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Giunia l’apostola

«Salutate Andronico e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia; sono degli apostoli insigni che erano in Cristo già prima di me» (Lettera ai Romani 16, 7). Nel capitolo finale della sua lettera ai Romani Paolo saluta un gruppo di uomini e donne che sembrano essere i responsabili di diverse comunità (chiese domestiche). Tra i quasi trenta nomi propri che menziona figurano nomi di donne e di uomini, alcuni dei quali presentati come coppie.

Nel versetto 7 Paolo saluta Andronico e Giunia, due nomi che sembrano designare una coppia che potremmo assimilare a quella menzionata nel versetto 3, composta da Prisca e Aquila. Tuttavia il genere del nome Giunia è stato al centro di un intenso dibattito. Anche se le edizioni attuali nelle lingue parlate lo traducono al femminile, ci sono stati momenti, e alcuni non molto lontani nel tempo, in cui il nome greco che appare nei manoscritti era tradotto al maschile, come Giunio. È molto interessante chiedersi perché e su quale base.

Le traduzioni attuali del Nuovo Testamento dipendono dalle edizioni critiche del testo greco che rivedono e selezionano le lezioni dei manoscritti greci antichi di cui disponiamo. Manoscritti diversi per qualità e antichità. La critica testuale è una scienza complessa e specializzata, ma non esente da premesse metodologiche, e talvolta ideologiche, che vanno esplicitate. Il caso di Giunia, trasformata in Giunio, ne è un buon esempio, come vedremo di seguito.

Il nome all’accusativo Iounian del versetto 7 è stato oggetto di una qualche incertezza testuale: in vari manoscritti appare infatti riportato in modi diversi. A volte è scritto Ioulían (Giulia), ma ancora più curioso e significativo è il cambiamento dell’accento (acuto o circonflesso) posto su questo nome in alcune edizioni critiche che fondano le proprie scelte su diversi manoscritti. L’attribuzione di un accento piuttosto che un altro su un nome non è ininfluente: di fatto un accento circonflesso sull’ultima sillaba indica che quel nome deve essere letto come maschile, mentre un accento acuto sulla penultima sillaba indica che quel nome è molto probabilmente femminile. Ebbene, nel caso di Iounian, le edizioni critiche hanno mantenuto la lettura maschile (con l’accento circonflesso) dal 1927 (edizione di Erwin Nestle) fino a pochi anni fa (2001), quando le edizioni più utilizzate dagli esegeti, come la Nestle-Aland e quella delle United Bible Societies, hanno iniziato a scrivere il nome con l’accento acuto, propendendo così per una lettura al femminile, ritenuta quanto meno più probabile. Il fatto che queste edizioni critiche propongano l’una o l’altra opzione ha una grande rilevanza perché la loro scelta determina in larga misura l’esegesi dei testi e le traduzioni nelle lingue parlate.

Forse l’aspetto più curioso e significativo della lettura maschile, e il suo fondamento, è che le testimonianze testuali su cui poggia sono manoscritti maiuscoli che fino al VII secolo non erano accentati, come tra l’altro si fa notare nell’apparato critico. Se le testimonianze a cui si fa appello sono anteriori e quindi non presentano accenti, allora la lettura maschile del nome resta senza una base.

Esistono invece testimonianze testuali della lettura femminile che si collocano tra il VI-VII e il IX secolo. L’accentazione e l’interpretazione femminile del nome divennero comuni a partire dal ix e fino al XIII secolo, quando un autore, Egidio Romano, pur optando per la variante loulian, decise di leggerla come maschile, senza spiegare perché si discostava così dal consenso precedente. Fu nel XVI secolo che s’impose la lettura maschile con Jacques Lefevre d’Étaples, ma soprattutto con la versione a cura di Lutero del Nuovo Testamento, anche se la lettura femminile continuò ad avere sostenitori. Nel XX secolo, Marie-Joseph Lagrange, grande esegeta, pioniere del metodo storico-critico, si mostrò propenso a interpretare Iounian come nome femminile.

