione di un suo intervento a una riunione con i rappresentanti pontifici e gli ambasciatori delle nove nazioni amazzoniche. Un’analisi abbastanza forte, che parte dal presupposto per cui la presenza della Chiesa nell’area «non può essere in alcun modo considerata una minaccia per la stabilità o per la sovranità dei singoli paesi. Anzi — scrive il cardinale Barreto — essa è, in realtà, un prisma che permette di identificare i punti fragili della risposta degli stati, e delle società, davanti a situazioni urgenti, riguardo alle quali ci sono debiti concreti e storici che non si possono eludere».

Ecco allora che l’obiettivo della Chiesa, anche attraverso il cammino sinodale, è «creare le condizioni che permettano» a quanti abitano la vasta area «di vivere con dignità e di guardare con fiducia al futuro, sempre nella cornice del reciproco rispetto e del riconoscimento delle responsabilità differenziate e complementari che toccano agli attori sociali, politici e religiosi». Anche perché d’altro canto, chiarisce l’autore, il «guardare all’identità di questi popoli e alla loro capacità di proteggere» gli «ecosistemi secondo la loro visione del mondo, può consentire alle società non amazzoniche di creare condizioni adeguate per apprezzarli, rispettarli e apprendere da essi. Così un giorno forse — è la speranza del vicepresidente della Repam — riusciremo a superare la concezione di uno spazio vuoto o “arretrato”; anzi, ne trarremo orientamenti utili a individuare il perché dei nostri stessi fallimenti riguardo alla cura della “Casa comune”».

In tale prospettiva assume un rilievo strategico l’Instrumentum laboris che, secondo il porporato, «esprime il sentimento e i desideri di molti: le comunità che abitano le rive dei fiumi, gli afrodiscendenti, i piccoli contadini, i residenti nelle città». Esso è il risultato di «un’esperienza inedita per un Sinodo speciale, e pertanto è un buon indicatore di quanto accade» in Amazzonia. Al punto da far ritenere «che l’espressione di tale ricchezza possa apportare, al di là di ogni posizione sospettosa, elementi per una migliore comprensione di una realtà che grida».

Del resto il Documento di lavoro è frutto di «un processo di ascolto diretto», insieme alla consultazione delle Conferenze episcopali interessate, «per ampliare la partecipazione di appartenenti alle popolazioni locali e di persone di Chiesa, mediante assemblee, forum tematici e dibattiti», che hanno raggiunto oltre 87.000 individui: 65.000 nelle fasi preparatorie e 22.000 in eventi organizzati dalla Repam.

Soffermandosi sulla «situazione di vulnerabilità» e sulla «importanza della regione» il cardinale gesuita dapprima denuncia come la conca amazzonica sia stata «storicamente concepita come uno spazio da occupare e spartire in funzione di interessi esterni» — infatti le vengono associate immagini di arretratezza, di realtà tagliata fuori dalla centralità urbana e di vuoto demografico, secondo connotati «che consentono di considerarla un territorio disponibile» — e subito dopo ne rilancia la funzione strategica di “bioma” ovvero di «un sistema vivo, che funge da stabilizzatore climatico regionale e globale, mantenendo l’aria umida, e produce un terzo delle piogge» che alimentano il pianeta. Anche perché in Amazzonia, su una superficie di 7,5 milioni di chilometri quadrati, suddivisa fra otto stati sudamericani (Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, Perú, Suriname e Venezuela) più il territorio di oltremare della Guyana francese, si concentra il 20 per cento dell’acqua dolce non congelata della Terra e sorge il 34 per cento dei boschi primari, che ospitano fra il 30 e il 40 per cento della fauna e della flora mondiali. Un’altra caratteristica è la sua sociodiversità, dal momento che su circa 33 milioni di abitanti, 2.800.000 sono indigeni — appartenenti a 390 popoli, 137 dei quali isolati o senza contatti esterni — che parlano 240 idiomi, appartenenti a 49 famiglie linguistiche.

