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Giulio Salvadori e la bellezza “inutile” della letteratura

· A centocinquant’anni dalla nascita l’eredità culturale del letterato toscano titolare della prima cattedra dantesca istituita in Italia ·

Giulio Salvadori giunse alla Cattolica nell’autunno del 1923, chiamato dal rettore Gemelli a ricoprire la cattedra di Letteratura italiana nella Facoltà di Lettere, che in quell’anno dava avvio ai suoi corsi, affidandogli inoltre la prima cattedra dantesca istituita in una università italiana. Egli vi giungeva in età non più giovane, aveva già sessantuno anni, preceduto da una solida e diffusa fama di letterato, di poeta, e di studioso rigoroso, tenuto ai margini della vita accademica nazionale per l’opposizione di ambienti anticlericali, che in anni precedenti gli avevano negato la cattedra di Letteratura italiana all’università di Bologna, quella di Giosuè Carducci e di Giovanni Pascoli.

Le esperienze di rinnovamento religioso e morale, che caratterizzarono lo scorcio del secolo XIX, e di cui Salvadori fu parte importante, furono connotate da una vera e propria ansia educativa, da una profonda istanza pedagogica che mirava a «venire incontro al disagio intellettuale dei credenti», e a esprimere «la passione di condurre al Vangelo gli uomini travolti da un pensiero moderno ritenuto da essi inconciliabile con il Vangelo» (Nicola Raponi, Cattolicesimo liberale e modernità , Brescia, Morcelliana, 2002).

E Salvadori ebbe modo di esercitare questa forte passione educativa soprattutto nella sua attività di insegnante, dapprima nei licei, e infine, a coronamento della sua feconda e intensa attività di letterato e studioso, come docente di Letteratura italiana e di Filologia dantesca alla Cattolica. In quel 1923, in cui cominciava le sue lezioni milanesi, il rettore Gemelli chiese a Salvadori di tenere la prolusione durante la cerimonia di apertura dell’anno accademico, e gli assegnò il tema, «Il valore educativo delle discipline umanistiche», assai impegnativo, una sorta di manifesto per la nuova Facoltà.

Nel suo discorso Salvadori affrontava subito la questione centrale, lo scopo della nuova Facoltà: «Una Facoltà di Lettere adesso? — si chiedeva con tono volutamente paradossale — se ne può fare a meno: se c’è si disfà. Le scienze fisiche sì, perché altrimenti come si dominano ai fini di godere e d’offendere le forze della natura? Come si fanno le macchine? I motori? Come si fanno le armi più affinate ad uccidere? E come i liquori e le medicine, i narcotici, i veleni? Ma le lettere! Storia e arte, lingua e stile: scuola di parole, scuola di fatti incerti e non accertabili, inutili alla vita; nella vita moderna è un ingombro, nel cervello una superfetazione. Eppure chi vada un poco a fondo della tumultuaria vita moderna vede che in fondo, a dirigere, o necessariamente determinare, i fatti pubblici della politica e della vita sociale, ci sta la storia e la parola».

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