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Giù le mani dai film capolavori

· I difetti dei tanti remake che costellano la storia del cinema ·

Il cinema purtroppo non è solo una forma d’arte, ma anche, se non soprattutto, un’industria. E in nove casi su dieci il remake è il prodotto più derivativo e spudorato di quest’industria, confezionato appositamente per sfruttare il titolo di un film precedente alla stregua d’un semplice franchise. Attirando così facilmente un pubblico illuso di poter rivivere il capolavoro che aveva amato anni prima, o quanto meno curioso di vedere come è stato stravolto.

«Cape Fear» con Robert Mitchum e Gregory Peck (1962)

Fa già rabbrividire per esempio la notizia di una Dolce vita in salsa americana, prevista sugli schermi nei prossimi mesi, e non è difficile prevedere che farà la fine di Nine, orribile remake di Otto e mezzo che pure aveva avuto almeno il pudore di non scontrarsi direttamente con Fellini in un duello alla pari, dirottando la storia sul territorio sostanzialmente franco del musical. Ci sono però anche esempi di operazioni più sincere, in cui si è attinto all’opera originale per poi farne qualcosa di altrettanto personale. È il caso del recente Il nome del figlio, remake italiano del francese Cena tra amici, da cui la regista Francesca Archibugi riprende il meccanismo comico dell’assunto forse con meno smalto, ma a cui poi cerca di dare un maggiore spessore nel disegno dei personaggi e un più preciso e credibile contesto sociale. Nella storia del cinema, d’altronde, non sono affatto mancati i casi in cui il remake ha eguagliato se non superato il film di partenza. E ciò è avvenuto quasi sempre quando quest’ultimo era a sua volta la trasposizione di un’opera letteraria o teatrale, non lo sviluppo di una sceneggiatura originale. Quando il modello è strettamente cinematografico è molto più difficile dire qualcosa di nuovo, perché si tende ovviamente all’emulazione.
La gloriosa stagione della commedia sofisticata americana degli anni Trenta è unanimamente considerata come uno dei periodi più felici del grande schermo. Ma due dei prodotti migliori di quest’epoca d’oro sono dei remake. L’orribile verità («The awful truth», Leo McCarey, 1937), classica remarriage comedy, è tratto da un’opera teatrale di cui erano già state portate sullo schermo due versioni, superate in questo caso grazie a una coppia irresistibile come quella formata da Cary Grant e dalla ingiustamente dimenticata Irene Dunne, e a una perfetta sceneggiatura dai ritmi screwball. Anche uno dei migliori film di George Cukor, Incantesimo («Holyday», 1938), è tratto da un lavoro teatrale che era già stato portato sullo schermo pochi anni prima. Ma Cukor vi aggiunge il suo sottofondo amaro ed esistenziale e la sua altrettanto consueta capacità di analizzare la società degli anni Trenta, attraversata dalla Grande depressione e di conseguenza sospesa in un limbo fatto di incertezze e contraddizioni, incarnate qui dalla grande Katherine Hepburn. Il melodramma Magnifica ossessione («Magnificent obsession», di Douglas Sirk, 1954) sfrutta invece un romanzo già trasposto nel 1935. La versione di Sirk però è nettamente superiore per stile. Che nel suo cinema coincide in gran parte con contenuto e poetica, grazie all’uso espressionista del colore e alla soffusa tensione figurativa, capaci di sintetizzare visivamente le dinamiche drammaturgiche. Anche Ombre malesi («The letter», di William Wyler, 1940) è tratto da un racconto di Maugham già adattato nel 1929, ma sono la regia e la memorabile interpretazione di Bette Davis a farne stavolta un capolavoro dalle tinte ambigue e torbide, vero capostipite non riconosciuto del noir americano, nonostante l’ambientazione esotica. Se c’è un genere che è invecchiato male, è la fantascienza degli anni Cinquanta. L’esperimento del dottor K («The fly», di Kurt Neumann, 1958) fa in gran parte eccezione, riuscendo in molti momenti a essere inquietante. Ma La mosca (1986) di David Cronenberg gli è probabilmente superiore. Anche perché il regista canadese ne fa una convincente tappa del suo percorso sulle aberrazioni della tecnologia e della modernità, e sulla conseguente entropia fra organico e inorganico.
Altri esempi di remake felici sono — comprensibilmente — quelli firmati dallo stesso regista del film di partenza. L’esempio più noto è quello de L’uomo che sapeva troppo («The man who knew too much»), realizzato da Alfred Hitchcock prima nel Regno Unito nel 1934 e poi a Hollywood nel 1956, quando il maestro britannico aveva finalmente attorno a sé la produzione e i collaboratori capaci di rendere pienamente giustizia a questa appassionante spy-story, ritoccata in modo non decisivo nella sceneggiatura ma rivoluzionata nell’impatto estetico e soprattutto nel ritmo del montaggio.

di Emilio Ranzato

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23 maggio 2018

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