Quali motivi sono stati addotti a favore della lettura maschile del nome Iounian? A volte si è fatto ricorso all’onomastica greca e latina per le forme del nome e gli usi più comuni. I difensori del nome maschile hanno proposto che Giunio sarebbe il diminutivo di Junianus. Tuttavia, mentre Giunia come nome femminile era molto comune, non ci sono testimonianze per Giunio come presunta abbreviazione di Junianus. Quanti affermano che Iounian sia il diminutivo maschile di Junianus o Junios, stanno sostenendo che i nomi latini, nei diminutivi, venivano abbreviati come quelli greci, mentre in realtà venivano allungati. Pertanto si può dire che, oltre ai manoscritti, anche la filologia e l’onomastica non avallano la lettura maschile del nome, bensì quella femminile.

D’altro canto, la lettura femminile del nome fu quella più comune tra gli autori più antichi. Origene (prima metà del III secolo) optò per la variante testuale Giulia, e sia lui sia Girolamo (tra il IV e il V secolo) o Giovanni Crisostomo (tra il IV e il V secolo), interpretarono come femminile il nome menzionato accanto a quello di Andronico. Per la chiarezza e precisione della sua testimonianza, si è soliti citare un testo di Crisostomo (all’inizio della sua trentunesima omelia sulla Lettera ai Romani) che dice al riguardo: «Stare tra gli apostoli è già una grande cosa, ma essere insigni tra loro considera che è un grande elogio; ed erano insigni per le opere e le azioni virtuose. Immagina quale doveva essere la “filosofia” di questa donna, se era ritenuta degna dell’appellativo degli apostoli».

Proprio la lettura e l’interpretazione patristica del nome come femminile sono state tra i motivi che hanno portato gli esegeti cattolici a essere più restii ad accettare Giunia come diminutivo di Giuniano. D’altro canto, già nel versetto 3, Paolo aveva citato un’altra coppia, Prisca e Aquila, che probabilmente erano marito e moglie, missionari e responsabili di una chiesa domestica.

In alcuni commenti antichi e moderni, in modo più o meno chiaro, si menziona un altro motivo a favore del genere maschile del nome Iounian, ossia la definizione di «apostoli insigni». Il ragionamento parte dalla premessa che una donna non poteva essere apostolo, per cui il nome doveva riferirsi a un uomo.

Una volta stabilito con sufficiente sicurezza che il nome Iounian si riferisce a una donna, probabilmente la moglie di Andronico, è necessario riflettere su ciò che il testo dice di lei e del marito. Dice che sono: parenti di Paolo; compagni di prigionia; apostoli insigni; in Cristo già prima di lui. Esaminiamo la portata di tali affermazioni.

Parenti di Paolo. Il termine greco usato qui, e che Paolo utilizza anche in altri punti della lettera (9, 3), indica che si tratta di una donna che appartiene al popolo giudeo, che ha la stessa origine etnica di Paolo.

Compagni di prigionia. Sia Prisca sia Aquila sembrano aver condiviso con Paolo un periodo della sua prigionia. Si può pertanto dire che Giunia ha subito la prigionia a causa del Vangelo. Stare in prigione a quei tempi era un’esperienza realmente dura.

Apostoli insigni. Anche questo appellativo ha suscitato problemi d’interpretazione. Alcuni lo intendono come escludente: Andronico e Giunia sono conosciuti e stimati tra gli apostoli ma non sono apostoli. Ma la maggior parte degli interpreti (compreso Giovanni Crisostomo nel commento appena citato) ritiene che vada inteso come includente: Andronico e Giunia fanno parte del gruppo degli apostoli. Perciò Giunia è chiamata apostola, proprio perché appartiene al gruppo dei cosiddetti apostoli.

