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Giurisprudenza
basta una parola

· L'intervento giuridico ·

Ognuna delle quattro virtù cardinali ha incorporato in sé valori che stratificandosi nel tempo ne hanno arricchito lo spessore semantico, grazie alla riflessione e all’esperienza secolare degli uomini. Per Dante, il compimento delle virtù cardinali è realizzato in Catone, posto dalla Provvidenza divina a custodia del percorso di espiazione delle anime del Purgatorio. Sulla spiaggia del secondo regno, egli si presenta a Dante e Virgilio fregiato dalla luce delle «quattro stelle / non viste mai fuor ch’a la prima gente», come a paradigma del grado di “perfezione” raggiungibile con le sole forze umane.

Nei rapporti giuridici brilla senz’altro l’astro della giustizia a cui tende idealmente ogni azione degli operatori del diritto. È tuttavia significativo che, in Italia, il percorso di studi proposto a chi si accinge a svolgere una professione giuridica sia contrassegnato dalla virtù della prudenza e non da quello della giustizia: giurisprudenza è il titolo con cui nella nostra tradizione si designano le facoltà di diritto che, in altre esperienze sono denominate School of Law, Faculté de Droit, Rechtswissenschaft o Juristische Fakultät, Derecho.

Certamente, tutto il diritto nasce dall’esigenza di regolare con giustizia le relazioni altrimenti caotiche, disordinate e potenzialmente violente degli uomini. È quell’esigenza che esplode in ogni donna e in ogni uomo, persino in ogni bambino anche di tenerissima età, di fronte alla prevaricazione, alla prepotenza o, più semplicemente, di fronte alle contraddizioni della vita. «Non è giusto!»: quante volte ricorre questa espressione nella drammaticità delle giornate di tutti e di ciascuno. Eppure, è interessante notare che è piuttosto la prudenza la virtù chiamata a governare l’universo giuridico, cioè quella galassia di leggi, diritti, giudici, avvocati, tribunali, corti, sanzioni, pene, carceri con cui l’uomo, sin dai tempi più remoti, ha cercato di rispondere all’insopprimibile bisogno di rapporti giusti.

Giurisprudenza è il diritto come si presenta nella sua applicazione pratica da parte dei giudici, nei casi concreti, nel contatto con la realtà della vita delle persone e della società. Amministrare la giustizia richiede una virtù “pratica”: non solo una razionalità astratta, ma una ragionevolezza in concreto: «dal conoscere [per esperienza, mathein], viene prudenza nell’agire» (Edipo a Colono).

Giustizia e prudenza. C’è un legame tra queste due virtù e ogni operatore giuridico è chiamato a coltivarle entrambe. Ma ciascuna di loro richiama a una diversa postura.

Mi piace ricordare la virtù della prudenza come è raffigurata nell’arca di Sant’Agostino della Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia: un uomo con tre volti, quello di un uomo anziano che guarda indietro, al passato; quello di un uomo in età matura che guarda davanti a sé; quello di un giovane che guarda oltre, verso il futuro. L’iconografia della prudenza è dominata dagli sguardi che si intrecciano, dai fasci di luce che si intersecano, dalle prospettive che svelano angolature diverse della medesima realtà.

Per Aristotele, la prudenza (phronesis) consiste nel retto discernimento che orienta l’agire: è una virtù da ascrivere alla sfera della conoscenza, che spinge alla ricerca e alla riflessione per giungere a una buona deliberazione. La prudenza non è, dunque, la virtù di chi rifugge l’audacia, del timoroso, dell’esitante, del dubbioso: essa nulla ha a che vedere con l’attitudine più cauta o più coraggiosa dell’attore.

Prudente è il giudice che sa bene che la ricerca della giustizia è sempre aperta a un oltre, è un compito inesauribile e inafferrabile da parte di un uomo solo. Prudente è una giustizia che apre processi e dialoghi e lascia sempre socchiusa una fessura per possibili sviluppi ulteriori.

È interessante notare la diversità che separa l’iconografia della «giustizia» da quella della «prudenza», proprio in relazione al tema dello sguardo: la giustizia è normalmente rappresentata come una donna bendata, a simboleggiare la sua imparzialità. Tradizionalmente, tra le virtù del giudicare si annoverano proprio l’imparzialità e l’indipendenza del giudice — come del resto richiede giustamente anche la Costituzione italiana agli artt. 101 e 111 — o il suo equilibrio, come richiama la presenza di una bilancia nelle mani della dea bendata. Più raramente si sottolinea la virtù della prudenza, qualità essenziale di chi amministra la giustizia, come capacità di osservare, ascoltare, cogliere, guardare in ogni direzione. La iustitia richiede iuris prudentia.

Per questo, la giustizia amministrata nei tribunali e nel processo coinvolge una pluralità di attori: nessuno può conoscere da solo, occorre una pluralità di sguardi per incrociare le prospettive e portare alla luce la porzione di vero che ognuno possiede.

Se consideriamo il processo costituzionale — il più familiare a chi scrive — l’intervento delle parti si svolge al cospetto di collegi giudicanti eccezionalmente ampi: sono ben quindici i giudici della Corte costituzionale italiana.

Per chi è chiamato al delicatissimo compito di giudicare, restano insuperate le parole che Emone rivolge al padre Creonte nell’Antigone:

«Non chiuderti nella convinzione incondivisa, / che sia giusto soltanto quello che dici tu, e nient’altro. / Chi crede di essere l’unico ad avere saggezza […], / una volta aperto, si scopre che è vuoto. / Un uomo, anche se è saggio, / non deve vergognarsi di continuare a imparare […]. / Piegati! Concediti di cambiare idea!».

La prudenza è la virtù che non ci fa essere troppo sicuri di avere ragione, che genera una nuova consapevolezza di sé e degli altri e che fa maturare una modestia e una compostezza che permettono di accettare e di trasfigurare l’essenza della nostra condizione umana che, come diceva Guardini, è una vita di confine, come «uno iato aperto in entrambe le direzioni», tra la miseria e la grandezza, il peccato e la speranza del compimento di sé.

di Marta Cartabia
Vicepresidente della Corte costituzionale

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17 settembre 2019

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