Insomma, è la tesi di fondo del cardinale Barreto, «questa porzione del pianeta è il bioma in cui si esprime la vita nella sua straordinaria diversità in quanto dono di Dio a tutti quelli che la abitano e a tutta l’umanità». E poiché essa è sempre più devastata e minacciata, la Chiesa deve necessariamente occuparsi della sua difesa, attingendo alla dottrina sociale che alla missione dei cristiani associa «un impegno profetico verso la giustizia, la pace, la dignità di ogni essere umano senza distinzione, e verso l’integrità del creato, in risposta a un modello di società predominante che produce esclusione, disuguaglianza».

Richiamando il magistero di Papa Francesco, in particolare l’enciclica Laudato si’ e il discorso pronunciato dal Pontefice nell’incontro con i popoli dell’Amazzonia a Puerto Maldonado il 19 gennaio 2018, il porporato peruviano da un lato critica il «modello fortemente neoestrattivista che oggi viene imposto» nella regione, mettendo a rischio l’esistenza e l’identità di culture plurisecolari, e dall’altro invita a una collaborazione della Chiesa «con tutte le istituzioni governative, con le organizzazioni della società civile e, specialmente, con i popoli stessi», affinché «vi sia quel “futuro sereno”, a cui si è riferito Papa Francesco nel convocare questo Sinodo».

In tale ottica, successivamente l’articolo di «La Civiltà cattolica» pone a confronto «stati, imprese straniere e diritti dei popoli nella Panamazzonia» per evidenziare come «l’esperienza pastorale di decenni», e più di recente quella della Repam, facciano «capire che tra i responsabili vanno compresi non soltanto quegli stati in cui vengono sviluppate le industrie estrattive, ma anche alcune imprese straniere e i loro stati di origine», ovvero «quelli che appoggiano e favoriscono gli investimenti estrattivi, pubblici o privati, al di fuori delle frontiere nazionali, a costo di impatti devastanti sull’ambiente amazzonico». Anche perché, «la maggior parte degli stati di questo territorio ha sottoscritto le principali convenzioni internazionali sui diritti umani e sui relativi strumenti associati ai diritti dei popoli indigeni e alla cura dell’ambiente». E in questo campo, assicura l’arcivescovo peruviano, «la Chiesa desidera essere ponte e collaboratrice per raggiungere» l’obiettivo.

Una tema questo che porta direttamente a quello dei cambiamenti climatici, per contrastare i quali «tutti gli stati che fanno parte della conca amazzonica sono firmatari dell’Accordo di Parigi». Ma, avverte il cardinale Barreto, bisogna «chiedere molto di più, così come l’intera società deve operare molto più efficacemente per questo fine». Infatti, ribadisce a chiare lettere, «esistono seri limiti e, in alcuni casi, mancano un impegno e una volontà» espliciti di attuazione. Mentre, parallelamente, i contadini nativi e altri settori popolari «hanno sviluppato processi politici organizzativi incentrati su agende improntate a diritti legittimi che devono essere riconosciuti e rispettati».

Infine dopo un accenno ai Popoli indigeni in isolamento volontario (Piav) — che «devono essere considerati con la massima attenzione, a causa del loro alto grado di vulnerabilità, della loro condizione antropologica specifica e della necessità di proteggerli da qualsiasi processo che possa sfociare in una violazione dei loro diritti» — il vicepresidente della Repam chiama in causa gli stessi membri della Chiesa cattolica in Amazzonia, il cui compito è «essere testimoni vivi di speranza e di cooperazione» e «continuare a prestare un servizio evangelizzatore che affondi le radici nel suolo fertile dove vivono i popoli amazzonici e le loro culture. In questo senso, il Sinodo, in quanto evento ecclesiale — conclude — può essere un segno importante della risposta efficace per la promozione della giustizia e la difesa della dignità delle persone più colpite».

di Gianluca Biccini

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26 agosto 2019

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