Invece di negare a priori che una donna potesse essere chiamata apostolo e appartenere al gruppo di quanti erano considerati tali, ci dobbiamo domandare quale fosse il significato del termine e quali fossero i requisiti necessari per appartenere al gruppo degli apostoli. Di solito s’intende il termine apostolo a partire dalla concezione lucana che lo limita agli uomini, testimoni della vita di Gesù fino alla sua Ascensione (Atti degli apostoli 1, 21-22), identificandoli troppo con il gruppo dei Dodici. Il concetto paolino sul significato dell’essere apostoli era però diverso e più vasto rispetto a quello lucano. Di fatto lui stesso si considera apostolo (Prima lettera ai Corinzi 15, 9). Per Paolo, apostolo è colui che ha fatto l’esperienza del risorto ed è stato inviato da lui. A suo parere, gli apostoli formano un gruppo diverso e più numeroso di quello dei Dodici (Prima lettera ai Corinzi 15, 5.7; Prima lettera ai Tessalonicesi 1, 1; 2, 7), anche se certamente sono in stretto rapporto con Gesù e con i momenti iniziali. Questo concetto di apostolo, più flessibile e ampio, che ha Paolo, risponde meglio alla realtà storica che vediamo riflessa in altri scritti (Didachè 11, 3-6).

In Cristo già prima di lui. Ossia Giunia era diventata credente e seguace di Gesù il Cristo prima di Paolo. Il che vuol dire che era una seguace della prima ora; per il suo nome potrebbe essere stata una giudeo-ellenista residente a Gerusalemme che si era convertita fin dall’inizio o che potrebbe addirittura aver ascoltato Gesù. Gli ellenisti di Gerusalemme avevano lasciato la città a causa delle tensioni con le autorità religiose del Tempio. Con la loro partenza verso il nord e altri luoghi avevano portato il messaggio in Samaria, ad Antiochia, in Asia Minore e, molto probabilmente, anche a Roma. Se la loro adesione a Cristo era precedente a quella di Paolo, bisogna collocarla nei primi anni trenta del i secolo.

«Le pie donne al sepolcro»particolare della Croce di Tereglio«Le pie donne al sepolcro»particolare della Croce di Tereglio

Con quanto detto finora, possiamo tracciare un ritratto a grandi linee di Giunia. Fu probabilmente una giudeo-ellenista, convertita alla fede in Gesù il Cristo e alla sua sequela, forse nei primi anni dopo la sua morte sulla croce a Gerusalemme, dove fece l’esperienza del risorto. Per scelta, per affari, o forse spinta dalla situazione e difficile che si era creata a Gerusalemme tra gli ellenisti e le autorità religiose della città per la critica dei primi al Tempio andò via portando con sé il messaggio del Vangelo e diventando una delle prime missionarie di Roma, insieme al marito Andronico. Probabilmente quel compito comportò per lei un periodo di prigionia e proprio in prigione coincise con Paolo e poté conoscerlo. Tutto ciò le aveva conferito un posto eminente tra gli apostoli dei primordi. È evidente che il suo essere donna non le impedì di essere apostolo, di diffondere il Vangelo e di subire il carcere a causa sua. E questo pensavano gli autori dei primi secoli.

Giunia è un buon esempio di come le donne con autorità siano state rese invisibili e come la loro autorità sia stata ricondotta ad ambiti e modi che gli uomini di ogni epoca hanno ritenuto propri e consoni alle donne. Questi schemi hanno influito in modo decisivo al momento di fare memoria del passato e ricordarlo, un’attività che, lungi dall’essere puro aneddoto, è carica di futuro.

di Carmen Bernabé

  L’autrice

Carmen Bernabé è docente titolare di Nuovo Testamento presso la Facoltà di Teologia dell’università di Deusto (Bilbao). È stata nominata direttrice dell’Asociación Bíblica Española. I suoi lavori vertono soprattutto sulle origini del cristianesimo. Tra le sue numerose opere spiccano María Magdalena: tradiciones en el cristianismo primitivo (1995); Mujeres con autoridad en el cristianismo antiguo (2007), entrambe pubblicate da Editonial Verbo Divino.

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