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Giù la maschera

· L’ipocrisia al centro della prima predica quaresimale di padre Cantalamessa ·

La vita come una fiction, «un teatro in cui si recita per un pubblico» indossando «una maschera» e cessando così «di essere persona per diventare personaggio»: ecco la realtà dell’«ipocrisia» — il peccato «più denunciato da Gesù nei Vangeli» ma oggi pressoché dimenticato «nei nostri ordinari esami di coscienza» — descritta da padre Raniero Cantalamessa nella prima predica di Quaresima tenuta venerdì mattina, 15 marzo, nella cappella Redemptoris Mater. Una condotta, ha sottolineato il religioso, quasi «innata nell’uomo» e «accresciuta enormemente dalla cultura attuale dominata dall’immagine», tanto che al classico «cogito ergo sum» cartesiano va ormai sostituendosi il più prosaico «appaio, dunque sono».

Giorgio De Chirico, «Le maschere»

In continuità con le meditazioni iniziate in Avvento sul versetto del salmo 42 «L’anima mia ha sete del Dio vivente», il predicatore della Casa pontificia ha dato avvio al suo percorso di riflessione ispirato alle parole di sant’Agostino «In te ipsum redi» (“Rientra in te stesso”) parlando della «purezza di cuore» come «condizione essenziale per “vedere” Dio». E ha ricordato in proposito che «il Vangelo insiste su due ambiti in particolare: la rettitudine delle intenzioni e la purezza dei costumi». A quest’ultima si contrappone «l’abuso della sessualità», mentre alla prima fa da contraltare appunto l’ipocrisia, rappresentata efficacemente da Pascal con l’immagine delle «due vite» che ha ogni uomo: «una è la vita vera, l’altra quella immaginaria che vive nell’opinione, sua o della gente».

Sul palcoscenico dell’esistenza — non a caso padre Cantalamessa ha fatto notare che il concetto «deriva dal linguaggio teatrale» — l’ipocrita si trasforma dunque da «persona» a «personaggio». Ma, ha osservato il predicatore, «il personaggio non è altro che la corruzione della persona». Perché «la persona è un volto, il personaggio una maschera; la persona è nudità radicale, il personaggio è tutto abbigliamento; la persona ama l’autenticità e l’essenzialità, il personaggio vive di finzioni e di artifici; la persona ubbidisce alle proprie convinzioni, il personaggio ubbidisce a un copione; la persona è umile e leggera, il personaggio è pesante e ingombrante».

Citando François de La Rochefoucauld, il quale definiva l’ipocrisia «il tributo che il vizio paga alla virtù», il cappuccino ha sottolineato che «essa insidia soprattutto le persone pie e religiose», proprio perché «dove più forte è la stima dei valori dello spirito, della pietà e della virtù, lì è più forte la tentazione di affettarle per non sembrarne privi». E quando tale comportamento diventa “cronico”, ha denunciato padre Cantalamessa, esso «crea, nel matrimonio e nella vita consacrata, la situazione di “doppia vita”: una pubblica, palese, l’altra nascosta; spesso una diurna, l’altra notturna». È «lo stato spirituale più pericoloso per l’anima — ha riconosciuto — dal quale diventa difficilissimo uscire, a meno che non intervenga qualcosa dall’esterno a infrangere il muro dentro cui ci si è chiusi».

Si comprende perciò la severità del giudizio di Dio contro gli ipocriti: Gesù li definisce «sepolcri imbiancati», evidenziando così la «menzogna» che sta alla base del loro atteggiamento. Dietro al quale si annida spesso «la doppiezza o l’insincerità», ossia «dire una cosa e pensarne un’altra, dire bene di una persona in sua presenza e dirne male appena ha voltato le spalle».

Qual è allora la strada per vincere l’ipocrisia? Il predicatore ha suggerito anzitutto la pratica quotidiana della «rettificazione dell’intenzione», a cui unire quella di «nascondere il bene che si fa», nella consapevolezza che a Dio, come dice san Giovanni della Croce, «piace di più un’azione, per quanto piccola, fatta di nascosto e senza il desiderio che sia conosciuta, che mille altre compiute con il desiderio che siano vedute dagli uomini». Da evitare, in ogni caso, la tentazione di servirsi dell’ipocrisia «per giudicare gli altri» e «per denunciare l’ipocrisia che c’è intorno a noi»: vale sempre, in proposito, il monito di Gesù «chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra».

Da padre Cantalamessa anche l’invito a coltivare «la virtù opposta» all’ipocrisia, ossi «la semplicità». Che non è «dabbenaggine, ingenuità, superficialità e imprudenza»; piuttosto è la condotta «propria di chi è stato purificato da una vera penitenza, perché è frutto di un totale distacco da se stessi e di un amore disinteressato verso Cristo». Non a caso «la si raggiunge a poco a poco, senza scoraggiarsi per le cadute, ma con ferma determinazione di cercare Dio per lui stesso e non per noi stessi». Ed è proprio Dio «il modello più sublime» per il cristiano: «Egli è la stessa semplicità» ha ricordato in conclusione il predicatore, sottolineando che «l’intenzione pura e semplice raccoglie le forze disperse dell’anima, prepara lo spirito e lo unisce a Dio». Così «la semplicità respinge e debella la finzione, l’ipocrisia e ogni duplicità», rendendo le azioni dell’uomo «immuni dal peccato».

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16 ottobre 2019

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